Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  gennaio 13 Giovedì calendario


CineMacbeth

"What’s done is done”, dice Lady Macbeth con la faccia cattiva delle donne insoddisfatte, e intende il peggio, tradimenti, assassinii di re e di fanciulli, il male che non si può rimediare. “Quel che ho fatto ho fatto” dice Joel Coen con l’orgoglio di chi, contro il parere di molti e sicuramente del fratello Ethan con cui ha sempre lavorato e che stavolta lo ha lasciato solo, ha voluto adattare allo schermo, dirigere, produrre, l’ennesimo cineMacbeth: su richiesta imperiosa della moglie Frances McDormand, attrice pluripremiata, che qualche anno fa ne era stata la protagonista femminile a teatro. I fratelli Coen sono un marchio di buon cinema raffinato, irriverente, che divertiva anche con la crudeltà (Ladykillers, Blood Simple e altri): ma figuriamoci adesso che, non si sa come, si è persa la capacità di cogliere l’ironia, e mi piacerebbe vedere la reazione dei nuovi ipersensibili alla scena di Fargo dove da un tritacarne spunta un braccio umano, e a noi di quell’epoca pareva una idea molto carina. Questi invece sono proprio tempi scespiriani, di cupa confusione e con lampi di futuro desolato, di livore senza perdono, di ambizioni insensate. Come quelle delle fazioni e dei modesti Macbeth di casa nostra che si contendono arbitrariamente il Colle, e sono in tanti a temere il peggio.
Joel Coen quindi affronta giustamente la più nera delle opere del Bardo, The tragedy of Macbeth, ma in tempi grami per le sale che si affidano a filmoni di fantasie fracassone e smemorate, una catasta di bei film che non trovano spazio e un pubblico impigrito e spaventato. E lo fa nell’unico modo possibile, con lo schermo ristretto, in bianco e nero, forse un ricordo di Dreyer (Ordet, Dies Irae), ma affidandosi a grandi attori di teatro che sono pure star del cinema. Come il davvero magnifico Denzel Washington (Macbeth) perduto nel suo delirio di superbia e terrore, e Frances McDormand (Lady Macbeth), allucinata, spietata più dello sposo e più decisa al crimine, e la strega mostruosa di Kathryn Hunter che si triplica specchiandosi nell’acqua, e l’ingenuo re Duncan di Scozia (Brendan Gleeson), e una serie di uomini giovani e belli, il vendicatore Mcduff, la vittima Banquo, il cinico Ross.
Il regista affida Shakespeare alla bravura e alla fisicità degli attori, esalta totalmente il testo che deve imporsi nel vuoto dello schermo affinché nulla distragga dalla parola e, raccontano gli esperti, scrive il copione lasciando intatti “distici, rime, pentametri giambici, non modernizzando la lingua”: chissà come se l’è cavata il traduttore italiano. Quasi sempre è il volto dell’attore a occupare la scena fissando lo spettatore come a farlo suo complice. Tutto il resto è grigiore, nebbia densa, buio, lame di luce, scale ripide e corridoi stretti, strette arcate alla De Chirico, rovine, arida terra, sentieri sconnessi immersi nella polvere da cui sbucano ombre, pugnali alzati, gole tagliate, sangue che sgocciola, tempesta di foglie, e immancabile, alla fine, il simbolico cielo oscurato dal volo dei corvi.
I Macbeth di Shakespeare sono una coppia giovane, quella di Coen no, Denzel ha 67 anni, Frances 64, e a parte il fatto che se si fosse attenuto all’età originale, forse la sua signora si sarebbe arrabbiata: eppure è proprio questo inizio di vecchiaia a rendere ancora più sconvolgente la fame di potere dei due, la loro sanguinaria follia e contemporaneamente è questa assenza di futuro a trasformare la coppia in un’isola di reciproco affetto, di tenero amore coniugale, di complicità sino in fondo, che non li assolve ma li rende fragili, quasi rassegnati alla fine.
C’è un certo brusio tra gli intellettuali del web perché in Italia il film non arriva nelle sale ma direttamente in streaming, su Apple Tv+: forse perché soprattutto in questo periodo di malumore generale si può pensare che non ci saranno folle con greenpass ad assieparle, o invece perché la piattaforma consente di scegliere la versione originale con o senza i sottotitoli, oppure quella in italiano. In passato un paio di Macbeth sono stati doppiati da nostri grandi attori (Orson Welles da Gino Cervi, 1948, Jon Finch da Giancarlo Sbragia 1971), e comunque per Washington si è scelto il suo doppiatore ufficiale, Francesco Pannofino, che gli ha dato la voce in tanti film, oltre che a decine di altri attori stranieri, conosciuto soprattutto per la serie televisiva e il film Boris. Ci sarà una ragione comunque perché il Macbeth pare la tragedia del momento: Con la musica di Verdi e un gran successo, ha inaugurato la Scala il 7 dicembre, e in marzo a Londra già si freme per il Macbeth interpretato da Daniel Craig, 007 re di Scozia.