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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Intervista a Massimo Carlotto



«Scrittore, drammaturgo, saggista, fumettista, sceneggiatore, nato a Padova nel 1956». Ok, ora dimenticate Wikipedia e aprite uno dei suoi libri – da Il fuggiasco alla serie dell’Alligatore, da Arrivederci amore ciao al nuovissimo Il Francese – per trovarci dentro Massimo Carlotto. L’originale. Sta tutto lì, tra le righe. E se non c’è lui o la sua (rocambolesca) esistenza, c’è comunque il suo sguardo sulla realtà, che viviseziona con il metodo di uno scienziato sociale e la passione di un attivista. La narrativa sta a Carlotto come i raggi x al radiografo: se ne serve per guardare l’ossatura della sua amata provincia veneta, oltre la superficie, trovarne le storture e le contraddizioni, il farisaismo e tutti quei difetti che poi distribuisce equamente ai suoi personaggi, così pieni di ombre. Senza velleità di ricomporre le fratture, almeno nei libri. Con la quotidianità, un po’ neorealista e periferica, nutre la sua vena letteraria: «Mi ispiro sempre a qualcosa che osservo» e su cui, in genere, il Paese ha spento il faro.
Carlotto, secondo lei il noir è “uno straordinario strumento per raccontare i cambiamenti sociali attraverso le trasformazioni criminali": con “Il Francese” ha scelto di illuminarci sulla prostituzione nel Nord Est: perché?
«Volevo raccontare carattere e caratteristiche del magnaccia, il macrò del romanzo, sgomberando il campo da quell’ambiguità con cui è trattato invece dalla nostra società nella misura in cui tutto sommato lo tollera. È invece un autentico schiavista, di quelli da pre-guerra di secessione, un proprietario di corpi, prodotto della cultura patriarcale. Combatterlo significherebbe liberare dalla schiavitù tantissime donne».
In Italia non si fa abbastanza?
«No. C’è un atteggiamento di condanna morale verso la prostituzione che però non risolve nulla, serve solo a metterci il coperchio sopra. Io ragiono anche sulla Costituzione: bisogna chiarire la differenza tra vendere sesso, e vendersi perché costrette. Da una parte c’è la tratta, dall’altra i sex worker: nel nostro Paese sono 120 mila e senza diritti. È un problema enorme e complesso».
Eppure ne “Il Francese” non c’è “lezione”, né soluzione o morale, lo stesso macrò mai si redime. Vuole forse suggerirci che non c’è speranza?
«Non è questo il mio compito. Pur essendo realistico per quanto riguarda personaggi e ambienti, Il Francese resta infatti un romanzo. Lo scrittore scatta un’istantanea della situazione, senza schierarsi, anche se raccontare ciò che succede in fondo è già una presa di posizione. Ho scritto un noir moderno, inserendo una serie di problematiche per ampliare lo sguardo sul nostro tempo e sul territorio».
Così sconfina nel romanzo di inchiesta, genere che “consente di dire cose che altrimenti non potremmo raccontare”, sempre per dirla con parole sue. Sono tante le cose che oggi, pur volendo, non si possono raccontare?
«Moltissime. Voi giornalisti avete un grosso guaio: in Italia la censura, attraverso la querela, è una cosa seria. Diventa difficile, così, trattare temi legati alla criminalità organizzata. Il romanzo invece, che ha tempi più lunghi, consente di raccontare le storie negate, quelle di cui nessuno altrimenti scriverebbe. Bisogna comunque utilizzare gli strumenti del giornalismo investigativo, che è quello che faccio io».
Perché allora non si mette a servizio della cronaca scrivendo di casi veri?
«Non voglio, anche se me lo propongono spesso, io scrivo libri».
Questa relazione stretta tra la realtà e la trama influisce sulla narrativa di genere?
«Il noir si sta polarizzando. C’è una parte consistente di autori, la più consistente, che ha deciso di scrivere romanzi polizieschi con finale consolatorio. E un’altra, a cui appartengo, che invece non mira a questo. Il nostro noir è poi anche un pentolone al cui interno bollono idee, fermenti, intelligenze diverse e individuali, c’è un dibattito intenso. Gli italiani sono sempre più bravi: hanno una straordinaria capacità nell’osservare il presente».
Ne “Il Francese” la corruzione sta nelle piccole cose, la praticano il portiere, la giornalista... è la metamorfosi di un malcostume?
«Ho vissuto a lungo in Sud e Centro America dove la “mordida” era all’ordine del giorno. Qui ormai siamo a quei livelli. La corruzione in Italia è la cinghia di trasmissione che ha portato dentro la società l’idea che il crimine è possibile, non come scelta esistenziale ma come scorciatoia per muoversi e ottenere. Non è più marginale ma endemica».
Migliorerà con la riforma della ministra Cartabia?
«Non amo la riforma né Cartabia, serve un dibattito più profondo sul ruolo della magistratura, che pensa di risolvere anche problemi sociali e politici. Non funziona così, dovrebbe essere invece il nostro strumento per combattere corruzione e criminalità. Abbiamo bisogno di una giustizia efficiente e moderna. Le ricadute riguardano anche le pessime condizioni delle carceri e i processi. Sono sconfortato perché non vedo quel livello di professionalità indispensabile. Sa cosa manca? Un’idea di futuro, poter guardare avanti e capire come muoversi per cambiare».
Manca al legislatore?
«Sì, ma anche lo Stato non ha la minima visione del futuro».
E qual è la sua, invece?
«Non è rosea, si pagherà questa crisi e saranno sempre i soliti. Facciamo più fatica a relazionarci in questa società spaccata oggi, ad esempio, da una minoranza No Vax».
In Veneto sono molti i negazionisti…
«Purtroppo. Io sono super Vax, ma per “studiarli” mi sono mescolato ai loro sit-in a Padova»
E cosa ha capito, chi sono?
«Hanno tra i 40 e i 60 anni, arrivano dai paesi e il vaccino è un pretesto. Pensano: “Me ne avete fatte di tutti i colori, ma questo ora non lo accetto”. Ormai non riesci più a parlarci: c’è un problema di comunicazione che dilaga ovunque, anche nei talkshow, in politica, sui social, assieme alla sfiducia che alimenta idee folli. Qui, ad esempio, sono tanti anche i terrapiattisti».
Di chi è la colpa?
«È un problema culturale, abbiamo, soprattutto qui, desertificato la provincia, fatto sparire librerie, teatri, buona musica. Se poi punti tutto su una storia veneta a uso e consumo del tuo partito e organizzi solo la festa dell’uva o della patata americana, cosa ti aspetti?».
La provincia è il suo leitmotiv, cosa la seduce tanto?
«È prateria dove si corre liberi e selvaggi, meravigliosa. Sempre più diversa, anche culturalmente, dalla città. Ogni provincia ha proprie peculiarità e noi giallisti l’abbiamo capito molto bene, infatti ci siamo divisi le zone. Quella veneta poi, di cui parlo ne Il Francese, ricorda il film Signore & signori: non siamo mai cambiati, cioè siamo più moderni ma in fondo restiamo sempre bigotti. Guardi la prostituzione, appunto: nonostante la Chiesa qui sia radicata, con un ruolo importante, l’industria del sesso funziona alla grande. E chi la frequenta? Gente che non dovrebbe averci nulla a che fare. È un tema complesso ma lo si affronta con superficialità cercando di nascondere tutto sotto il tappeto».
Il suo macrò a un certo punto abbandona il Nord Est per Torino: comincerà, Carlotto, a sollevare i tappeti pure nel Nord Ovest?
«In realtà ho scelto Torino, con le sue ambiguità, perché mi affascina e vorrei viverci. Così ci ho mandato il Francese: se sopravviverà potrebbe restarci».
Lei si è schierato attivamente contro il caporalato di Grafica Veneta: ma la maggior parte degli intellettuali italiani è rimasta tiepida. Deluso?
«Il mondo della cultura non ha preso nessuna posizione. A Più Libri più Liberi abbiamo aperto un dibattito. Sa quanti eravamo? Dieci. Con i sindacati e le associazioni chiediamo una risposta concreta: l’assunzione di tutti. Ma non interessa a nessuno perché i lavoratori sono stranieri. La questione oggi è: “Sei migrante, magari clandestino? Ti faccio lavorare ma non farti vedere”. Così sono diventati fantasmi. E questo mi turba moltissimo».
Potrebbe essere argomento per un prossimo libro?
«Perché no, anche se da questa vicenda ho capito che il mondo del lavoro non ha più uno spazio all’interno della letteratura italiana: è difficile da raccontare, se lo fai non sei mai consolatorio. Non esiste più la narrativa della fabbrica, come se la fabbrica non esistesse più». —