Corriere della Sera, 8 aprile 1952
Dizzie Gillespie in concerto a Milano
Corriere della Sera, 8 aprile 1952
Ieri sera al Nuovo
Adunata di be-bopisti
Per una allucinante tromba negra
Gli angeli trombettieri del Giorno del Giudizio – quelli che daran la sveglia alle infinite generazioni dell’umanità, diligentemente collocate sotterra, o disperse con le ceneri degli antichi roghi al vento, o mescolate con i coralli e le conchiglie nelle sabbie del mare – a tener conto della moda d’oggi dovrebbero esser negri, e forse, quel giorno, riaprendo gli occhi diremo: «Buondì, Dizzy Gillespie! Mi ricordo della tua camicia rosa, del tuo vestito grigio da professore di storia e geografia, della tua spilla ferma-cravatta in oro, della frangia di barba – non si può chiamarla mosca – che ti marca il labbro inferiore, della tua tromba d’oro e delle sue note sovracute e del suoi morbidi balbettii d’amore e di melanconia... Buondì, Dizzy Gillespie!».
Caposcuola – è scritto – del be-bop. Un uomo tarchiato, con la voce un po’ afona, le labbra color prugna, un vasto palo di occhiali da censore di collegio per ragazzi negri. Tutta una storia, mi dicono, alle spalle: e, mi dicono, tutta una gloria: uno dei re dell’ebanite, uno, cioè, dei re dei dischi. New Orleans, Chicago, le orchestre negre nella reclusa periferia delle grandi città industriali, una remota eco di schiavitù, di ribellioni, di insistenti melanconie. Serenate color ebano sotto ad una luna color d’oro, come un girasole. Febbre dei «be-bopisti» – permetta il lettore che li chiami cosi – da tre giorni in allarme per l’adunata degli squilli perentori della famosa trombetta: ragazzi che, per una settimana, non compreranno più una sigaretta. Arrivano i masticatori di chewing-gum, ragazzotti dai capelli a cresta di infuriato galletto (si pettinava cosi anche Lord Byron), studenti scappati dall’ultima ora di ripetizione o che hanno bigiata la scuola serale. Numerosi i capotielli, le capottine, i sacchi a campana alla Montgomery. Dichiarata simpatia per le cravatte a colori vistosi, e, anche, per la camicia senza cravatta, a grossi disegni scozzesi. La maggioranza del pubblico va dai sedici ai venticinque anni. In poltrona un signore dai capelli grigi, che ha trovato finalmente la «sua» musica, ogni tanto si alza, si dimena, accenna addirittura, se potesse, una mezza capriola di felicità. Ragazze che di rado si vedono a teatro, scortate da cinque o sei giovani capelluti scudieri, «be-bopiste» anche loro. La musica della tromba le avvolge, con le sue serpentine, come un nastro: eterna ripetizione del mito di Eva e del Serpente.
I suonatori in abiti grigi, in abiti blu, in abiti color cannella. Siano lontani dalla messa in scena delle prime orchestre-jazz (mi si garantisce che con l’arcaismo di New Orleans non avessero nulla a che fare: stavano al jazz puro come i pittori picassiani stanno al Pablo Picasso del «bateau-lavoir» di Rue Marignan) che sbarcavano sul nostro continente in frack rosso e con tamburi foderati di madreperle. Si vuol marcare, anche negli abiti dissimili, nei pantaloni senza piega, nei colletti delle camicie sformati, l’improvviso, l’imprevisto, il «senza maschera» del be-bop, di stile antiromantico, nel quale s’impone la buona tecnica tagliente, gelida, senza velature e senza ombre. Quando suona, Dizzy Gillespie gonfia le gote meno poetiche del mondo, due sacchi, due borse, due vesciche nelle quali potrebbero trovar posto due cocomeri. Quando accenna un passo di ballo, è per una figurazione goffa, quasi primordiale, di quello che con parola solenne si chiama la concupiscenza. Le sue note sovracute lavorano direttamente sul midollo spinale, vuotano il cervelletto e lo riempiono di una strana luce di magnesio. Non c’è – pur nelle sue intenzioni astratte – musica meno astratta, più profondamente narrativa della musica-jazz. Essa narra, senza enigmi e senza ermetismi, il sentimento più antico degli uomini: l’amore; né più né meno di quanto non si facesse al tempo in cui si cantava «Su dunque amiamoci donna celeste d’invidia agli uomini – sono per te!» o si diceva: «Per te sola sospiro – d’amore cosi – dall’aurora al tramonto del dì». Più scopertamente consacrata ad Afrodite; ma, gira e volta, il sentimento, il nervo, il tema è sempre quello. La donna, cacciata a pedate dai quadri e dai piedestalli delle arti figurative, ritorna con gli idoli di rotonde e dolcemente incavate pietre dello scultore Moore, con i feticci di Dalì, con le invocazioni delle trombe di Duke Elllngton e di Dizzy Gillespie, dei quali si innamorerebbe una Bovary 1952, così come l’altra si innamorava del tenore della «Lucia». Strana musica, strano colloquio d’amore con l’invisibile Afrodite: queste musiche hanno il tono di velluto e le enigmatiche screziature delle ali con le quali meravigliose farfalle dei tropici si muovono nel volo nuziale. Un tema per Weininger e per Freud, o per uno studioso di biologia, se avesse la pazienza e l’acume che ha avuto Fabre a studiare gli scarabei innamorati e i loro misteriosi viaggi sul filo dell’istinto.
Successo clamoroso: con applausi appassionatamente intercalati con fischi e sibili, all’uso americano. Le pagine più convincenti, al di fuori dell’acrobazia, sono quelle dedicate a mesta storie e confessioni patetiche dell’eterno povero negro, che, del resto, è anche l’eterno «povero bianco». Bis, tripudio finale, e la platea che muoveva tutta le spalle a «ritmo», come nel rito di una Salammbò 1952
Orio Vergani