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 2022  gennaio 17 Lunedì calendario


Intervista a Gianni Minà. Parla di Ali

Gianni Minà, nel giorno in cui avrebbe compiuto 80 anni, lei che lo ha conosciuto bene: chi è stato e che cosa ha rappresentato Muhammad Ali?
«È stato un grande mito sportivo e un grande leader. Cosa rara di questi tempi. Per il rifiuto al servizio militare e ad andare a combattere in Vietnam, nel 1967 fu privato, ingiustamente, del titolo dei pesi massimi. La Corte suprema degli Usa, sollecitata dal suo avvocato Chaunchey Eskridge, dopo una battaglia legale durata tre anni, cambiò la legge sulla obiezione di coscienza, partendo proprio dal caso Ali».
Il primo ricordo che ha legato ad Ali?
«Ai Giochi di Roma, nel 1960. Ci avevo scambiato qualche parola al villaggio olimpico, lui diciottenne, ancora con il nome di Cassius Clay, e io cronista alle prime armi. Poi lo seguii in alcuni incontri, a mie spese, scrivendo pezzi che nessuno pubblicò».
L’impegno contro la discriminazione razziale è stato la stella polare che ha guidato Muhammad Ali.
«Nel 1995 lo incontrai all’hotel Aldrovandi. Ogni volta che passava per Roma, mi chiamava per fare due chiacchiere. Quel giorno disse: Chi avrebbe mai dato retta a un ragazzo nero nato in Kentuky, figlio di un artista di strada che disegnava santi sui marciapiedi, se non avesse conquistato contro quel cattivo di Sonny Liston, nel 1964, il titolo di pugile più forte del mondo? Le mie qualità di boxeur tecnico, rapido di gambe e di braccia, innamorato della fantasia, il mio modo di stare sul ring e di essere provocatorio e crudele più con gli atteggiamenti irridenti che con la volontà di far male all’avversario, non sarebbero serviti a niente, se non avessi intuito, fin dall’inizio, che dovevo capovolgere la situazione. Dovevo essere io stesso a utilizzare i mezzi di comunicazione che volevano usare me e il mio spettacolo, se volevo veramente manifestare il disagio, la protesta, il dolore, le richieste e l’orgoglio della mia gente. Dovevo sputare le mie sentenze, le mie sfide possibili o esasperate, cercando di precedere le vostre domande. Così forse ho dato una mano alla presa di coscienza e alla crescita della mia gente, ho cambiato il rapporto fra un pugile, un atleta e la società in cui vive. Ora, la mia più grande soddisfazione è essere stimato anche da quella metà dell’America che non mi amava, che mi detestava perché non capiva, che mi chiamava comunista perché rifiutavo di andare a combattere in Vietnam in nome della mia fede religiosa, quella dei musulmani neri. Adesso tutti hanno compreso e sono dispiaciuti del torto che ho subìto, quando, nel 1967, fui privato del titolo mondiale e del mio lavoro per il rifiuto alla guerra in Vietnam».
Qual è il filo che unisce Ali a Tommie Smith e John Carlos, i due sprinter che durante la premiazione dei 200 metri ai Giochi di Città del Messico, nel 1968, mostrarono al mondo intero il pugno guantato di nero?
«Anche per Tommie la spinta fu la lotta al razzismo. Si diceva che facesse parte delle Black Panthers. Conosceva Malcolm X e Martin Luther King. Aveva preso tre lauree e per qualche anno fu l’uomo più veloce del pianeta. Non mi stupì quando fece quel tempo fantastico di 19’’83 e non mi stupì neppure vederlo salire sul podio a piedi nudi e alzare il pugno chiuso in un guanto. Mi venne da piangere. Ma quel giorno venne da piangere a tanti di noi. Nel suo pugno chiuso, nella sua testa china, mentre suonavano l’inno americano, riconoscemmo l’imbarazzo dell’Occidente per le sue prepotenze e la rivolta di tutti i neri e di tutti i diseredati della terra».
Rumble in the Jungle, 30 ottobre 1974, la grande notte di Kinshasa in cui Ali riconquistò il titolo mondiale demolendo il favorito George Foreman.
«A Kinshasa mangiai per quattro giorni pane e formaggini. Me li ero portati dall’Italia perché non avevo il coraggio di assaggiare la carne del posto. Capii che avrebbe vinto Ali la sera prima, alle operazioni di peso. George Foreman era arrivato con un cane lupo al guinzaglio, come se avesse bisogno di mostrarsi aggressivo. Foreman aveva una fama da picchiatore. Per sei volte a Kingston, in Giamaica, aveva messo al tappeto Joe Frazier. Muhammad invece aveva fatto venire un percussionista dagli Stati Uniti, insieme ad altri jazzisti, per essere accolto con la musica della sua gente, ma quando entrò nello stadio di Kinshasa lo scansò e si mise a suonare i bongos al suo posto. Non ebbi dubbi su come sarebbe andato il match. Fu il capolavoro tattico di Ali».
La grande intervista a Blitz nel 1982?
«Fu uno scoop televisivo, ma mi piace ricordare la tempra di Ali anche di fronte alle avversità più amare. Nel 1992, quando lo invitai per il Telethon, non solo colpì talmente il pubblico con il messaggio letto dal traduttore Paolo Tufano da ottenere in tre minuti un miliardo di offerte, ma il giorno dopo volle andare in una moschea a Milano. Quando si rese conto che era piena, con uno sforzo profondo, indirizzò alla gente un sermone, incurante della sua menomazione».
Parliamo della foto storica Ali, De Niro, Leone, Marquez e Minà. Come fu possibile?
«Fu scattata a Trastevere, davanti al ristorante Checco er Carrettiere ed è la summa di quello che è stato il mio modo di essere, del piacere che dà l’amicizia e della possibilità di riunire in una sera d’estate cinque amici avidi di curiosità per ascoltare i racconti del più affascinante, Muhammad Ali, un pugile, ma soprattutto un combattente della vita. Una combriccola così è irripetibile e ancora adesso non so capacitarmi di come sia potuto accadere. So solo che tutto cominciò con Muhammad Ali mio ospite nella puntata di Blitz».
Le affinità tra Ali e Diego Armando Maradona?
«Sono stati due campioni ribelli. Ali sublimò il suo atteggiamento attraverso la fede e la politica, mentre Maradona fu stritolato da una macchina mediatica troppo più forte di lui».
La malattia e il coraggio di mostrarla al mondo: Olimpiadi di Atlanta 1996, brividi...
«Il mio Dio mi ha dato talmente tanto nei primi quarant’anni della mia vita – mi disse una volta – che se anche adesso mi toglie qualcosa, devo comunque dirgli grazie perché sono ancora in debito rispetto a quello che hanno avuto e hanno miliardi di esseri umani. Se dovessimo ricordare Muhammad Ali, sceglierei proprio questa frase come lascito.