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 2022  maggio 14 Sabato calendario


Contro gli Stati generali della natalità

«Inverno demografico», «emergenza sociale» – c’è qualche cosa di disturbante nel linguaggio utilizzato dalle più alte personalità nell’aprire gli stati generali della natalità, che accentua il disagio, e un certo sconcerto, per il titolo dato all’evento. Gli stati generali di solito coinvolgono soggetti – gruppi sociali, associazioni, persino singoli. Qui, invece, i bambini di cui si auspica la nascita spariscono. Anche senza cavillare sul fatto che si mescola natalità (numero di nati sulla popolazione, ovviamente dipendente dalla composizione per età di questa) con fecondità (numero di nati per donna in età feconda, o al termine della sua vita feconda), fa un po’ impressione questa riduzione dei bambini alla loro pura quantità, che tace le disuguaglianze che i bambini incontrano alla nascita (e anche prima), che riducono le loro opportunità di crescita e di vita. Non sottovaluto i problemi di una società che invecchia rapidamente e apprezzo che si sottolinei che per favorire le scelte positive di fecondità occorre favorire la, buona, occupazione delle madri, con azioni nel mercato del lavoro con una diffusione sistematica e capillare degli strumenti di conciliazione famiglia-lavoro (congedi, servizi), con un riequilibrio della divisione del lavoro e delle responsabilità tra padri e madri. Troppe madri sono ancora oggi escluse di fatto dal mercato del lavoro – e il divario tra madri di figli piccoli e non madri si è ulteriormente ampliato con la pandemia, toccando i 25 punti percentuali, insieme a quello con gli uomini. Questa sì mi sembra davvero una emergenza sociale, tanto più perché la mancata occupazione della madre è spesso una delle cause di povertà minorile, sia nelle famiglie ove è presente solo la madre, sia in quelle in cui sono presenti entrambi i genitori, ma uno solo è occupato e con un reddito troppo modesto.
Accanto alla difficoltà che molte madri sperimentano nell’accedere e mantenere un’occupazione, l’altra «emergenza sociale» che riguarda i bambini e viene ben prima del loro numero insufficiente, è la povertà minorile. L’Italia è da tempo uno dei Paesi sviluppati in cui il tasso di povertà tra i minorenni è più alto che tra gli adulti e molto più alto che tra gli anziani. Nel 2021 si trovava in povertà assoluta il 14,2% dei minorenni, quasi un punto percentuale in più rispetto al già drammatico 2020, a fronte del 9,1% dei 35-64enni e del 5,3% degli ultrasessantacinquenni. A livello famigliare, era in povertà assoluta l’11,5% delle famiglie con almeno un minorenne, a fronte del 5,5% delle famiglie con almeno un anziano. Le più a rischio sono le famiglie con tre o più figli, specie se minorenni. L’incidenza è molto più alta tra gli stranieri, che pure contribuiscono a sostenere sia la natalità (perché sono mediamente più giovani) sia la fecondità (perché la loro è in media un poco più alta) nel nostro Paese, anche se persistiamo a non voler accogliere come cittadini a pieno titolo i loro bambini. Se si considera che nascere e crescere in povertà è altamente predittivo di rimanere poveri tutta la vita e di non riuscire a sviluppare appieno le proprie capacità, appare ragionevole sostenere che la vera tragedia non è la bassa fecondità, ma l’esperienza di povertà cui sono esposti milioni di bambini nel nostro Paese e il rischio di far precipitare in povertà la propria famiglia, i propri fratelli e sorelle, che presenta ogni figlio in più.
Prima dell’inverno demografico dovrebbe preoccuparci la scarsità di risorse di crescita cui sono esposti troppi dei bambini che ci sono e lo spreco di capitale umano e civile che ne deriva, minando la stessa sostenibilità del sistema Paese. Qualcosa si è, finalmente, iniziato a fare con il Pnrr, come ha ricordato il ministro Bianchi ai suddetti stati generali, con l’incremento degli asili nido e del tempo pieno scolastico, a partire dalle aree più disagiate e con le iniziative di contrasto alla povertà educativa e alla dispersione scolastica. Ma fino a che si parla di natalità senza connessioni con le condizioni di vita delle bambine/i e adolescenti che già ci sono si rischia di fare discorsi astratti, dove i bambini scompaiono come tali.