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 2022  maggio 14 Sabato calendario

TIRA UN A BRUTTA ARIA IN RAI – CI MANCAVA SOLO IL CASO DI DANIA MONDINI, LA GIORNALISTA CHE HA FATTO CAUSA AI DIRIGENTI DI VIALE MAZZINI PER AVERLA MESSA IN STANZA CON UN COLLEGA CHE NON RIESCE A TRATTENERE PETI E RUTTI, PER CREARE L’ENNESIMO IMBARAZZO AL SERVIZIO PUBBLICO: AI VERTICI DELLA RAI DOVE SUCCEDE “DI RUTTO. DI PIÙ” NON SANNO PIÙ DOVE NASCONDERSI PER LA VERGOGNA E OVUNQUE SONO SCATTATE LE IRONIE DEGNE DI UGO FANTOZZI CHE SI RITROVA IN STANZA ALVARO VITALI – LA PROCURA STA INDAGANDO MENTRE L’AD FUORTES, IMPEGNATO TRA COPASIR E LE PRESSIONI DELLA VIGILANZA, SI RITROVA A… -

Giorgio Gandola per "La Verità" «Aprano le finestre e cambino l'aria». Al settimo piano di Rai-Totò sdrammatizzano ma il piano inclinato sul quale si è avviata l'azienda culturale più importante d'Italia sta diventando ripido. Dopo i videogiochi al posto dei bombardamenti, i freelance a Kiev perché il Tg1 di sua maestà Monica Maggioni non aveva l'inviato, le passerelle giornalistiche alle convention di partito e alle feste dell'Unità, le pesanti ingerenze del Pd sui programmi di approfondimento (vedi Cartabianca), il decalogo del bravo conduttore, i mariti direttori che promuovono le mogli (vedi caso Andrea Vianello), il servizio pubblico in salsa draghiana si interseca con il vaudeville: una conduttrice del Tg1 ha denunciato i suoi superiori per stalking. Con una motivazione che neanche Woody Allen prima del Me too: «Volevano mettermi in un ufficio con un collega petomane».

La vicenda con sfumature farsesche risale al 2018 ma anche grazie alle vie della magistratura (che come si sa sono più infinite di quelle di nostro Signore) arriva ora sulla scrivania dell'ad Carlo Fuortes già ingombra di poco invidiabili dossier. La denuncia è partita da Dania Mondini, mezzobusto del telegiornale della rete di punta, che ha messo nel mirino cinque vicedirettori di allora (Filippo Gaudenzi, Marco Betello, Piero Felice Damosso, Costanza Crescimbeni e Andrea Montanari, oggi direttore di Radio 3) in seguito a diatribe professionali sul suo lavoro in redazione.

Secondo l'accusatrice, i suoi capi avrebbero deciso di demansionarla imponendole di cambiare ufficio e di condividerlo con un collega che non riesce a trattenere «flatulenze e rutti». Il problema gastrointestinale del compagno di stanza diventa vessatorio e dirimente, Mondini si rifiuta di traslocare con un «no motivato all'ordine di servizio» e contemporaneamente apre il contenzioso legale. A quel punto, sempre secondo la denuncia della giornalista, la reazione è molto rigida: le vengono affidati servizi di routine e lei viene presa di mira con contestazioni pretestuose per «piccoli errori nella conduzione del telegiornale» come riporta La Repubblica. Da qui l'ipotesi di stalking. In conseguenza di ciò, Mondini subisce uno stress da demansionamento che certifica con referti medici.

La procura di Roma convoca sei giornalisti indicati come testimoni: cinque smentiscono la persecuzione ma la sesta collega conferma la versione dell'accusa. Al termine di una valutazione nel merito, la Procura decide di chiedere l'archiviazione: secondo i magistrati non starebbe in piedi l'imputazione per stalking, tutt' al più si potrebbero intravedere i contorni del mobbing. In ogni caso il dossier dovrebbe essere trasferito al tribunale civile. Ma ecco il colpo di scena: la Procura generale riapre l'inchiesta e continua ad approfondire sull'ipotetico reato di stalking. La tortura del peto ci delizierà con nuove, mirabolanti puntate, soprattutto se verrà chiamato a dire la sua in aula il torturatore involontario.

Secondo il legale della querelante, Ruggero Panzeri, «la mia assistita ha avuto il coraggio di ribellarsi a una situazione che tocca soprattutto le donne. Una vicenda che viene fatta passare per un caso goffo, ma che nasconde molto di più». E si inoltra nel ginepraio delle promozioni redazionali, esclusiva facoltà dei direttori. «Resasi conto che le venivano negate promozioni ad altri concesse sebbene a fronte di minori anni di servizio, ha chiesto alla Rai l'accesso agli atti per comprendere i metodi di valutazione. Atti negati, così abbiamo fatto ricorso al Tar e l'abbiamo vinto. Nelle denunce penali ci sono nuovi elementi probatori».

La storia sta creando non pochi imbarazzi al piano nobile della Rai. Sarà un lungo weekend per l'ad Fuortes, preso in mezzo fra l'audizione dal Copasir, le pressioni della Vigilanza e questo caso dalla profonda valenza sensoriale. «Ma lui è bravissimo a scomparire», spiegano a viale Mazzini, fedele al soprannome inflittogli dopo qualche settimana: «il fantasma dell'opera». Dania Mondini è una giornalista di lungo corso, con un'esperienza a più livelli in televisione nella carta stampata.

Classe 1963, romana, si è laureata in teologia alla Pontificia Università Urbaniana. Nel 1995 è stata assunta al Tg regionale del Lazio e dentro mamma Rai ha fatto una carriera di prim' ordine, lavorando da inviata e curando rubriche tematiche per Rainews24 e Raiuno. Poi ecco l'occasione della vita, condurre un telegiornale. Tre anni fa Mondini ha avuto un certo successo come saggista con il libro L'affare Modigliani.

Trame, crimini, misteri all'ombra del pittore italiano più amato e pagato di sempre. Un reportage per smascherare il business di mercanti senza scrupoli (circa 11 miliardi), con interconnessioni fra mondo dorato dell'arte, criminalità organizzata e riciclatori internazionali. Un secolo di segreti, ancora oggi solo un'opera su quattro di Amedeo Modigliani è originale. Qualcosa di aulico e tosto prima dell'inchiesta del peto che riporta tutti al piano terra, in fondo a destra.

2. CATTIVI ODORI E TIC MOLESTI MANUALE PER SOPRAVVIVERE AI COLLEGHI IMPOSSIBILI Stefano Bartezzaghi per “la Repubblica”

Quando a Ugo Fantozzi viene assegnato come compagno di stanza Alvaro Vitali il caso è chiaramente estremo. È peraltro proprio ciò che sarebbe capitato a Roma, alla Rai di Saxa Rubra. Condizionale dovuto per garantismo: la procura ha aperto un fascicolo e indaga, si immagina tra molti imbarazzi e chissà con che metodi. Una giornalista, Dania Mondini, accusa infatti i suoi capi di averla demansionata e quindi spostata a lavorare nello stesso ufficio di un collega affetto da aerofagia. Costui non sarebbe in grado di trattenere neppure le emissioni aeree orali e si immagina allora che quella (presunta!) stanza tanto inospitale potrebbe essere intitolata, anche in ricordo di un glorioso claim aziendale: "Rai. Di rutto, di più".

Altro che smart working. La giustizia farà il suo corso ma è certo che a qualche mese dal ritorno a ranghi pieni nei luoghi fisici di lavoro, dopo aver assaporato piaceri e fastidi della convivenza domestica, molti hanno ripreso confidenza con quelli della prossimità professionale. Abitudini igieniche, tecniche più o meno sorvegliate del corpo, usanze disinvolte... La casistica è nutrita. La legge Sirchia ha azzerato per tempo le dispute tra fumatori e non, almeno quello: un passo verso la civiltà. Ma nessun Sirchia ha sinora pensato ai molti altri modi, pur meno tossici, di rendere ancor più difficilmente tollerabile la permanenza già di per sé spiacevole sul luogo di lavoro.

A parte forse il gusto, ognuno degli altri quattro sensi ne può essere colpito. Chi dai colleghi consegue problemi all'olfatto ha qualche ragione a pensare che si tratti della fattispecie più molesta: è il senso più primitivo, più pervasivo, più indifeso. Gli affronti all'udito però arrivano quasi a pareggiare i mali odori, anche perché offrono un ancor più ampio ventaglio di possibilità: telefonate magari in viva voce, zufolate, canticchiamenti, battiti ritmici di dita o di penna biro, intercalari ossessivi, dialettalità incontrollate, masticazioni. Consumare cibo sulla propria scrivania reca noie multisensoriali, può offendere contemporaneamente olfatto, udito e anche vista. In quanto al tatto occorre qui prescindere da pacche e palpeggiamenti sessisti, i quali non sono semplicemente fastidiosi ma molesti in senso grave. Tutto un altro discorso. Veniali ma pure assai disturbanti (e, per fortuna, assai più frequenti) sono i tocchetti sul braccio, sulla spalla, i pelucchi tolti, anche qui senza arrivare agli strizzamenti di guancia inflitti a Fantozzi dall'efferato Calboni.

Abbigliamento inappropriato, ostensione di oggetti di dubbio gusto (gagliardetti di squadra nemica o cimeli mussoliniani) colpiscono il senso della vista, che pur essendo quello ritenuto principale ha almeno il vantaggio di poter essere distolto. Occhio non vede, cuore non duole. La vista è casomai il senso che interviene per ultimo, quando la sommatoria di tutte le noie acustiche, tattili e olfattive patite supera il livello di guardia e porta a varcare una soglia senza ritorno e a esclamare: «Quello non lo posso più vedere». La sentenza è inappellabile, giacché da quel momento del tal soggetto darà fastidio persino il semplice nome, la sagoma, la sconsolata certezza che sia sempre al mondo.

Molestia che timbra il cartellino tutti i giorni, importunità scevra da assenteismo. Anni fa proprio alla Rai, ma a Milano, si tramandava una leggenda, inverificata, a proposito di un dipendente di rispettabile anzianità aziendale che nel dopomensa esigeva dai colleghi più pivelli un po' di privacy per poter schiacciare un breve ma necessario pisolino in una branda che da tempo immemorabile si era fatto installare a quello scopo nella stanza condivisa. Una pretesa quasi innocente rispetto alla recente notizia delle accuse mosse dalla giornalista.

Se saranno confermate bisognerà, una volta di più, dire che la Rai in certi settori è pura avanguardia. Sì perché a un'allocazione casualmente sfortunata si aggiungerebbe il dolo. E si scoprirebbe così che un ufficio del personale dispone, più o meno formalmente, di una classifica dei dipendenti in ordine di loro potenziale molesto, al fine di assegnarli come vicini di scrivania a chi si vuole fare oggetto di mobbing. Nell'attuale crisi di disaffezione al lavoro, tanti dipendenti sentono il desiderio di cambiare aria. Alla Rai può non trattarsi di una metafora