Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  gennaio 12 Mercoledì calendario

Invecchiare bene

L’Italia sta invecchiando, ma non è detto che sia un male. Il Belpaese viene subito dopo il Giappone nella classifica delle nazioni con più anziani. Mi ricordo, in occasione della mia ultima visita a Firenze, di essermi arrampicato faticosamente fino a San Miniato al Monte e di aver notato uomini e donne più vecchi ma più agili di me che mi superavano, evidentemente abituati fin da piccoli a emulare gli stambecchi. Faccio indiscutibilmente parte della popolazione attempata del pianeta, ma ancora non riesco a capacitarmi di non essere più l’adolescente che mi guarda da foto scattate in luoghi e tempi remoti.
Conosco con esattezza il momento in cui sono diventato vecchio. Fu il 15 novembre 1999 o giù di lì, otto mesi dopo il mio cinquantacinquesimo compleanno. Vivevo a Calgary, nella provincia canadese dell’Alberta. L’inverno era cominciato presto e i marciapiedi erano ricoperti di ghiaccio. Stavo portando un vassoio di muffin alla mia vicina quando, proprio davanti alla sua porta di casa, scivolai sul ghiaccio e caddi. Forse per proteggere i muffin, stesi in avanti le braccia e le mie gambe scivolarono all’indietro facendomi cadere in avanti, con conseguente strappo dei muscoli addominali. Cercai di rialzarmi e tutto quello che riuscii a fare fu sollevarmi con cautela a quattro zampe e arrivare, come un cane malfermo, fino alla casa della mia vicina. Non sentivo un gran dolore, ma nelle settimane successive un’ombra nera, come uno sversamento di petrolio, dilagò sulla mia pancia; non riuscivo nemmeno a piegarmi in avanti per allacciarmi le scarpe, o a sollevare le braccia per pettinarmi i capelli. Pian piano, l’ombra sparì, ma da allora non sono più riuscito a usare i muscoli addominali come si deve. Come in una Gestalt rovesciata, il mio corpo mi stava annunciando la sua presenza attraverso l’assenza progressiva delle sue componenti. La mia identità comincia e finisce con il mio corpo, che fosse presente alla fine o assente all’inizio. Ora scopro parti del mio corpo che non sapevo esistessero, una terra incognita che sono costretto a esplorare come un viaggiatore stanco e disilluso.
Adesso il piacere deriva principalmente dal pensare, e i sogni e le idee sembrano più ricchi e chiari. La mente vuole dare piena prova di sé, ma il corpo, come un tiranno deposto, rifiuta di farsi da parte e insiste per avere attenzioni costanti: morde, prude, preme o cade in uno stato di torpore o di sfinimento ingiustificato. Una gamba si infiamma, un osso si raggela, una mano si blocca e un dolore non meglio precisato mi punzecchia in qualche punto delle viscere, distraendomi dai libri e dalla conversazione, e perfino dal pensiero stesso. Da giovane, mi sentivo sempre solo, perfino quando ero in compagnia di altri, perché il mio corpo non mi assillava mai, non sembrava mai qualcosa di distinto da me, un ignominioso doppelgänger. Era assolutamente e indivisibilmente il mio unico io, singolare, invincibile, che non proiettava ombra, come Peter Schlemihl. Ora, perfino quando sono solo, il mio corpo è sempre lì, come un visitatore indesiderato, che fa rumore quando voglio pensare o dormire, che mi pianta il gomito nel fianco quando me ne sto seduto o me ne vado in giro. La morte non mi spaventa; il dolore sì. Cicerone, che non mi è mai piaciuto come personaggio, fin da quando lo studiavamo al liceo, ha degli sprazzi di intuizione. Mettendo in bocca le sue parole all’ottantaquattrenne Marco Porzio Catone in un dialogo sulla vecchiaia, gli fa dire di aver sempre seguito la Natura come la migliore delle guide. «Non è verosimile che essa abbia descritto bene tutte le altre parti della vita», aggiunge, «per poi buttare giù l’ultimo atto, come un poeta senz’arte». Non ha tutti i torti. Nessun lettore può immaginare un libro che ama senza un’ultima pagina: il libro infinito immaginato da Borges è un orribile incubo. Vogliamo posticipare le ultime parole il più a lungo possibile, ma sappiamo che devono esserci. Monsieur de Fontenelle, all’età di novantanove anni, era seduto accanto al fuoco assieme a sua sorella, di pochi anni più giovane. «Ah, Monsieur de Fontenelle», esclamò lei. «La morte si è dimenticata di noi!». Monsieur de Fontenelle si mise il dito sulla bocca e sussurrò: «Sssh!».
Le uniche richieste pressanti che mi ha fatto il mio corpo dalla prima adolescenza e fino a qualche anno fa erano di natura sessuale. Chaucer dice che l’Indolenza è il custode che introduce gli uomini nella dimora di Venere: l’allegoria suona vera per me, nel senso che, a voler essere del tutto sinceri, gli svaghi sessuali mi hanno reso indolente in tutto il resto. Almeno fino ai trent’anni, tutto il resto, ogni altro genere di esplorazione, veniva in secondo piano rispetto al persistente godimento del corpo. Ora rimane una sorta di interesse archeologico per il sesso, attraverso la memoria, attraverso la narrazione, attraverso i piaceri estetici della contemplazione. Il corpo ha surrettiziamente rimpiazzato gli impulsi sessuali con piagnucolosi appelli all’attenzione per le articolazioni, i tendini, l’apparato urinario. Come una casa in cui viviamo da troppo tempo, ogni giorno c’è una cosa nuova da riparare.
Cerco di tenere a bada il tempo in un luogo seguendo certi rituali: i preparativi la sera prima per la colazione del mattino dopo, sgombrare la mia scrivania e disporre penne e libri in ordine simmetrico, la sequenza di scarpe, mascherina e cappello prima di uscire a fare una passeggiata nel mio quartiere. Leggo Dante al mattino, un saggio a colazione e un romanzo giallo prima di andare a letto. Scrivo ogni giorno fino all’ora di pranzo e prendo appunti nel pomeriggio. Vado al mercato tutti i sabati. C’è un elemento di eternità nella routine. Il segreto di Shangri-La e l’eterna giovinezza dei suoi abitanti era che non cambiava nulla nella vita della lamasseria in cima alle montagne del Tibet, come nel castello della Bella Addormentata. Il sonno, naturalmente, è il fratello della Morte, ci dice il poeta di Gilgamesh.
Ma la routine non può impedire le tormentose trasformazioni della mia fisionomia. Credo di riuscire a ricordare di quando vidi per la prima volta la mia faccia nello specchio dell’armadio di mia madre, da bambino. La faccia che vedo adesso tutte le mattine è irriconoscibile per me. Ho una foto dei miei trisnonni appesa alla parete della mia camera da letto e ho sempre pensato che lui avesse un aspetto remoto. Ora trovo che gli assomiglio: le stesse borse sotto gli occhi, lo stesso sopracciglio corrugato, la stessa barba, la stessa aria distante. Cerco invano il viso che resta aggrappato alla mia mente, l’adolescente occhialuto con grandi orecchie e l’aria spaventata che ero una volta, ma è come se qualcuno avesse scarabocchiato sopra l’immagine, disegnando linee grosse sopra una superficie che fino a quel momento era intonsa.
Cicerone faceva dire a Catone che l’età anziana è naturalmente portata a parlare troppo. Lo so. Forse il motivo è che da giovani proviamo costantemente cose nuove, ci lanciamo nel mondo, mentre da vecchi la memoria del mondo irrompe e ci sommerge, e le parole e le immagini straripano. Monsieur de Fontenelle (ancora lui), quando il suo medico gli chiese come si sentisse rispose: «Provo una certa difficoltà d’essere». La domanda di Amleto non regge: è limitata. Essere con difficoltà, essere sottoposti ai capricci di un corpo brontolone, essere meno agili, meno capaci fisicamente, più vigili, più curiosi. Di questo, sono immensamente grato.
Traduzione di Fabio Galimberti