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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Intervista Vincent Lindon

Da “Titane” a “Un autre monde” per l’attore francese è di nuovo un momento d’oro “Ma non chiamatela resurrezione”
Vincent Lindon è il volto dell’uomo qualunque nel cinema francese contemporaneo.
Le rughe profonde, l’espressione segnata, lo sguardo ribelle, a volte sconfitto, sempre portatore di dignità nella sua lotta contro il capitalismo contemporaneo. Una figura che occupa un posto unico, un eroe della classe operaia (anche se figlio nella realtà di un piccolo industriale), più volte accostato in patria a Jean Gabin. A 29 anni, quando divenne famoso al fianco di Sophie Marceau in Il tempo delle mele 3, sembrava più vecchio e sciupato della sua età. Oggi che ne ha 62 ha sorpreso con il fisico scolpito del pompiere distrutto dal lutto nel film Palma d’oro Titane, ruolo per cui è dato in corsa per l’Oscar. Negli oltre sessanta titoli che s’accumulano in una filmografia mai scontata, in un continuo reinventarsi, il filone sociale è diventato una costante.
Con Stéphane Brizé Lindon ha girato cinque film, tra cui La legge del mercato nel 2012 per cui è stato premiato come miglior attore a Cannes. L’ultimo, Un autre monde (alla scorsa Mostra di Venezia, in sala a febbraio con Movies Inspired), lo vede in giacca e cravatta, manager a cui viene chiesto di licenziare sette dipendenti per salvarne molti altri. Camicia aperta, voglia di chiacchierare, ragionare, provocare, ricordare, Lindon s’affaccia da Parigi via zoom in occasione dei Rendez-vous del cinema francese di Unifrance.
Dopo averla vista operaio in lotta, in questo film la ritroviamo dall’altra parte della barricata.
«Mi interessava molto la prospettiva di questo film, la scelta a cui è costretto il protagonista. In questo mondo folle siamo ancora capaci di reagire? Di capire se il coraggio è fare ciò che ci viene chiesto e che troviamo ingiusto, o invece è avere la forza di dire basta?
L’azienda gli mette cinicamente sulle spalle la scelta: se non lo fai tu lo farà qualcun altro, ti chiediamo di mandar via sette persone per far sopravviere la compagnia, altri 50 potrebbero non andare avanti per colpa tua. Con questa pressione è difficile realizzare che la domanda è sbagliata, il sistema non funziona e tu hai diritto di dire no».
Un film come questo è un atto
politico, come gli altri con Brizè?
«Sì, è il mio modo di esprimermi. Se un film cambia la prospettiva anche a un solo spettatore vale la pena farlo. Ma voi lo sapete, perché c’è stato un momento in cui il cinema politico è arrivato a coincidere con il cinema italiano, da De Sica e Pasolini a tutti gli altri, c’era quasi un obbligo culturale di affrontare le differenze sociali. È importante fare film che testimonino il presente, perché resti una traccia. Non significa che le cose miglioreranno, ma si dirà che la Francia nel 2021 era questo. Magari i conflitti sono gli stessi di quarant’anni fa, ed è terribile, significa che la cultura non ha i mezzi per fermare i carri armati dell’innovazione».
Quali fattori giocano nella sua scelta dei ruoli?
«Non c’è una pianificazione, seguo l’istinto. Con l’età vuoi impiegare il tempo in cose in cui credi. Faccio film che la notte mi fanno dormire tranquillo, se poi piacciono al pubblico sono felice, ma non è questo che determina le scelte».
Negli ultimi due anni ha fatto film importanti.
«Sì. Ma non parliamo di resurrezione, come hanno fatto vedendo i muscoli messi su per Titane, perché non sono morto. La mia carriera è una continua, lenta scalata, non sono in cima, ma è difficile che cada. Ogni sei, sette anni ci sono film che ti fanno fare un salto, nel 1988 fu Il tempo delle mele 3, poi anni di niente, poi L’odio, poi niente, poi L’amore sospetto, poi niente, e Welcome, La legge del mercato, Titane, ora questo film. È stato un anno eccezionale, tra Cannes, Venezia e ora la Berlinale con il film di Claire Denis, Avec amour et acharnement, con Juliette Binoche, un triangolo di passioni».
I critici negli Usa la danno in corsa per l’Oscar con “Titane”. Ci spera?
«Non voglio mentire: sì. A 62 anni l’Oscar mi piacerebbe moltissimo.
Ma penso di essere in una rosa che non è stretta come la cinquina, anche perché la platea dei critici è diversa da quella dell’Academy, anche sul fronte anagrafico».
Qual è stata la forza che l’ha spinta a fare l’attore da ragazzo?
«Mentirei se parlassi di fuoco sacro. Nessuna vocazione, non era un lavoro che volevo fare. Ero in vacanza con gli amici, avevo 24 anni, mi chiamò mio padre: “Che intendi fare a settembre quando torni con le tue fottute dita molli a casa?”, tuonò. Gli risposi: non ti preoccupare, papà. Sono andato a una scuola di teatro, ho fatto il provino e sono entrato.
Dell’infanzia rimpiango di non aver ascoltato i professori. Se avessi capito come stavano le cose avrei studiato matematica, scienze e oggi sarei un professore di medicina, il mio sogno. Il cinema è una passione, ma amarlo non significa amare di farlo. Ora faccio sempre meglio una cosa che amo sempre meno. Forse perché ne sono consapevole. Da giovane avevo paura del set, a quarant’anni di non essere abbastanza bravo, a cinquanta di non tenere la qualità alta dall’inizio alla fine. Oggi, a sessanta, ho paura prima di ogni ciak. Mi riconosco in Lewis Hamilton, quando dice “ho paura di guidare perché so cosa significa”».