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 2022  maggio 22 Domenica calendario


Pechino allunga le mani sui paradisi del Pacifico

Dopo il patto sulla sicurezza siglato con le Isole Salomone, che potrebbe aprire la strada a una base militare cinese nel Pacifico, Pechino si starebbe muovendo per un’intesa simile con le piccole, ma strategiche, Kiribati e Vanuatu. «I cinesi sono in trattative per un accordo che andrebbe a coprire lo stesso ambito di quello firmato con le Salomone», dice al Financial Times un funzionario dell’intelligence, anonimo, di un Paese alleato degli Stati Uniti. I colloqui con Kiribati - ad appena 3mila chilometri dalle Hawaii - sarebbero quelli allo stadio più avanzato, secondo la fonte. L’arcipelago occupa una posizione strategica nelle rotte marittime che collegano gli Stati Uniti e l’Australia. E poco più a nord, alle Isole Marshall, l’atollo di Kwajalein ospita un sito militare statunitense per i test missilistici.
Il documento con le Salomone filtrato a marzo e non ancora pubblico - prevede che le navi cinesi possano visitare i porti dell’arcipelago per operazioni di logistica e rifornimento, ma anche inviare forze di polizia per mantenere l’ordine sociale, visti gli scontri del novembre scorso. La paura di Washington e Canberra, dove il tema è stato al centro della campagna elettorale - ma anche di Wellington e Tokyo - è che l’accordo possa invece essere usato per aprire una base permanente: a 2mila km dalla costa australiana.
Per capire la preoccupazione, ad aprile, dopo la visita del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, nella capitale delle Salomone sull’isola di Guadalcanal - dove americani e giapponesi se le diedero di santa ragione in una delle più sanguinose battaglie tra il 1942 e il ‘43 - si sono precipitati sia Kurt Campbell, l’uomo di Biden per l’Indo-Pacifico, sia il capo della diplomazia nipponica Hayashi.
L’interesse di Pechino per queste isole paradisiache non nasce oggi, ma è una politica portata avanti con pazienza negli ultimi anni, visto il “vuoto” lasciato nella regione, storicamente “terreno” americano, per mettere così un piede in questa zona strategica di Pacifico. Grazie, anche, agli aiuti (specialmente vaccini anti-Covid) e agli investimenti promessi. Dalla fine degli anni ’90, a Kiribati Pechino ha avuto una stazione di rilevamento spaziale, poi chiusa nel 2003 quando l’isola ha allacciatorelazioni diplomatiche con Taiwan. Il pressing ha però dato i suoi frutti nel settembre 2019, quando l’arcipelago - preceduto proprio dalle Salomone - con una giravolta di politica estera ha detto addio a Taipei per ritornare sotto l’ombrello cinese. Il promotore di quel cambio fu il presidente Maamau, che pochi mesi dopo se ne tornò da Pechino con una bella pila di documenti sulla cooperazione, tra i cui i finanziamenti cinesi per la pista di atterraggio sull’isola diKanton, ex base americana. Pure il premier delle Salomone Sogavare se ne tornò in patria all’epoca con cinque memorandum, portando la piccola nazione dentro la Via della Seta e con accordi per costruire strade, ponti e infrastrutture per rimettere in funzione la vecchia miniera di Gold Ridge.
Con Vanuatu, invece, è arrivata due giorni fa l’intesa - scrive ilFtper i lavori all’aeroporto di Luganville, anche questa ex base Usa.
Pechino ha accordi di sicurezzacon altri Paesi della regione, Figi e Papua Nuova Guinea. Ed è stata tra le prime, dopo l’eruzione del vulcano, a spedire subito aiuti a Tonga. Ma sono quelli con le Salomone e - potenzialmente - con Kiribati a preoccupare di più americani e alleati. «Sembra che i cinesi stiano compiendo uno sforzo globale per espandere i luoghi in cui possono operare in modo militare o quasi», chiosa la fonte diplomatica interpellata da Ft.