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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


A cent’anni dalla morte di Verga


Ipolsi grossi e tozzi di Mastro don Gesualdo sono diventati sottili, le mani ruvide sono adesso lunghe e morbide e “la roba” è ora è immateriale: mastro don Elon Musk cerca ancora la Salonia e “i seminati d’oro” di Gesualdo, ma nello spazio: “Space X”. E «la terra che fa miracoli», sono i big data che diventano sempre più big. Le «quaranta salme di terreni, tutti alberati!» oggi sono i futures comportamentali. «Ti rammenti i belli aranci che anche tua madre, poveretta, ci si rinfrescava la bocca, negli ultimi giorni!… 300 migliaia l’anno, ne davano! Circa 300 onze!». L’Alìa e la Canziria sono il Kuiper Project di mastro don Jeff Bezos. La roba è entrata in orbita a duemila chilometri sopra la Terra, la roba da conquistare non sono più «i pascoli di Passaneto», «le fattorie grandi quanto un paese nella piana di Catania», «le galline a stormi», e «le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava». Oggi la roba sono 100 mila satelliti civili per i servizi a banda larga e per aggredire il clima. La roba da possedere, la roba di Giovanni Verga è il capitalismo della sorveglianza.Eppure, non hanno mai saputo di somigliare a Mastro don Gesualdo Elon Musk, con i suoi 274,7 miliardi di dollari di “roba”, e Bernard Arnault, che accumula champagne e profumi come Gesualdo terre seminative e pascoli, e così Bill Gates, Mark Zuckerberg e gli altri che hanno scalato la classifica di Forbes degli uomini più ricchi di un mondo che è paese come la Vizzini di Verga era mondo.E va bene che si tratta di classici, e dunque di libri che (forse) abbiamo già letto ed è d’obbligo rimpiangere di non leggerli più, ma il Gesualdo di Verga ancora arreda il mondo: non personaggio, come si dice, realmente esistito, ma una folla di personaggi che dopo di lui esisteranno. Gesualdo non è tutti i capitalisti del mondo, che a questo ci hanno pensato Brecht e Thomas Mann, ma è l’inventore della roba, che, dice il Mastro, «non è di chi l’ha, ma di chi la sa fare», sia che si tratti delle «lunghe file di aratri e dei buoi che passano il guado lentamente con il muso nell’acqua scura», o si tratti di software, social network, app e intelligenze artificiali. Dunque Gesualdo è tutti gli uomini-roba del mondo come Bellodi è tutti gli investigatori antimafia, Renzo e Lucia sono tutti i promessi sposi, Ulisse è tutti i vagabondi, Pinocchio è tutti i bambini del mondo.E infatti Gesualdo «dormiva accanto ai suoi covoni, con gli occhi aperti, e lo schioppo tra le gambe» e non si lavava e puzzava come Steve Jobs, che anche lui non si lavava e puzzava, e dormiva in un garage abbracciato al computer e ossessionato dalla mela. E Steve esplodeva nella collera mentre Gesualdo la inghiottiva, ma la resa dei conti era spietata: Jobs licenziava su due piedi, in ascensore, e il Mastro: «com’è vero Dio!... Io l’ho fatto e io lo disfo!». Entrambi vivevano per mangiare il mondo « Stay hungry, stay foolish, siate affamati, siate folli», due poveri coraggiosi e sfacciati, due inventori di ricchezza, non il denaro ma la roba, le zolle e il mouse, il design e il virtuale, don Gesualdo puntocom, Palazzo Rubiera, Palazzo La Gurna e il globo globalizzato, la roba che anche a Steve Jobs faceva stropicciare gli occhi e tremare la voce: «gli tremavano le mani, gli si accendeva tuttora il sangue in viso, gli spuntavano le lagrime agli occhi: – Mangalavite, sai… la conosci anche tu… ci sei stata con tua madre… benedetto sia tuo nonno che vi lasciò le ossa!…».Le ossa, la morte, le epidemie, la malaria, il colera…: ci sono anticipati in Verga, nei suoi caratteri e nell’antropologia modellata dalla roba, non solo l’epica della decadenza che nel Gattopardo diventerà spettacolare poesia, ma anche “il gusto della catastrofe” che spingerà l’irriverente Alberto Arbasino alla parodia di Padron ’Ntoni che a lui pareva “orrendo” come la mediocrità. A volere cercare il vero nel verismo, quel che più somiglia alla tragedia della Provvidenza è il naufragio della Costa Concordia di Schettino in una secca, in un tratto di mare chiuso che non ha nulla dell’Oceano che, 29 anni dopo i Malavoglia, travolgerà il Titanic. Il mare di Aci Trezza, il tratto d’acqua da Aci a Capomulini, è poco meno di Porto Santo Stefano-Isola del Giglio, mare da nuoto e barca a remi e non da avventura. Nella tragedia italiana della Costa Concordia, che ancora ci commuove e ci indigna, c’è la metafora del rapporto irrisolto tra la penisola (che vuol dire quasi isola) e il mare che tanto la circonda. È un mare tradito, è un mare negato?Studiando il Mediterraneo, lo storico siciliano Tino Vittorio ( Anteo, saggio marinaro sulla questione meridionale, Maimone Editore) arriva anche a Giovanni Verga, «che era di Vizzini e conosceva e frequentava poco il mare». Di sicuro non è da marinari immaginare che la ricchezza mercantile sia di lupini, e va bene che i Malavoglia erano poveri ma non che «diventavano bianchi e si strappavano i capelli, per quel carico di lupini che avevano preso a credenza dallo zio Crocifisso Campana di legno». I lupini, povero legume per galline, sono quel misero surrogato di cibo che oggi è venduto ai semafori dai “lupinara”, disperati siciliani con l’aria più disperata degli extracomunitari. Il capolavoro del verismo è dunque costruito su dettagli di mare poco verosimili? «Aci Trezza – scrive Vittorio – diventa una località rurale, ruotante attorno a una casa del Nespolo, pavimentata da lupini, frequentata da galline, da maiali, da pecore, da asini che aspirano a diventare muli…». Sicuramente ha ragione la grande critica letteraria verghiana (primo tra tutti: Luigi Russo), nel cui mare non sarebbe però dolce naufragare, che assegna al rapporto tra il catanese Verga e la sua Vizzini «quel covare nella memoria, che è la prima condizione della poesia». Vizzini, che sta a 600 metri sul mare, «è il paese – scrive Verga – in cima al colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi enormi, minato da caverne che lo lasciavano come sospeso in aria, nerastro, rugginoso...». Vale anche per Verga la frase di Borges che piaceva a Sciascia? «Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato». E anche se la Fondazione Verga ne sposta la nascita a Catania, su una copia delle Novelle Rusticane, scrisse: «A Luigi Capuana “villano” di Mineo da Giovanni Verga “villano” di Vizzini». Insomma, anche Verga era un campione della Sicilia terragna: «Sicilia di scoglio e non di mare aperto, mai di avventura» diceva Leonardo Sciascia, che non fece mai in tutta la vita un solo bagno al mare e, come il nostro amato presidente Sergio Mattarella, non sapeva nuotare. È però anche vero che il vizzinese Verga viveva a Catania che è Sicilia di mare, e Sarah Zappulla Muscarà, che di Verga ha studiato anche i dettagli, mi racconta che «qualche volta andavano, Verga e De Roberto, a fare il bagno negli stabilimenti sulla scogliera di piazza dei Martiri. Ma sempre a Catania e mai ad Acitrezza». Non sappiamo se sapevano nuotare. Hanno bisogno del ciambellum i siciliani muti, nodosi, solitari, sobri, schivi e diffidenti, insomma i tanti siciliani fuori genere come Verga. Il mare per loro è ancora il pericolo, non più dell’invasione ma dell’allegra follia, del puro capriccio dell’amore o di una pugnalata e della felicità sanguigna.Luigi Pirandello addirittura disprezzava il mare e i suoi capitani: «La bussola, il timone… Eh sì! Volendo navigare. Dovreste dimostrarmi però che sia necessario, voglio dire che conduca a una qualsiasi conclusione, prendere una rotta anziché un’altra o anziché a questo porto approdare a quello». E tuttavia pochi sanno che i Pirandello, provenienti da Genova, fondarono a Palermo compagnie di navigazione, furono anche banchieri ed esportatori di agrumi e di zolfo, e il libro che li racconta è I Pirandello del mare di Mario Genco (XL editore, Istituto Gramsci, Palermo) che, grande giornalista del mitico L’Ora, li insegue con la tenacia dell’inchiesta e il rigore dello storico: «Capitani erano anche quattro fratelli di suo padre Stefano, e gli innumerevoli figli e generi di costoro era ancora giovani ufficiali mercantili… Capitano era stato anche il suo mancato suocero Andrea, altro fratello del padre, già morto quando il giovane Luigi aveva stretto l’imprevedibile fidanzamento con la figlia, attraente e passionale cugina».Si portano sempre dietro la Sicilia, questi grandi siciliani, e trovano nel mondo, vale a dire nella geografia, la metafora della storia che già avevano in testa. E qualche volta accade il contrario: portano il mondo dentro la Sicilia. E infatti nel Mastro che diventa Don c’è l’ossessione di nobilitarsi che è italiana ben prima che siciliana. Anche se sono siciliani i due grandi eroi negativi, Gesualdo Motta e il papà di Angelica, Calogero Sedàra, le tipizzazioni letterarie che più fedelmente trascrivono e più poeticamente trasfigurano l’ossessione: «Principe – disse – so che quello che sto per dire non farà effetto su di voi che discendete dagli amori di Titone imperatore e Berenice regina; ma anche i Sedàra sono nobili; sino a me essi sono stati una razza sfortunata, seppellita in provincia e senza lustro, ma io ci ho le carte in regola nel cassetto, e un giorno si saprà che vostro nipote ha sposato la baronessina Sedàra del Biscotto; titolo concesso da Sua Maestà Ferdinando IV sulle secrezie del porto di Mazara. Debbo fare le pratiche: mi manca solo un attacco».Lenin lo chiamava tradimento di classe. Ma anche a non usare l’epistemologia marxista più che il tradimento di classe c’è la spocchia di classe nella parola “don” che meriterebbe un libro di storia italiana. Verga pubblicò Mastro don Gesualdo nel 1889, dopo avere a lungo frequentato Milano, dove si era appunto portato dietro, prototipo del terrone borghese, «Vizzini come metafora», ma restituendo poi a Vizzini la sua Milano come metafora. È infatti vero che era pessimista, come l’ultimo Sciascia, ma con l’idea, che Sciascia non aveva (più), che l’Italia fosse la nuova prospettiva, fosse la modernità, fosse la Patria. Verga si rivestì a Firenze, si scapigliò a Milano e a Vizzini restituì Firenze e Milano. Persino a Milano infatti aveva ritrovato la “roba” nella puzza delle case dei figli dei marescialli dell’esercito, la grettezza come odore perso nell’umidità e nella nebbia, un che di rancido della più moderna città italiana, la più vicina all’Europa, ma non Europa perché in quella vicinanza c’è l’estraneità. Milano era già la città delle intelligenze europee preannunciata però da boari puzzolenti di letame vaccino, una città internazionale che trasudava ricca ruralità padana. Verga vi si trasferì nel 1872, un anno prima della morte e dei funerali di Stato di Alessandro Manzoni. «Bellissimo giovane dall’aria fatale. Fra il pallido e l’olivastro il volto dai lineamenti fini; neri i capelli ricciuti e i baffi… Molto riservato, misurato nelle parole, non facile a chiamarsi amico…».Lo accolse la Milano degli intellettuali e dei caffè, il Cova e il Savini, il salotto della Maffei, l’editore Treves… e gli scapigliati Boito, Gualdo, Praga, Sacchetti… L’illuminismo milanese, a ottant’anni dalla morte di Cesare Beccaria e poi di Pietro Verri, restava un arredamento mentale che lustrava ancor più l’essere aristocratico, nascondeva l’egoismo reazionario, il dire e il fare, vizi privati e pubbliche virtù, un conflitto, una lacerazione della nobilità, che aveva concesso il don alla petite noblesse, vale a dire al terzo e ultimo posto delle tre classi patrizie, dietro la “generosa” e l’“araldica”, com’erano state rigidamente regolamentate nell’ormai lontano 1769 da Maria Teresa: pur ammessi a corte, i don non potevano giocare a carte, né ballare, e neppure sedersi. Ed è la storia del papà di Manzoni, don Pietro, che per nobilitarsi aveva sposato, a pagamento, Giulia Beccaria, la Donna Aristocrazia (altro che Bianca Trao). Ma rimase per sempre soltanto un don, tradito e deriso come don Gesualdo di Vizzini, maltrattato, da vivo e da morto. Il papà di Manzoni era, ben prima di Verga, un personaggio di Verga.