Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Il romanzo postumo di Paolo Maurensig


Paolo Maurensig ci ha lasciato nel maggio 2021, in punta di piedi, con la gentile discrezione che era nel suo stile, mentre stava dando gli ultimi ritocchi a questo romanzo. Per il suo congedo ha scelto una storia dura e grigia come la pietra. Il collante che tiene insieme un intreccio molto articolato, che corre dal nazismo agli anni ’70, è una delle sue grandi passioni, la musica. L’altra, come sanno i suoi lettori sin dai tempi de La variante di Lüneburg, che lo aveva rivelato nel 1993, sono gli scacchi, così simili alla scrittura, perché giocano entrambi una partita con l’inconscio. Aveva scritto: «Rotta la prima superficie del ghiaccio (che è l’abbozzo di una storia), non si sa fino a quali profondità abissali riusciremo a scendere».
Qui gli abissi sono quelli di un passato che non solo non passa, ma continua a generare infezioni letali, tensioni pronte a riesplodere, perché rimosse. Quattro giovani musicisti tedeschi avevano suonato quello che è forse il più celebre quartetto di Beethoven, l’op. 59 intitolata al suo committente, il principe Rasumovsky, nientemeno che davanti al Führer. Il quale aveva molto apprezzato, tanto che avevano deciso ambiziosamente di chiamare così la loro formazione. Li guida il primo violino, Max Brentano, che esce da una facoltosa famiglia di industriali siderurgici. È carismatico, esigente, rigorosissimo, di carattere spigoloso. Il secondo violino, Rudolf Vogel (che poi è l’estensore del memoriale che leggiamo), nazista convinto, omosessuale, attratto da Max, non sopporta che ami Victoria, la violoncellista ebrea del gruppo, al punto da mettere nel 1944 sulle sue tracce la polizia e farla internare in un Lager. Il quarto componente è Benedict, anch’egli fedele al Reich, tecnicamente preparato, ma spirito gregario, rinunciatario, poco disposto a mettersi in gioco.
Passano trent’anni e il caso vuole (ma Rudolf è convinto che sia governato da un’intelligenza esterna) che i quattro abbiano trovato rifugio nello stesso stato americano, l’appartato, gelido Montana, e finiscano per ritrovarsi, a seguito di una serie di circostanze fortunose. Sarò proprio la musica a rimetterli laboriosamente insieme. L’unica che ha dovuto rinunciarvi è Victoria che, scampata al Lager e colpita da una forma precoce di demenza senile, è ricoverata in un istituto della lontana Providence. Max, che non ha cessato di amarla e di assisterla, la sostituisce con una giovane violoncellista locale, e per un anno prepara puntigliosamente un concerto di Capodanno in cui il quartetto tornerà ad eseguire proprio il Razumovsky. Concerto che non si terrà, per un drammatico precipitare degli eventi, in cui la resa dei conti si compie nel modo peggiore.
Apprendiamo che in quegli anni i tedeschi rappresentavano l’etnia più numerosa e integrata d’America, ma anche la meno accetta. Restavano i nemici per eccellenza, erano sospettati, sorvegliati, oggetto di delazioni spesso inventate, delle missioni vendicatrici di squadroni della morte. Quello che ha molto, anzi tutto da nascondere è Rudolf, perché è stato davvero un criminale. Tutt’altro che pentito, nostalgico al punto da acquistare sottobanco una Walter PPK, l’arma in dotazione all’esercito tedesco, deve già lottare contro l’alcolismo e una progressiva perdita di memoria. Cerca di mimetizzarsi quanto più possibile in una provincia chiusa e gretta, in cui uno straniero che sia scapolo, senza figli, non frequenti la chiesa e non sia iscritto a una qualche associazione è automaticamente un colpevole. Non riuscirà a evitare sospetti e ricatti, specie quando il settimanale Life dedica un intero numero al torturatore che era stato in gioventù, sulla base di documenti ritrovati negli archivi alleati. L’occultamento della sua vera identità condurrà Rudolf ai nuovi delitti raccontati nel memoriale, tentativo di autoanalisi e giustificazione che peraltro suona poco convincente. E l’autore sembra quasi scusarsi che un musicista possa risultare così perverso.
È proprio questa permanenza di nodi non sciolti, di un Male che ritorna e si avvita su se stesso in una spirale senza redenzione a dare al romanzo la sua tensione, in cui echeggia tanta letteratura mitteleuropea, che Maurensig riconosceva come una delle sue radici più profonde (tra le tante, Stefan Zweig e Thomas Bernhard). L’originalità del romanzo sta nel suo trapiantare la pestilenza del nazismo, ancora infettiva, nel contesto di una provincia americana che riproduce in vitro la zona grigia indagata da Primo Levi. Maurensig ce ne consegna l’anima profonda, la psicologia, la soffocante mediocrità con una percezione esatta, come ci avesse sempre vissuto, e fatto l’esperienza del sospetto e della solitudine. Fino all’ultimo, ha voluto condurre la sua esplorazione degli abissi senza distogliere lo sguardo da una materia torbida che non è rimasta confinata nel museo degli orrori del Novecento. —