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 2022  maggio 22 Domenica calendario


Herzog-Baresi, la strana coppia

Un campo di calcio è come un’Amazzonia minore. Qui la poesia respira di nascosto. Prima di vederla, ne annusi l’armonia. Gli orizzonti si confondono con gli spazi. E sono pochi quelli che li sanno vedere. Non è neanche questione di classe. C’è dell’altro. 
Domani Franco Baresi e Werner Herzog si incontreranno per la prima volta. Magari in silenzio. Si «parlano» da una vita anche se non si sono mai conosciuti. Scritti sì, da un po’ di tempo. Frasi brevi, richieste di citazioni. Scambi di libri. Uno faceva il calciatore, l’altro è regista. Baresi e Herzog, l’alfa e l’omega di chi cerca la bellezza dentro le cose. Che è già trovare un possibile senso. Amici senza mai un abbraccio prima, una bevuta insieme, persino una pugnalata a tradimento. Amici come chi si riconosce uguale. E gli sembra sia stato sempre così anche se è solo da stamattina. Provano a spiegarla con la storia delle radici. Che dice tanto ma non racconta tutto: «Veniamo da luoghi di contadini. Ci fidiamo della terra e scrutiamo il cielo». La Baviera e la Lombardia senza un Brennero a dividerle. 
Franco Baresi è ancora Libero di sognare, come il titolo della sua biografia, edita da Feltrinelli, e che sarà al centro di uno degli eventi di domani al Salone. L’occasione, finalmente, per un incontro ineluttabile tra il campione del Milan e il regista di Aguirre, furore di Dio. «Ci siederemo a mangiare lardo e a bere vino. Forse invece che parlare, canteremo» anticipa Herzog. «Franco Baresi è come un amico anche se non lo conosco. Molte cose mi piacciono, la più importante è la sua integrità come uomo e come calciatore. Vedeva il gioco meglio degli altri, di ogni epoca e di ogni Paese». E sottolinea quel «di ogni epoca e di ogni Paese». Giudizi che i tecnici delle panchine condividono per poi farsi travolgere da corollari e distinguo fatti solo per tirare su lo share dei talk show del pallone. E allora anche un patrimonio dell’umanità come Baresi finisce nel tritacarne degli opinionisti che stabiliscono chi è il più bravo.
Per «vedere» davvero Baresi ci voleva un regista visionario. «Franco è pura vita, a volte la vita vissuta sta da una parte, il cinema dall’altra». Un poeta del pallone che anche uno scarabocchio lo fa diventare un arabesco. 
Un uomo che davanti agli elogi di un maestro del cinema se ne viene fuori con un «piacevolmente sorpreso» che detto da lui non è una frase di circostanza. La sua sorpresa è lo stupore degli umili, dei grandi che sempre a schermirsi che io «non mi merito tanto». Un elogio arrivato da lontano, da un mondo che pensavi neanche ti guardasse. «Mi ha anche regalato il suo libro uscito l’anno scorso, Il crepuscolo del mondo(Feltrinelli, ndr) sull’ultimo soldato giapponese rimasto a combattere da solo nelle Filippine perché non sapeva che fosse finita la guerra». Una metafora nella quale riconoscersi. Giocare come un ideale da difendere. E allora puoi inventarti un lancio che nessuno ha mai tentato, scoprire un dribbling per il gusto di provarci e guardare negli occhi tutto lo stadio.
Baresi è andato anche a Manaus, in Brasile, per vedere il teatro Amazonas, celebrato da Herzog in Fitzcarraldo con Klaus Kinski e Claudia Cardinale, un film che nessuna amnesia potrà cancellare. L’edificio è quasi una copia della Scala di Milano, costruito nel 1896 in piena foresta, con i proventi del boom della gomma. «Volevo immedesimarmi nelle atmosfere raccontate da Herzog. Capire il suo mondo. Immergermi nel suo modo di percepire il mondo». La modestia gli impedisce di ricordare che il viaggio era anche un’occasione per aiutare la popolazione locale, in uno dei progetti di volontariato per i quali l’ex capitano del Milan si spende senza chiedere in cambio visibilità.
Due talenti dal profilo basso che irrompono con boati di pura genialità. L’arte di svelare il mistero che è quasi sempre anche bellezza sfolgorante. 
Il riconoscimento di Werner Herzog ha ancora più valore se si considera che la sua Baviera è la terra di un altro grandissimo interprete del ruolo di libero: Franz Beckenbauer. «Un modello per me, come si faceva a non ammirarlo, a cercare di giocare come giocava lui?». E poi si chiama Franz proprio come Baresi. 
Il regista tedesco va anche più in là nel descrivere la sua ammirazione: «Baresi era il migliore quando non aveva la palla, perché riusciva a leggere il gioco, riusciva a capire quello che sarebbe successo, e non c’è stato mai nessun altro giocatore come lui che abbia capito così bene fisicamente lo spazio come è capitato a lui, davvero sensazionale. Mi piacerebbe davvero, nel fare i miei film, essere uno che riesce a capire il cuore dell’uomo e spazi come l’Amazzonia nello stesso modo in cui Baresi ha capito il gioco». Allargare gli orizzonti, vedere oltre. Investire nel mistero, che a volte è miraggio, spesso certezza imprevista. Per quelli che il calcio è solo un’emozione effimera. «Quanto valgono le lodi di un regista come Herzog?», si chiede il campione rossonero. Ecco: «Da calciatore ho sentito tanti elogi da allenatori e compagni. Qui è diverso. Mi sono venuti i brividi».