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 2022  maggio 22 Domenica calendario


Biografia di Massimo Giletti raccontata da lui stesso

Sa riattaccarsi un bottone?
«L’ho fatto una volta, a Lourdes, con gli scout. Siccome c’era anche mia madre, volevo andare da lei per farlo sistemare, ma i miei compagni non me lo permisero». 
Non si può sentire. L’azienda «Giletti Spa» fa filati dal 1884. 
«C’era chi riattaccava i bottoni meglio di me. Ho sempre cercato di non perdere tempo nel fare cose che non mi sarebbero servite». 
Mai andato in analisi? I suoi fratelli gemelli, di sette anni più grandi, la infilavano nel pozzo o l’abbandonavano in mezzo al torrente. 
«No, anzi, ho sempre giudicato con atteggiamento arrogante chi lo faceva. Adesso ho 60 anni e mi sembra un po’ tardi per recuperare». 
E non pensa che ci sia stata un po’ di rivalsa, nel suo percorso professionale? È cresciuto come «il fratello dei gemelli Giletti», adesso Maurizio ed Emanuele sono «i fratelli di Giletti». 
«Mah, forse lo possiamo dire per sorridere, senza dargli un valore assoluto. Senza di loro avrei faticato dopo la morte di mio padre». 
Emilio, scomparso a gennaio 2000. Gli aveva promesso di occuparsi dell’azienda, ma lei oggi non è più presidente. 
«Era una promessa complessa da mantenere, ma era giusto farla. Ho lavorato due anni in azienda, dopo la laurea, e mi sono portato il peso della scelta di andarmene. Ogni tanto mi basta chiudere gli occhi per rivedermi bambino mentre attraversavo i reparti: sento ancora tutti gli odori. Tornando alla promessa, credo che l’importante sia dare continuità, investire: lo scorso anno abbiamo chiuso molto bene». 
Ha nipoti? 
«Due, Emilio e Titti. Ma sono uno zio assente. Corro sempre, la lontananza...». 
Massimo Giletti si pavoneggia graziosamente nel suo attico romano sui Monti Parioli, nella sala azzurra con la moquette in tinta, abbinata al colore predominante dei tanti Balla appesi alle pareti, compreso un sontuoso arazzo che ne occupa una per intero. Gli hanno appena consegnato una cassapanca futurista dalla Sicilia, che ha messo di fronte a una deliziosa viaggiatrice in bronzo di Bruno Catalano. Si lamenta ogni tanto per il ginocchio: è caduto giocando a calcio e si è scorticato qua e là. 
Il suo rito prima di ogni puntata era chiamare sua madre Giuliana. 
«Ora non posso più farlo, da un anno è entrata in un limbo di bambina. Ma quando vado a trovarla mi riconosce e sorride, e a me basta vedere i suoi occhi che si illuminano». 
È vero che la veniva a trovare a Roma, guidando sola, da Ponzone di Trivero, nel Biellese? 
«Sì, con la Mercedes. L’ultima volta aveva 84 anni. La patente l’aveva presa di nascosto, mio padre era contrario perché c’era l’autista. In effetti lei lo ha utilizzato per fare scuola guida... A Roma l’ho portata pure in motorino!». 
Quante fidanzate le ha fatto conoscere? 
«A un certo punto mi ha chiesto di non presentargliele più, perché si affezionava». 
A quale si è affezionata di più? 
«Le piaceva molto Antonella Clerici, si chiamavano, si scrivevano. Ma è stata profondamente legata a Maria Paola, la figlia di un industriale: ho trovato un carteggio che durava da 4-5 anni». 
È rimasto in contatto con tutte le sue ex? 
«Sì. La soddisfazione più grande è quando mi dicono che forse ero meglio del marito attuale». 
Alessandra Moretti? 
«È ancora innamorata di me, forse in parte anche io». 
Allora perché finì? 
«Finì? Per lei provo un sentimento di affetto che mi lega molto. È una donna che nella vita ha lottato, ha cresciuto i figli praticamente da sola. Non ho mai avuto una famiglia da Mulino Bianco: quando vedevo i suoi genitori che si amavano ero toccato. So che non ci perderemo mai». 
E come sta la sua fidanzata immaginaria? 
«Chi?». 
Ha raccontato a «Oggi» di un amore grande che le vive dentro da dieci anni... 
«Ah, non la sento da un po’. Ma c’è. Io fatico con la quotidianità. Vivo l’oggi come fosse già finito, sempre proiettato al domani. È difficile per me instaurare un rapporto lungo. Quando in Rai mi chiesero di fare un quiz famoso dissi di no, sarei morto. I pacchi non li ho voluti condurre». 
Anni fa un sondaggio rivelò che una donna su tre avrebbe pagato cinquemila euro pur di passare una notte con lei. 
«A me non hanno mai offerto nulla. Quel sondaggio è putiniano». 
E lei non è putiniano? 
«A 18 anni feci la pipì sul confine russo». 
Racconti. 
«Ero in Finlandia con tre amici. D’estate rubavo a mio padre un furgone aziendale in cui mettevamo frigo, stereo e, sopra, le brandine. Quell’estate andammo pure a Helsinki, per i Mondiali di Atletica, e da lì proseguimmo verso Nord, trovandoci al confine con l’Unione Sovietica. Un cartello in russo, inglese e finlandese diceva: 2 anni di carcere a chi parla, 5 a chi fotografa, 10 a chi oltrepassa il filo spinato. Mi ero spinto al limite con il mio amico Giancarlo Sallier de la Tour. Dalla torretta i soldati spararono. Filammo via e, per dispetto, facemmo la pipì sul confine». 
Quindi non è putiniano? 
«Mi sento un uomo libero e credo che l’Europa non debba dipendere troppo dagli Stati Uniti. Non accetto un ministero della verità assoluta». 
Però da lei Vladimir Solovyev ha detto che gli arresti in Russia non ci sono stati... 
«I talk sono costruiti sullo scontro di idee». 
E la sua magnifica ossessione per Povia? 
«L’ho invitato solo due volte. Mi interessava il filo rosso che lega i no vax ai pro Putin». 
Giovanni Minoli, suo mentore, ha detto che date tutti la caccia all’ospite strano. 
«Ma lui dimentica che ai tempi di Mixer mi mandò in guerra in Serbia, con la Gabanelli, per raccontare il loro punto di vista. Penso si possa fare un parallelo tra il Kosovo e il Donbass». 
Vuole fare una puntata di «Non è l’Arena» dalla Russia? 
«Sarebbe interessante andare a vedere con i propri occhi quello che sta succedendo lì». 
Col senno di poi la rifarebbe dall’Ucraina? 
«Oltre alle critiche, ho ricevuto apprezzamenti, per esempio da Mieli, Nuzzi. Quella sera abbiamo fatto il 7%, con i miei reportage nella devastazione. Sono stato in Afghanistan, in Kurdistan, in Iraq... Per parlare di guerra tu devi vederla. Per questo in Ucraina sono andato in giro». 
Con le Hogan. 
«Ce le ho da sette anni. Hanno un taglio alto, sono perfette se piove o c’è terreno fangoso». 
Indossava l’elmetto, l’operatore no. 
«Ho un’assicurazione che mi obbliga a prendere certe precauzioni». 
In Ucraina è venuta anche la scorta? 
«No. Già andare lì era un rischio: ci mancava solo che lo accollassi a qualcun altro». 
Smetterà di averla, prima o poi? 
«Temo di no. La mafia non scherza». 
Di quale servizio a «Non è l’Arena» è più orgoglioso? 
«Quando sono riuscito a battere Rai 1 sull’ipotesi di impeachment per Mattarella, nel 2018. Abbiamo fatto servizio pubblico. Non dico di togliere il canone Rai, ma un po’ di pubblicità». 
Altre puntate? 
«Vedere che un programma costringe il governo al voto di fiducia sulla scarcerazione dei mafiosi portando alla destituzione del capo del Dap, è stato memorabile. Anche se mi è costato la libertà. Ma il coraggio non è essere folli: è andare avanti, nonostante tu sappia quello che ti succederà. Pensiamo a Falcone e Borsellino». 
Sente ancora le sorelle Napoli, altra sua battaglia televisiva che è diventata un libro? 
«Ci scriviamo ogni settimana. Quando le ho conosciute la loro tenuta produceva cento chili di grano, oggi 50 mila tonnellate». 
Sa di essere divisivo? 
«Noi non siamo un talk show normale, la mia passione sta lì dentro. So bene di esserlo, ma meglio dividere: vuol dire che crei emozioni». 
Il collega che stima di più? 
«Trovo che Mentana sia importante: è un uomo molto intelligente, con lui puoi parlare dall’opera d’arte al centravanti dell’Inter. Di Formigli apprezzo il lavoro giornalistico. Floris è un uomo di potere, come Vespa». 
Perché lei non ha l’agente? 
«I giornalisti non dovrebbero averlo. Vedere colleghi gestiti dallo stesso procuratore pone interrogativi e possibili conflitti di interesse. Per il mio senso di libertà preferisco non averlo». 
Può vantarsi di aver battuto Maria De Filippi. 
«Me lo disse Mario Orfeo quando mi chiese di fare il varietà. Ma lei è imbattibile: solo sugli eventi come con Mogol puoi fare il miracolo». 
Lo ha più incrociato Orfeo? 
«Mi auguro di non incrociarlo mai più». 
Mara Venier ha detto al «Messaggero» che il posto all’Arena glielo aveva lasciato lei. 
«In realtà fu Del Noce a volere due spazi di mezz’ora per me e per Paolo Limiti». 
Le piace l’imitazione di Ubaldo Pantani? 
Ride. «Una volta incontrai Ibrahimovic alla Juve e mi salutò alzando le corna e dicendo: Hasta la f... siempre! Pensava lo dicessi davvero io!». 
Il più bravo allenatore della Juventus? 
«Dino Zoff, che con una squadra scarsissima vinse una Coppa Uefa e battè il grande Milan». 
Il calciatore di sempre? 
«Tardelli: come me non si arrende mai». 
Resterà a La7? 
«Il rapporto con il presidente è molto profondo. Non potrò mai dimenticare la mattina in cui chiusero la bara di mio padre: sentii una mano sulla spalla ed era lui. Al di là della televisione e di quello che sarà il mio futuro ho una certezza: a Cairo sarò riconoscente per sempre». 
Facevano il suo nome come sindaco di Torino. Tentato? 
«Veramente era Roma. E comunque l’unico incarico al quale penserei è quello di presidente della Regione, perché in quel ruolo hai la capacità di incidere».