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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Un libro sui muscoli di Schwarzenegger


Sono stati scritti libri sullo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, e sugli asparagi e l’immortalità dell’anima ( rispettivamente, Pirsig e Campanile). Allora, perché non su Arnold Schwarzenegger e il bodybuilding? Fabrizio Patriarca è, d’altra parte, l’autore di Leopardi e l’invenzione della moda,
premio Cardarelli come miglior opera prima di critica letteraria, un saggio raffinato e giocoso in cui il postmoderno veniva anticipato di un paio di secoli.
Il problema di Pumping Arnold (appena uscito da 66thand2nd) è casomai il target. Se quello su Leopardi era inusitatamente ma incontrovertibilmente un saggio di critica letteraria, questo si rivolge un po’ agli appassionati di cinema ( sezione nerd anni Ottanta/ Novanta) un po’ agli atleti di bodybuilding (Patriarca si mette personalmente in scena come un culturista dilettante) rimescolando il tutto in un brodo primordiale di cultural studies, filosofia dello sport e semiologia dell’immagine, per giunta in una cornice narrativa ironica e paradossale: i dialoghi dell’autore con i frequentatori di una palestraccia romana, il tipo di lettore più improbabile per un volume dotto come questo eppure profondissimo per esperienza diretta del suo contenuto e delle sue implicazioni. Perciò: da un lato le citazioni di Deleuze e Barthes, dall’altro la barzelletta sul culturista insensibile alle femmine.
Al centro, comunque, rimane sempre il corpo glorioso dell’attore/ bodybuilder/ politico austriaco naturalizzato statunitense, le sue pose statuarie, le sue battute, le sue interviste, i suoi film. Soprattutto uno, Pumping Iron, che da noi uscì col titolo Uomo d’acciaio, documentario di George Butler portato a termine nel 1977 dopo diverse false partenze e infine diventato un clamoroso successo di critica e di pubblico – oltre che un potentissimo viatico alla popolarità di massa e alla rivalutazione critica del bodybuilding, dei suoi riti e della sua estetica. Dentro quel film c’era Lou Ferrigno a un passo da Hulk ma soprattutto Schwarzenegger del quale veniva filmata l’ultima competizione (che gli fruttò la sesta vittoria del titolo di Mr. Olympia) prima di immergersi totalmente nel mondo del cinema. Pumping Arnold parla soprattutto di questo documentario, citandolo, dragandolo, abbandonandolo e poi immergendovisi di nuovo, facendone oggetto di critica puntuale oppure utilizzandolo per alzare il bersaglio e allargare il discorso.
Il libro non vuole dunque essere una ricognizione completa sulla figura di Schwarzenegger e/ o sulle sue esperienze cinematografiche: per quelle esistono già biografie canoniche e volumi più “regolari”. Qui si riflette sull’immagine dell’attore/atleta innanzitutto come autorappresentazione, a far cardine sulla partecipazione nel ruolo di se stesso in Pumping Iron. «Il marchio costitutivo di Arnold nel film di Butler», scrive Patriarca, «l’as himself, permane per tutto il corso della carriera». Di lì in poi, la maschera tetragona e teutonica di Schwarzenegger, e il suo corpo scolpito nella carne e nella celluloide, hanno infatti prevalso sulle storie e sui personaggi: Predator, Terminator, Atto di forza, non sono solo film di John McTiernan, James Cameron e Paul Verhoeven ma anche e forse soprattutto film di Arnold Schwarzenegger, opere nelle quali la figura, le caratteristiche e la popolarità dell’interprete impallano il character.
La punta dell’iceberg è probabilmente Last Action Hero, in cui Schwarzenegger arrivò a mettere in scena se stesso, con nome e cognome, come protagonista di blockbuster sanguinosi e fracassoni ( un film che, pur portando un bel po’ d’acqua al suo mulino, Patriarca però sceglie di non menzionare, forse per amore di quella sprezzatura a cui dedica alcune righe gustose).
Colto divertissement con anabolizzanti filosofici, Pumping Arnold alterna affermazioni apodittiche («Arnold è al di qua della trascendenza» ) e ampi dibattimenti sul corpo come forma di linguaggio, giocando allegramente con l’alto e col basso. E verso la fine arriva pure l’affondo che non ti aspetti: «Posso dirlo? Italo Calvino sulla leggerezza aveva torto marcio. Oggi infesta la nostra vita: tutti drogati di leggerezza». E via un elenco di evitabili rarefazioni: «Le copertine “leggere”, con volto di donna affacciata. La politica “leggera”, appesa al leggerissimo cappio di Twitter. Le soluzioni “leggere e versatili”. I frittini “leggeri”». Viva invece Arnold Schwarzenegger che è pesante in tutto ( nella stazza, nell’immagine, nei suoi personaggi iconici, perfino nel suo senso dell’umorismo), e dietro di lui l’antro mitologico della sala pesi, ingombra di gravi congegni e carrucole, dove «l’indubbia dimensione nevrotica del bodybuilding mette a nudo, nella sua libera adesione alla pesantezza, le nevrosi del mondo leggero». Si può non essere d’accordo ma è comunque ben scritto.