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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Storia degli indici analitici dal Medioevo a Google


Jean Cocteau definì il romanzo un dizionario in disordine. Avrebbe potuto mettere “indice analitico” al posto di “dizionario” e si sarebbe avvicinato di più alla verità. L’indice è scevro delle pretese magniloquenti del dizionario: non mira a definire, solo a elencare. Come un lettore maniaco della precisione, l’indicizzatore si propone di mettere in ordine (di solito alfabetico) le parole più importanti usate in un libro, indicando al contempo la pagina in cui ciascuna appare e, spesso, il contesto. All’interno del testo le parole ricorrenti compaiono ogni volta identiche; nell’indice assumono vari toni e sottotoni, gradienti di importanza e suscitano fulminee associazioni. “Napoleone” in un manuale di storia è solo un personaggio; nell’indice analitico è Napoleone, imperatore, 214; Napoleone, madre, 24; Napoleone, campagna d’Egitto, 87; Napoleone, Sant’Elena, 258... e così via. L’indicizzatore è un lettore puntiglioso che finalmente riceve il meritato omaggio in questo libro dotto e arguto opera di Dennis Duncan, docente della UCL di Londra. «In italiano – spiega la traduttrice Clara Baffa – si usa comunemente il termine “indice” per indicare il sommario (in inglese: table of contents), anche se negli ambiti più tecnici il termine viene usato esclusivamente per gli indici di tipo analitico (in inglese, appunto: index). Rifacendomi a questo uso, e per non appesantire la lettura, nella traduzione userò in genere “indice” nel senso di “indice analitico”».
Il dizionario definisce l’indice analitico «elenco in ordine alfabetico delle persone, degli argomenti, dei luoghi o dei fatti notevoli presenti in un libro con il numero della pagina in cui sono citati», ma il termine indice ha subito contaminazioni riferite alla censura ufficiale ( l’Index Librorum Prohibitorum della Chiesa di Roma soppresso nel 1966) e alla borsa (l’indice Dow Jones e i suoi fratelli usurai). Nel migliore dei casi l’indice rivela i meccanismi interni di un testo, gli astri che compongono la sua costellazione, consentendoci la visione degli universi testuali attraverso ogni suo punto illuminante. Nel peggiore riduce il libro in frammenti scollegati, schegge dell’originale infranto. Jonathan Swift, citato da Dennis Duncan, paragona i lettori che partono dall’indice per esplorare il libro a viaggiatori che entrano in un palazzo dal gabinetto. Ma grazie all’indice i lettori diligenti e seri possono localizzare le aree di esplorazione di proprio interesse, riuscendo a orientarsi nell’intricata giungla di libri come Anatomia della malinconia di Burton o I commentari di Piccolomini; i lettori pigri e maliziosi possono puntare la lente su Pratiche sessuali, malinconia come esito di.
Duncan propone una vivace e creativa cronistoria dell’indice nelle sue molteplici incarnazioni: indici biblici, cataloghi dei soggetti in ordine alfabetico, elenchi dei personaggi e dei luoghi nella narrativa, temi specifici in opere poetiche e teatrali, come le emozioni dei personaggi di Omero e Shakespeare. Tutto ciò rientra nella categoria dell’indice analitico di cui Duncan attribuisce l’origine alla crescente esigenza nei monasteri e nelle università medievali di metodi nuovi e più scientifici di lettura, «di usare i libri», dice, «per veicolare i rispettivi mezzi di espressione orale: la lezione e il sermone». E Duncan propone due possibili “padri dell’indice”, entrambi del tredicesimo secolo: Robert Grosseteste e Hughes de Saint-Cher che crearono sistemi di accesso alle arterie interne al testo simili all’indice analitico.
Tra i moderni utilizzi letterari dell’indice, Duncan indica il classico esempio di Fuoco pallido di Vladimir Nabokov. Il romanzo è costituito da un poema di 999 versi intitolato Fuoco pallido scritto dal poeta John Shade con prefazioni, note e indice ad opera del suo collega Charles Kinbote (entrambi i personaggi sono immaginari). L’indice di Kinbote è in sé un’opera di narrativa destrutturata che consente al lettore di scoprire, ad esempio, «il fatto che la z di Zembla venga dopo tutte le altre lettere, a portarci a questo punto, una voce senza ne, una meditazione sulla nostalgia e sulla follia dell’esilio».
Duncan cita altri esempi, ma nessuno di quelli recenti, interessantissimi, l’esperimento Oulipo ad opera dell’autore francese Ambroise Perrin che nel 2012 ha cercato di mettere Madame Bovary dans l’ordre. Il libro di Perrin è, nella sua interezza, un indice. Elenca in ordine alfabetico e lungo sei colonne verticali in ogni pagina, ogni singola parola, numero e segno di interpunzione che appare nell’edizione Charpentier del 1873 del romanzo di Flaubert. Et ad esempio ricorre 2812 volte occupando quasi nove pagine intere. La compare 3585 volte, le 2366 e les 2276, elle 2129 e lui solo 806, il che consente al lettore malizioso sopracitato di dedurre da quale punto di vista il romanzo tratta il tema del sesso.
Duncan conclude con confortante ottimismo: «Guardando al futuro, constatiamo che il libro, il buon vecchio libro di carta e inchiostro, con le sue pagine impossibili da spostare e la sua rilegatura, si è dimostrato resistente agli attacchi del suo erede digitale. Almeno per il momento», auspica Duncan, «mantiene il suo ruolo di simbolo dominante delle nostre imprese intellettuali, in bella mostra sui nostri scaffali e sugli stemmi delle grandi università. E finché ci muoveremo nel territorio della carta stampata, l’indice, figlio dell’ingegno ma antico quanto quelle università, continuerà a farci da bussola».