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 2018  novembre 13 Martedì calendario

Vita di Giovanni Succi, il digiunatore

A volte incontri una frase e pensi che l’autore l’abbia scritta per fare colpo. Poi la guardi negli occhi e scopri che dice la verità. E se la apri con delicatezza ti accorgi che contiene un’intera vita. Il racconto di Kafka intitolato Un digiunatore (più esattamente Un artista della fame), uno dei pochi scritti che l’autore non aveva destinato alle fiamme, inizia così: «In questi ultimi anni l’interesse per i digiunatori è molto diminuito». Sembra una battuta invece è la verità. Siamo nel 1922. Tra Otto e Novecento i digiunatori potevano diventare star internazionali. Parliamo di digiunatori volontari e professionisti, perché i record dei digiunatori involontari non vengono omologati e di solito hanno esito fatale.

Giovanni Succi (Cesenatico 1850 - Scandicci 1918) fu «il più grande digiunatore del mondo». Apparteneva a una famiglia benestante ma si ritrovò povero e vuoto. Giovanissimo, partì per l’Africa, aggirandosi soprattutto tra Zanzibar e il Madagascar. «Ritornavo in Italia dall’isola di Joanna, la principale delle Comore, a sud dello Zanzibar, ove ero riuscito a stipulare con quel sultano un contratto vantaggiosissimo per gl’interessi italiani... Dovendo studiare alcune regioni interne per incarico avuto dalla Società geografica, mi ero spinto in mezzo a delle popolazioni barbare, sul continente, che mi accolsero però con simpatia». Fu colto da febbri terribili. Ma uno stregone lo salvò, con i suoi insegnamenti e una pozione magica. Giovanni Succi acquisì, grazie a questa convalescenza particolare, l’arte di non mangiare. Gli altri digiunatori erano ascetici, emaciati, vuoti. Giovanni Succi riusciva a convertire il vuoto in pieno. Si sentiva un leone. Un digiunatore risoluto e romagnolo. Non triste come quello di Kafka. Eroico. Tornò in Italia per spiegare che in lui si era reincarnato lo spirito del leone, ma nei circoli spiritisti non gli dettero ascolto. Allora andò al Cairo e si esibì in digiuni spettacolari. Non se ne stava fermo come il digiunatore medio, ma beveva veleni sentendosi benone e correva per i monti. Fu visitato da uno psichiatra che diagnosticò: paranoia ambiziosa. Tornò in Italia e cercò di spiegarsi. Disse che durante i digiuni diventava un altro essere, delle voci lo proclamavano figlio di Dio. «Con il mio segreto diverremo tutti Idii». Lo stregone però lo aveva avvertito di non abusare di questo potere: rischiava la perfezione. Sentiti questi discorsi, lo internarono in manicomio. Dalla cella scrisse grandiosi appelli all’umanità e alla Regina d’Inghilterra, che da allora mangiò meno. Ma lui forse era davvero posseduto dallo spirito del leone, coraggioso e magnanimo, infatti uscito dal manicomio invece di portare rancore andò a Forlì. Qui avvenne la prima vera esibizione ufficiale. Dato che la gente pensava fosse un pazzo o un imbroglione, lui voleva essere controllato da un comitato cittadino. Digiunò per quattordici giorni, il pubblico veniva a vederlo pagando un biglietto. Finito il digiuno disse «Mi sento benissimo» e se ne andò a piedi a Forlimpopoli. Si definiva digiunatore e esploratore. Mise in vendita l’elisir dello stregone, che gli scettici chiamavano acqua. Digiunò a Parigi per trenta giorni, in cambio di 30.000 franchi. È vero che un altro digiunatore, il dottor Tanner, aveva intascato 147.000 dollari per quaranta giorni di digiuno. Ma — a parte il fatto che Succi era destinato a non mangiare per sessantasei giorni, anni dopo, in America Latina — Tanner usciva distrutto da queste prove, mentre Succi era perfino capace di avventure galanti subito dopo il digiuno. Lo spiritismo lo aveva deluso, provò con il positivismo. Nel 1888 l’Università di Firenze lo mise sotto contratto. Succi digiunò per un mese controllato da un illustre fisiologo, Luigi Luciani, e da duecento tra medici e volontari. Durante l’esperimento andò in giro, cavalcò, fece un duello con la sciabola e andò a ballare. Luciani scrisse che Succi non era né matto né mattoide. «È un tipo eccentrico, perché per far fortuna segue vie nuove e non tentate da altri. Dirò di più; io l’ho in maggior pregio di tante mediocrità apatiche». A New York digiunò per quarantacinque giorni e intanto tirò di scherma, si dette alla boxe e giocò a biliardo. Da questa esperienza uscì stanchino. Ma a fine digiuno, a differenza dei suoi colleghi che si facevano portare un brodino, mangiò in pubblico zuppa di riso, sardine, pollo, quaglie arrosto, vino, caffè e frutta. A lui furono dedicate cartoline che lo ritraevano e poesie che lo cantavano. Poi il mondo cambiò. Finita l’epoca dei grandi digiuni si ritirò con la governante — cuoca deliziosa — sulla colline di Scandicci, dove costruì personalmente una casa sbilenca e riceveva i visitatori a cui raccontava le sue avventure. «Siamo ciò che mangiamo ma anche ciò che non mangiamo» diceva. Ogni tanto lanciava occhiate allusive alla cassaforte dove, chiaramente, erano custoditi il suo favoloso tesoro e la ricetta dello stregone, forse lo stregone stesso. Alla sua morte la aprirono ed era vuota. Un vuoto che era pieno di leggenda. Sarà ricordato a Scandicci con mostre e spettacoli. Verrà messo in vendita il «Liquore del fachiro gaudente».