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 2022  gennaio 17 Lunedì calendario


Oggi Muhammad Ali avrebbe 80 anni

L’uomo che non somigliava a nessuno ha ispirato tutti: oggi Muhammad Ali avrebbe 80 anni e non serve nemmeno diffonderne il ricordo perché lui è più presente che mai. È lo sportivo contemporaneo, è l’attivista attuale, e l’influencer più seguito, è l’opinionista social, è l’uomo che ha saputo mettere un’idea dentro un marchio, è il campione che si è inventato un modo di essere diventato il presente. Il nostro presente.
Il centro che porta il suo nome e ne custodisce la memoria lo celebra a Louisville, la città natale, in Kentucky, con il più famoso discorso di Martin Luther King: «I have a dream». Il 17 gennaio non è solo il giorno in cui è nato Cassius Clay, nel 1942, è anche il terzo lunedì del primo mese dell’anno in cui si celebra il reverendo nato il 15 gennaio 1929 e ucciso nel 1968. L’incastro è probabilmente destinato a unirli per sempre visto che negli Stati Uniti vogliono questa data ricorrenza permanente per rievocare la vita di Ali. È come se la storia volesse aggiustare un errore di percezione e riunire i due uomini più significativi nella lotta per l’integrazione, due che non hanno quasi mai potuto farsi vedere insieme. C’è una sola occasione pubblica che li trova riuniti, una marcia per i diritti del 1967, prima e dopo rispettosa distanza per due nomi sui due fronti opposto della stessa causa.
Ali si era convertito all’Islam nel nome di Malcom X ed Elijah Muhammad e non era certo quello il credo del signor King. Ali voleva la rivoluzione e King la convivenza, immaginavano un futuro senza discriminazione per strade completamente diverse e solo quando King era morto da parecchio e Ali era già molto malato l’Fbi ha reso pubblici i documenti che ne testimoniano l’amicizia. Un rapporto a distanza basato sulla stima assoluta che oggi spiega perché dietro i discorsi controversi e gli insulti agli avversari (soprattutto a Frazier) le parole di Ali siano rimaste. Oltre le sue convinzioni, nel coraggio con cui ha nutrito i sogni. Proprio come King. E allora in questo 17 gennaio quel discorso va a ripetizione, in streaming e nelle sale dell’Ali Center che raccoglie testimonianze, discorsi di moglie e figlie, di amici.
Non c’è nulla di inedito, Ali è la persona più raccontata di sempre ed era talmente in anticipo che ci sono 500 ore di girato, e 15 000 foto a raccontarlo. Prima del Grande fratello, del Truman show e delle telecamere ovunque. Prima della memoria digitale. L’archivio mastodontico è appena stato stimato per una serie del canale Arte che ha visionato ogni istante e qualsiasi scatto per un’altra biografia. Ci sono più di dieci film e una mole di documentari su di lui. Da qualche parte è un santo senza paure, altrove un personaggio agitato dal bisogno di stare in mezzo alla scena. Sempre un fuoriclasse senza pari. Tre volte campione del mondo dei pesi massimi, titolo difeso dal 1964 al 1967, dal 1974 al 1978 e per un’ultima breve parentesi ancora nel 1978. Su 61 incontri, 56 vittorie, 37 per ko, umiliazione che lui ha subito una singola volta, contro Larry Holmes, nel 1980, già segnato dai primi sintomi del parkinson. Ha affrontato 31 combattimenti vinti consecutivamente prima di essere battuto da Joe Frazier nel «Fight of the Century», nel 1971, dopo essere rimasto giù dal ring per il rifiuto all’arruolamento, alla guerra in Vietnam.
Una carriera epica iniziata con l’oro olimpico a Roma, nel 1960, dove Clay posa con la medaglia dentro il Villaggio. Diceva «Guardate come sono bello» e non lo faceva nessun altro, di certo non un pugile di colore nell’era del segregazionismo. I fenomeni dello sport tenevano, o almeno fingevano di tenere, un basso profilo. Clay era considerato sfacciato, esagerato, molesto. Avrebbe messo su Instagram ogni istante della sua esistenza e infatti ha fornito un modello di comportamento. Oltre la lotta per i diritti, oltre la sacrosanta sete di uguaglianza o magari proprio per quella. Voleva farsi vedere perché gli era capitato di essere ignorato, di essere buttato fuori dalle funzioni dedicate ai bianchi, dai locali che non accettavano neri, dagli ingressi dove non poteva entrare.
Ha sfruttato la fama per essere evidente e i trofei come un peso da aggiungere a ogni frase. Contava perché era il più grande e dopo decenni a sentire i campioni ripetere che lo sport non è politica adesso vediamo tanti comportarsi come Ali. Usare il proprio nome per le cause in cui credono. Ali parlava di orgoglio nero prima che il termine «Black Power» entrasse in circolazione. Sembrava più controverso di come lo vediamo ora perché stava cambiando la prospettiva. È rimasta la sua visione, il suo profilo e la sua voce che a 80 anni dalla nascita è sempre più forte. E chiara.