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 1922  aprile 20 Giovedì calendario

Il gran pranzo diplomatico per la Confefrernza di Rapallo

Ai margini della conferenza
Pranzo diplomatico
di Arnaldo Fraccaroli
Corriere della Sera, 20 aprile 1922
Genova, 19 aprile
Non avviene spesso di veder disposte attorno ad una tavola la bellezza di 30 nazioni. E di vedere mangiare. Il banchetto era offerto dal Governo italiano ai rappresentanti di tutti gli Stati convenuti a Genova per la Conferenza. L’invito era partito alcuni giorni addietro quando il cielo era sereno, ma è arrivato ieri sera, quando il cielo di Genova s’era messo a pioggia e il cielo della Conferenza s’era messo addirittura a “tempesta. Diciamolo subito: non è un pranzo eccessivamente gaio. Il giorno innanzi era scoppiata la bomba del trattato separato russo-tedesco: sorpresa, proteste, indignazione. Nella giornata s’erano avute le due lunghissime riunioni a Villa. Raggio, a Cornigliano; minaccia, di mandare tutto all’aria, nota di deplorazione alla Germania, esclusione della Germania dalle ulteriori trattative riguardanti la Russia.... Musi lunghi, espressione imbronciatissima.
Trenta nazioni a pranzo
Con questa piacevole preparazione d’animo le trenta nazioni si sono messe a tavola, sala magnifica, vastissima, in grigio e oro: una delicata tonalità di perla che scintillava nella luce del lampadario immenso. L’antica sala da ballo del Palazzo Reale ridotta a sala da banchetto per le nazioni. I rappresentanti delle nazioni arrivavano in blocco: sfilare d’automobili giù nel cortile, corteo di abili neri su pel gran scalone, confusioni di lingue, occhiate indagatrici ai colleghi che precedono, occhiate diffidenti ai colleghi che seguono: sono tedeschi? sono russi? sono francesi? sono con noi? sono contro di noi?
Sull’alto delle scalone le braccia misericordiose del Cerimoniale accolgono gli ospiti: il Cerimoniale non ha opinioni e sorride a tutti con eguale buona grazia. Gli ospiti hanno avuto del tatto: non per nulla sono diplomatici: arrivano al momento giusto, per evitare discorsi prima di mettersi a tavola. Le parole non esercitano molta seduzione, quando non si vorrebbe dire che male parole. E la diplomazia non deve mai dire male parole: dunque, tacere. Ora ecco, tutti a tavola. Con saggia disposizione strategica il cerimoniale ha disseminato qua e là i delegati delle varie Missioni: niente blocchi, niente gruppi, soltanto persone. Un neutro messo a fare da cuscinetto tra un francese e un tedesco, un italiano notoriamente pacifico collocato a impedire contatti diretti fra un russo e un romeno, un giapponese piantato a dividere i confini tra l’Inghilterra e la Germania... La scienza del buon accordo, praticata con gli isolatori.
L’ombra di Rapallo
Centotrentasei commensali, trenta nazioni: la più fantastica assemblea del mondo, il vero banchetto delle nazioni! Chi sa quale gioia il provveditore alla mensa aveva immaginato come corona del buon pranzo, e quale conviviale gaiezza attorno la tavola infiorata, tra la folla dei bicchieri e lo scintillio dell’argento! Ahimè, questo primo banchetto al quale sedevano finalmente dopo tanta guerra, amici e nemici, vincitori e vinti, trova aggravata la difficoltà di un primo incontro a tavola dallo scoppio del trattato che ha diffuso un’atmosfera di freddezza! La tavola potrebbe unire, ma il trattato russo-tedesco divide... A tavola dunque! S’era parlato della possibilità di qualche diserzione: si diceva che forse i russi... si diceva che forse i tedeschi... si diceva che perfino i francesi piuttosto di... invece no, ci sono tutti. E tutti brillantemente in frack: meno due o tre che si sono gettati fra le braccia una giacca piuttosto nera: e c’è fra costoro anche un deputalo italiano con molti capelli e con una vistosa croce di cavaliere. Si comincia con un brodo. Bollente ma non riscalda. Facta presiede sorridente: è uno dei pochi che si permettono di sorridere. Al petto ha la fascia verde di gran cordone dei Santi Maurizio e Lazzaro, e la decorazione italiana è portata anche da Schanzer, da Barthou, da Lloyd George. Molte decorazioni in giro: ma i delegati tedeschi (Rathenau è imponente ed elegantissimo) non ne hanno nessuna perché la nuova Repubblica non le ammette.
Falce, martello e frack
I russi, che sono tutti irreprensibilmente in frack, portano all’occhiello la placchetta dei Soviet. Cicerin anzi ha nell’occhiello di sinistra l’emblema dei Soviet e nell’occhiello di destra una rosa fresca. Fra i russi è Krassip che vince in eleganza i compagni. L’abito nero di cerimonia gli è abituale. Cicerin è alla sinistra (cioè dalla parte della rosa) del principe generale Gonzaga, comandante il corpo d’armata. Rathenau, calvo, occhi penetranti indagatori nel viso glabro, siede vicino al marchese Visconti Venosta. Parlano molto. Hayashi, delegato giapponese, è mirabile nella sua posizione di samurai: ha il petto costellato di decorazioni che sembrano tratte da una figurazione dello zodiaco. Litvinof grosso rosso sbarbato siede dinanzi a Thomas, direttore dell’Ufficio internazionale del lavoro. Una nota vivace, fra il bianco e nero degli abiti di cerimonia, una nota paonazza; l’arcivescovo di Genova. Lloyd George sembra avere depositato al guardaroba, col suo mantello, anche la sua abituale gaiezza. Speriamo che la ritrovi all’uscita. Siede fra Facta e Schanzer e parla continuamente con Schanzer. A un certo momento fa segno di no con la mano due o tre volte. E accompagna il gesto con una smorfia. Ma non deve essere per rifiutare la portata. L’aragosta infatti è eccellente. Il segno di rifiuto è indirizzato senza dubbio a qualche altro piatto meno stuzzicante. Barthou mangia coscienziosamente parlando pacato coi vicini. Benes, il ministro cecoslovacco degli esteri, fra i tournedos e gli asparagi insinua qualche frase al suo vicino il quale è nientemeno che Rathenau. E Rathenau risponde, di modo che alla selvaggina il dialogo si trova assai bene, avviato. È noto che Benes ha una tendenza spiccatissima a funzionare da mediatore. Forse sta tentando. Ma al dolce Rathenau viene distratto dall’altro suo vicino, il marchese Visconti-Venosta. Tema di dolce: della inutilità dei dolci a tavola quando si stanno elaborando delle possibili mediazioni…
Chi rompe il ghiaccio
I russi non sono loquaci: mangiano con attenzione, con scrupolo quasi. Forse è un’attenzione puramente diplomatica, per far credere di essere molto occupati e non venire disturbati da domande. Ma nessuno ha voglia di fare domande. Tutti i commensali (perfino i neutri, poverini, che logicamente non c’entrerebbero per nulla) mangiano con compunzione, con una specie di cautela come se avessero paura di compromettersi. Verrebbe voglia di domandare: «Scusi, per favore, è morto qualcuno?».
Le portate si seguono. Arriva il dolce, ecco il momento dello spumante. Si dice tanto male dei brindisi a fine di tavola. Ma se sapeste la tristezza di un centinaio di bottiglie che si stappano senza l’eco di una parola, ma se sapeste la malinconia di 136 coppe che si riempiono di vino biondo senza che il suo gorgogliare venga accompagnato dal discreto zittire che fa da battistrada al brindisi brillante!...
Parlare? Chi oserebbe? E che cosa dire? Due ore innanzi, metà di questi commensali hanno scritto e firmato parole severe contro altri personaggi che siedono alla stessa tavola e questi altri personaggi, due giorni innanzi, hanno firmato un documento che è venuto a guastare la Pasqua e tante altre cose. La diplomazia italiana li ha riuniti ed è già una gran vittoria, ma c’e tanta freddezza nella sala dalla tonalità di perla... Durante il banchetto pareva che ognuno misurasse mentalmente il lavoro conviviale che ancora restava da fare, come un dovere da compiere. Ancora due portate! Ancora una! Che piacere potersi finalmente alzare! II sollievo è stato dato per fortuna da tre esperimenti di fotografie al magnesio dopo lo spumante. Al terzo, con la scusa del fumo e del profumo provocato dal magnesio, Schanzer e Lloyd George sono scappati via, nella galleria dei passi perduti. E tutti gli altri, dietro.
Nella galleria lunghissima, tutta a specchi (l’antica sala reale da pranzo) i gruppi delle nazioni si sono finalmente ricostituiti: mangiare separati, passi, ma almeno digerire assieme. Gli spagnuoli fanno gruppo intorno al marchese Villa Urrutia, ambasciatore a Roma. Lodano galantemente ogni cosa: l’organizzazione della Conferenza, il pranzo, lo spirito conciliativo degli italiani. Motta è il delegato di collegamento fra i neutri. I Baltici, ultima creazione della pace, si isolano per parlare fra loro e ricevono con effusione la visita del polacco Skirmunt. I russi, forse per non lasciarsi andare a parlare, si sfogano nel mandare in fumo molti sigari: ma Cicerin a un dato momento smorza il grosso sigaro e accende una animata conversazione con Thomas.
Il ministro Barthou e il suo collega francese Colrat sono molto amabili con gli italiani e confidano che malgrado attentati, la Conferenza possa arrivare al risultato di bene. Sono di spirito molto conciliante.
Terzetto italo-anglo-tedesco
In una saletta accanto viva e lunga discussione fra Lloyd George. Schanzer e Visconti Venosta. Ad un tratto Visconti Venosta si stacca, si avvicina a Rathenau e intavola un discorso, sottovoce. Visconti Venosta offre un sigaro a Rathenau che lo accetta. Buon segno! Rathenau offre del fuoco a Visconti Venosta, che vi accende la sua sigaretta. Bene bene! Vuol dire che si stanno riallacciando i rapporti. Dopo il fumo verrà l’arrosto. Si avvicina sir Robert Horne, Cancelliere dello Scacchiere: il duetto diventa un terzetto. Si sta veramente lavorando per la ripresa: vedremo presto il risultato di questo dialogo dalla decisione. I discorsi, il fumo, le occhiate negli specchi (ma che ci siano dunque dei vanitosi anche fra i diplomatici?) continuano ancora per qualche poco. Poi qualcuno si squaglia. Tra i primi è Lloyd George il quale naturalmente si squaglia all’inglese. Rathenau, alto, duro, calvo, si accomiata con molta cerimonia dagli altri due del terzetto. I delegati si avviano all’uscita. Il memorabile pranzo diplomatico, il più grande pranzo diplomatico del mondo, è finito. Che respiro in molti! Giù per lo scalone si sente ridere: la prima risata di tutta la sera. La provocò involontariamente Lloyd George con una sua parola. Vuol dire che al guardaroba col soprabito ha ritrovato anche la sua gaiezza
Arnaldo Fraccaroli
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