Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  gennaio 13 Giovedì calendario


Salvini travestito da Fanfani


Lungi da qualsiasi puzzetta sotto il naso, ma ripensandoci a freddo: ci voleva l’acume, il buongusto e la lungimiranza di Salvini nel proporre un governo con i segretari dentro, “nessuno escluso”, accampandone la presenza quali “assi di briscola” come se i destini dell’Italia, fra emergenza pandemica, elezioni presidenziali e miliardi europei, si giocassero a carte – il che drammaticamente può anche essere.
Ora anche Niccolò Machiavelli s’ingaglioffiva all’osteria “giuocando a cricca e a trich-trach” fra “mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose”. Sennonché Salvini, ex comunista e indipendentista padano divenuto sovranista europeo, non solo non è Machiavelli, ma fra l’incudine di Berlusconi e il martello della propria fantasia non sa proprio dove andare a sbattere la testa; e in tv ne ha sparata un’altra delle sue.
Per dirne la freschezza, l’ideona dei leader dentro il governo risale a Fanfani e al primo centrosinistra; fra gli anni 70 e gli 80, senza che mai si realizzasse prese comunque il nome, vagamente rivoluzionario, di “direttorio”; forse fu sul punto di affermarsi nel 1991 in un delicato passaggio fra il governo cosiddetto Giulio VI e il Giulio VII (sempre di Andreotti si trattava); dopo di che si adeguò all’era della telepolitica trasfigurandosi in “cabina di regia”. Il monotono insuccesso della formula e la sua irrealistica riproposizione furono interrotti, sia pure in formato ridottissimo, dopo le elezioni del 2018 allorché entrambi i leader della maggioranza nazional populista, previo propedeutico contratto elaborato da un signore che si chiamava Giacinto Della Cananea (si chiese Gene Gnocchi: “Ma lo hanno anche pagato?”), insomma Salvini e Di Maio entrarono nel primo governo Conte, che non a caso fu detto “il vice dei suoi vice”.
Il punto è che la partita di briscola è impazzita. Però venne lo stesso il Conte bis, a maggioranza giallo rossa, e poi la pandemia. Non si capiva più chi dava le carte, chi aveva alzato il gomito, chi sbatteva il pugno sul tavolo e chi barava.
Giusto un anno fa – balzo nei ricoveri, oltre 600 morti – cascò pure quel governo. In Italia purtroppo si dimentica tutto, anche gli sforzi per formare l’ennesima compagine di “responsabili”, o “coraggiosi”, o addirittura “costruttori europei”; così come solo alcuni perversi ricordano la corsa del senatore Ciampolillo o l’ex badante di Berlusconi, Mariarosaria, che aperta una pizzeria dal nome “codice Rossi”, tornò in aula per pronunciare uno squillante sì, fece ciao ciao con tutte e due le mani e buonanotte.
Più che un Parlamento, era un sogno. Persa la pazienza, Mattarella chiamò dunque Draghi, di cui tuttora non si sa cosa abbia mai votato – sempre che tornasse da Francoforte per votare. Era il default, la bancarotta, crisi di sistema, smottamento prolungato, antropologico, cataclismatico.
A neanche un anno di distanza la trovatona dei leader dei partiti nel governo suona assurda perché, molto semplicemente, i partiti non sono più i partiti. Non lo sono da trent’anni almeno, il tempo di una generazione. La Repubblica dei partiti non esiste più, mai il grado di sfiducia e discredito nei loro confronti è stato più profondo ed evidente, per quanto accompagnato da vane geremiadi quando alle elezioni vota meno del 50 per cento.
Così si resta esterrefatti, ma anche pieni di pena leggendo che la presenza dei leader sarebbe un modo per impiegare “le migliori energie” e dare “stabilità alla legislatura”. Quanti italiani ci credono? Nel lessico politico è caduto in disgrazia perfino il nome, un tempo nobile, di “partito”. I simboli, poveri brutti e senz’anima, dei fratelli, delle stelle e delle varie Italie che affollano il mercato si assomigliano tutti, e le musiche scelte per aprire e chiudere le loro manifestazioni non di rado sono le stesse. Quale giovane disinteressato può oggi entrare in un “partito”? La formazione di una classe dirigente, pure ogni tanto annunciata in corsi che durano poche ore l’anno, è un mistero inglorioso; a un leaderismo parossistico, deresponsabilizzante e perciò cannibalico corrispondono tribù, clan, cerchi magici, uno più vorace dell’altro. In periferia i governatori fanno per sé: provasse Salvini a dare ordini a Zaia, o Letta a De Luca! Deficit culturale, alto tasso di litigiosità e conseguente inconcludenza proseguono il discorso: troppo più lungo di una partita a briscola in forma di rimpasto.