Corriere della Sera, 6 aprile 1952
Nel cinquantenario della morte di Pascoli
Castelvecchio Pascoli, 6 aprile. «Si ricorda, Presidente?», domandò un signore anziano ma ancora diritto e forte. Si era – stamane – nell’aula magna del nuovo istituto magistrale di Barga, pochi chilometri a monte di Castelvecchio Pascoli. Aveva appena finito di parlare, benissimo e in modo avvincente, il professore Mario Donadoni, cui era stato dato l’incarico di pronunciare il discorso ufficiale per il cinquantenario della morte di Pascoli. Il presidente Gronchi si era appena alzato; erano vicino a lui il ministro Medici, il presidente della Camera. Leone, l’onorevole Togni (presidente del comitato del cinquantenario), vari parlamentari, autorità scolastiche di ogni grado, alti prelati tra cui il vescovo di Pisa. C’era anche molta gente, ancora commossa per le alate parole di Donadoni. Giovanni Gronchi si voltò e sorrise. «Altro che, se mi ricordo, caro preside Arrighi!». Ed aggiunse subito: «Eravamo all’università di Pisa. Pascoli insegnava grammatica latina e greca. Ricordo benissimo. Pascoli teneva lezioni in un’aula presso l’ingresso, un’aula molto stretta...». La folla, scendendo, divise i due vecchi compagni d’università. La cerimonia era finita.
La vecchia casa
Era cominciata verso le 10 a Castelvecchio. A Castelvecchio, come è noto, si trova la vecchia casa abitata da Giovanni Pascoli e da sua sorella Mariù. Pascoli, morto il 6 aprile 1912 a Bologna, vi fu sepolto pochi mesi dopo. Vi è sepolta, invece, dalla morte, avvenuta molto più tardi, nel 1953, la dolce e cara Mariù. l corpi del poeta e della sorella sono chiusi in due sarcofagi di marmo bianco posti l’uno sull’altro e contenuti entrambi in una piccola cappella. Nell’interno di questa cappella, stamane, il vescovo di Pisa, monsignor Camozzo, ha officiato la santa Messa. Poco prima, un comitato di cittadini di San Mauro di Romagna, il paese natale di Pascoli, aveva deposto sulle pietre tombali una lampada di bronzo e un vasetto di erba cedrina, un oggetto di produzione artigianale quello, ed una pianta, questa, ambedue tipici di Romagna.
Visitata la casa abitata dal poeta dal 1895 alla morte, il presidente Gronchi ha raggiunto Barga e, come s’è detto, ha ascoltato il discorso del professor Donadoni. Caldi applausi hanno spesso interrotto Donadoni. Ciò è avvenuto quando l’oratore, com’era giusto, ha messo in risalto la rivalutazione che dell’opera del Pascoli hanno compiuto e vanno compiendo le più moderne correnti critiche. «Pascoli – ha detto tra l’altro Donadoni – è stato il primo artefice della rottura formale, il primo a inserire in un testo poetico le folgorazioni frammentarie di cui è ricca la poesia contemporanea».
Subito dopo, la folla accorsa a Barga – che era tutta imbandierata – si è riversata a Castelvecchio a visitare la casa del Pascoli. Guardata con tenera cura fino a non molti anni or sono da Mariù Pascoli, la casa è in condizioni tali che sembra essere stata abbandonata da poche ore dai suoi abitanti. Nella camera da letto di Pascoli, appesi a un attaccapanni a tre gambe di ferro, vi sono un cappotto, una giacca e un cappello del poeta. Dentro, nel cappello, si legge ancora freschissimo il nome del fabbricante artigiano di Bologna. Nell’armadio vi è lo «spolverino che serviva al poeta per proteggersi dalla polvere quando si muoveva in carrozza. Sul letto si trova la medesima coperta bianca che vi si trovava quando Pascoli, in fin di vita, fu trasportato a Bologna. Anche sul letto di Mariù, in tutto uguale a quello del fratello, è stesa una identica coperta di oltre mezzo secolo fa. Pascoli e Mariù dormivano in due stanze attigue, le due testiere dei letti erano appoggiate al muro che divideva le due stanze. 1 letti sono di tubo di ferro e lamiera verniciata, come se ne trovano ancora nelle vecchie case romagnole.
6 aprile 1912
Nulla è stato toccato nella grande stanza che era lo studio di Pascoli. Sopra un tavolo vi sono i bastoni e le canne da passeggio con i pomoli d’avorio che servivano alle passeggiate del poeta, sopra un altro tavolo una scatola ancora a metà piena di sigari; in un mobile a vetri fanno mostra dì sè bottiglie di liquori con le targhe di case italiane e straniere famose al principio del secolo. A una parete è appeso un calendario a fogli quotìdìani. Il foglio visibile reca la data del 6 aprile 1912, sabato santo, ossia quella della morte di Pascoli. Per diventare proprietario di questa casa librata sulla valle del Serchio, Pascoli tribolò non poco. Alfredo Caselli, un droghiere lucchese col quale il poeta aveva cominciato a conoscersi per lettera, lo aiutò amichevolmente a rendere accettabili le richieste del venditore. La casa e il terreno attiguo – un ettaro circa – furono comperati dopo anni di trattative per la somma di poco meno di trentamila lire, pari a circa – crediamo – una dozzina di milioni di oggi. Per effettuare l’acquisto Pascoli dovette vendere le medaglie d’oro che per lunghi anni aveva vinto al concorso internazionale di poesia latina di Amsterdam. Da una veranda della casa si vede Barga con la chiesa e il campanile da cui «il suon dell’ora viene col vento». Nella vallata corre il Serchio, oggi azzurrissimo, con «un rotolio che mai non finisce, quale d’un treno che non arriva mai». Dal lato di mezzogiorno. si scorgono le Apuane, dominate dalla mole aguzza e imponente della Pania. Un nipote di Zi Meo, dell’uomo che badava alla proprietà contadina di Pascoli, recitava sottovoce stamane, guardando con gli occhi socchiusi la Pania coperta di neve: «Su la nebbia che fuma dal sonoro / Serchio, leva la Pania alto la fronte / nel sereno... Io che l’amo il vecchio monte / gli parlo ogni alba, e molte dolci cose / gli dico...».
Egisto Corradi
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