Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  maggio 14 Sabato calendario


A PASSO DI GAMBERALE - “IL GREMBO PATERNO”: NON POTEVA ESISTERE TITOLO MIGLIORE PER IL NUOVO ROMANZO DI CHIARA GAMBERALE. IN EFFETTI IL SUO GREMBO PATERNO, QUELLO DEL BOIARDO DI STATO VITO GAMBERALE, HA PARTORITO QUALCOSA DI UN PO’ MOSTRUOSO: UNA SEDICENTE SCRITTRICE. GRAZIE A LUI, INFATTI, CHIARA NON E' STATA COSTRETTA AD ANDARE A LAVORARE A 16 ANNI E SI È MESSA, PER PERDERE TEMPO, A SCRIVERE. CE NE FOSSE UNA TRA LE ROMANZIERE ITALIANE ALMENO CHE SCRIVESSE UN LIBRO SENZA METTERE IN PIAZZA I CAZZI SUOI. UNA DICO… -

L’ultimo libro (Feltrinelli obviously) si intitola “Il grembo paterno” e, in effetti, il grembo paterno di Chiara Gamberale, ovvero quello del boiardo di Stato Vito Gamberale, ha partorito qualcosa di importante e un po’ mostruoso: una sedicente scrittrice. Grazie a lui, infatti, la Chiara non ha dovuto andare a lavorare a sedici anni e si è messa, diciamo, per perditempo, a scrivere.  Nel suo caso il grembo paterno, inteso come portafogli paterno di Vito, è stato particolarmente fertile.

Molto più di quello dei protagonisti del suo libro, i Senzaniente, chiamati così “per via dei miei nonni, i genitori di mio padre, che dopo la guerra il poco che avevano se l’erano perso”.  Si sa, tutti noi siamo attratti da ciò che ci manca, che nel caso della Gamberale è la povertà, provenendo lei da un locupletato grembo paterno. Così l’autofiction parte dal falso, la povertà, per giungere all’inautentico. E in mezzo? Una lagna, ma con la scrittrice impegnata a farci capire che lei le cose le sa, le ha studiate.

La bambina, Frida, non ha un padre perché è nata, voilà, da inseminazione artificiale con donatore ignoto (ecchepalle! Sempre la stessa solfa). Ovviamente la mamma è super terrorizzata che, causa l’assenza del padre, la piccina possa avere dei ritardi. Quindi si va, obviously, dallo psicanalista e qui la mamma preoccupata (autofiction) diventa una che deve dimostrare al lettore di aver superato l’esame di Psicologia I:

“Diventare genitori è una questione di adattamento, lo diceva Bettelheim”; “Il comportamento di sua figlia parla di una madre niente male, per dirla con Winnicott” e via di seguito… (poi, più o meno la solita menata dell’anoressia, Adele Magra, e della bulimia, Adele Grassa). Per dirla in breve: ma perché, anziché un romanzo, la Gamberale non scrive un saggio di psicologia su una rivista con peer review e vediamo se glielo pubblicano su Pubmed?

Il romanzo italiano, per lo più, ormai, un prodotto di scrittrici, si divide in due macrogeneri autobiografici.

Il primo, che ha come protagoniste scrittrici tipo Avallone o Gamberale, appartiene a quelle hanno fatto un figlio da poco e queste scrivono esclusivamente del ruolo della madre, come se dalla preistoria a oggi un figlio l’avessero partorito solo loro: mamma indaffarata, preoccupata, senso della maternità, padre assente/presente, mamma separata e cazzi vari.

Ogni libro, ogni articolo sulla qualunque la madre ci finisce sempre in mezzo. Qui, con il “bambina mia, stella, pesciolino e cocorita” della Gamberale ci inserirei anche Nadia Terranova con il suo “Trema la notte” e dichiarazioni del tipo: “Ho 44 anni e sta per nascere mia figlia, le regalerò l’universo e lei me lo spiegherà”. 

Il secondo genere è costituito da quelle che non hanno fatto un figlio o l’hanno fatto secoli fa ma hanno sperimentato diversi uomini: queste non fanno che parlare dei loro rapporti con i maschi, vedi Daniela Ranieri (“Stradario aggiornato di tutti i miei baci”) o Isabella Bossi Fedrigotti (“Tutti i miei uomini”). Ci sono poi vari “romanzi” su lei e il suo amante sposato che non la vuole lasciare la moglie (ma va?) o su lei che si è sposata ma ha fatto una cazzata a farlo (doveva pensarci prima). Nei casi più up-to-date, tipo Viola Di Grado “Sangue blu”, si viaggia verso il lesbo.

Ce ne fosse una, che so, non dico i “Buddenbrook”, ma almeno che scrivesse un romanzo senza mettere in piazza i cazzi suoi. Una dico.