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 2021  novembre 29 Lunedì calendario


Intervista all’inviata di Striscia Rajae Bezzaz

È un’eroina dei due mondi come Anita Garibaldi e presidia un confine minato dal pregiudizio con l’arma del sorriso, che ha bellissimo, sicura di sminare con il tempo diffidenze dure a morire. Si dice «portatrice sana di integrazione» e a Striscia la notizia lavora su immigrazione e diritti delle donne. Spesso rischia. Ha scritto L’araba felice. La vita svelata di una musulmana poco ortodossa e spiega: «In bilico tra due mondi mi sento una contraddizione che cammina». Ma ha fiducia nel futuro. Il suo nome del resto, Rajae, significa «speranza». 
Rajae, lei dice di essere stata una bambina sorridente, curiosa, chiacchierona e ribelle. Praticamente come adesso...
«Difendevo i più deboli già dall’asilo: l’indole battagliera è vocazione naturale e un’eredità di famiglia».
Le donne della sua famiglia, a cui ha dedicato il libro, sono così?
«Ognuna di loro ha dovuto lottare duramente per costruirsi un futuro».
A partire da nonna Rkia... 
«Si è sposata a 12 anni, non è andata a scuola, ha messo al mondo nove figli. Poi a 40 anni ha imparato a leggere e scrivere e fondato un atelier di moda. Si è fatta da sola in famiglia e sul lavoro. Quando racconto che si è sposata a 12 anni mi dicono siete dei barbari, ma la cosa va contestualizzata nell’epoca di mia nonna. Oggi è un abuso, ieri era la salvezza di una donna: consegnarla a una famiglia che poteva garantire il futuro era un atto d’amore». 
E il nonno?
«Nonno Ahmed era un gigante buono che si spaccava la schiena in miniera ogni giorno, il vero femminista della famiglia. Da piccola mi metteva sul tavolo e mi faceva recitare poesie, mi faceva sentire una superstar. La sua scomparsa è stata il dolore più grande della mia vita». 
È vero che sua mamma lavorava per la Digos?
«Aveva studiato per diventare insegnante, ma ha fatto di tutto per darci e darsi una vita migliore: lavapiatti, donna di servizio, traduttrice in tribunale. A Lucca fu ingaggiata da Digos e Interpol per tradurre intercettazioni in inchieste su spaccio di droga e tratta di ragazze africane. Fu anche minacciata da uno squilibrato che aveva fatto arrestare».
Da sei anni inviata di Striscia. Si ricorda il primo servizio?
«In Campania, su una cooperativa che lucrava sugli immigrati e li costringeva a vivere in condizioni disumane. Finì a botte, a colpi di bastone: per me uno choc, ma anche uno scoop ripreso dal Guardian».
Le ha prese più lei o Brumotti?
«Molte di più Brumotti. Con me il più delle volte mostrano il pugno».
E a insulti come andiamo?
«Gli italiani mi accusano di difendere gli immigrati, gli immigrati mi attaccano perché dicono che mi sono venduta. Da Striscia ho imparato che finché gli insulti arrivano da tutte e due le parti vuol dire che andiamo bene. Ci sono però anche molte donne arabe che mi dicono: sei il nostro orgoglio, dici al mondo che non siamo solo burqa e casa».
Quando se l’è vista brutta?
«A Roma, l’anno scorso, siamo stati accerchiati durante il servizio su un uomo che non pagava l’affitto, approfittando del blocco degli sfratti. Arrivarono questi uomini con la rabbia e la cattiveria negli occhi. Mi son detta: stavolta mi spaccano la faccia».
E lei cosa ha fatto?
«Ho pensato: facciano pure. Io sono qui per difendere i diritti di una persona che ci ha chiamato perché si fida di noi, non posso tradirla. Se mi rompono il naso me lo rifaccio».
È vero che mamma voleva che diventasse assistente sociale? 
«A lei piaceva aiutare il prossimo e mi diceva: tu sei altruista come me, è il lavoro perfetto per te. Da piccolina invece adoravo fare belli gli altri, mi divertivo soprattutto a truccare mio nonno: diceva che ero la sua piccola estetista. Anche fare il magistrato però mi stuzzicava tanto». 
E invece?
«Ho fatto di tutto. Ho venduto bulloni, gelati, alcolici, sono stata hostess nelle fiere, promoter di sigarette, segnavo i punti nei tornei di biliardo. Non esattamente quello che predica il Profeta...».
Ha dichiarato che «niente è più importante della libertà».
«Perché a me è costata cara: me ne sono andata di casa a 15 anni, mi sono pagata la scuola, so cosa vuol dire non avere soldi per mangiare, dover pagare l’affitto ogni mese. La vera realizzazione passa dall’emancipazione, l’indipendenza economica è la base per ogni donna. Ecco perché per me la libertà è tutto».
È vero che doveva sposare un rampollo di sangue blu?
«Si chiamava Karim, aveva 25 anni, famiglia imparentata con la Casa Reale marocchina: mi mostrarono anche dove avrebbero costruito la villa per noi giovani sposi, sua madre mi trovava perfetta per lui. Ma lui non lo era per me».
Lei dice: sono molto più brava come amica che come fidanzata.
«Però sto migliorando nei rapporti con l’altro sesso. Il dovermi emancipare così giovane mi ha portato ad essere un po’ diffidente nei confronti degli uomini. Un mio ex mi disse: sembra sempre che qualcuno ti voglia rubare la libertà. Aveva ragione. Ho lottato così tanto per conquistarla che ho sempre paura di perderla».
Meglio la poligamia araba o il poliamore occidentale?
«Sono due cose diverse. La poligamia nel mondo islamico nasce per tutelare donne e figli che senza un contratto perderebbero diritti e eredità e non è vista tanto di buon occhio. Per il resto ognuno è giusto che viva i suoi sentimenti come meglio crede e con chi crede. La monogamia però oggi è molto complicata: se non si riesce ad essere presente al proprio partner meglio essere poligami e felici, purché siano tutti d’accordo. E vale anche per le donne».
MeToo: è capitato anche a lei di ricevere molestie?
«Hai voglia. Sono entrata nel mondo dello spettacolo adolescente e ho incontrato anch’io gente senza scrupoli, ma mi sono sempre difesa bene. Succede e succederà ancora».
Però? 
«Viviamo in una società dove l’uomo sembra diventato il mostro, ma io sono una femminista che ama gli uomini e combatto per i diritti delle donne senza negare la differenza di genere. Dovremmo chiedere agli uomini gli stessi diritti, non cancellarli dal mondo. Le battaglie si combattono insieme».
Non trova che il femminismo occidentale sia meno attento alla condizione femminile nel mondo islamico? Come in Afghanistan. 
«Le donne afghane sono la priorità del mondo. Quando le incontro qui in Italia piangono tra le mie braccia: non ho bisogno di andare in Afghanistan per capire le donne afghane, non ho bisogno dei talebani sotto casa per combattere i talebani. Mi è capitato comunque, da araba, di combattere battaglie da sola per le donne occidentali senza avere le donne occidentali al mio fianco». 
Chi amava da ragazzina?
«Barack Obama. Ma anche Nick Carter, il biondino dei Backstreet Boys, quello con la riga in mezzo ai capelli, non mi dispiaceva affatto...»
Che donne ha ammirato?
«Madonna. Donna forte, rivoluzionaria e trasgressiva. E Madre Teresa di Calcutta: da anziana mi vedo un po’ come lei».
Perché, cosa vuol fare da grande?
«Costruire una casa che raccolga tutti i bambini che non hanno i genitori e diventare la loro Big mama».
Lei dice che il miglior modo di vivere questo mondo globalizzato è mescolarsi
«Sono berbera e araba al cento per cento, ma quando vado all’estero mi scambiano per un’italiana».
Allora vediamo se è vero: questa è la patria del Chianti e del Prosecco ma lei non beve...
«Sono musulmana, non bigotta: ho assaggiato dei rossi meravigliosi. L’alcol, lo abbiamo inventato noi arabi ma voi lo avete perfezionato alla grande. Io però di solito mi butto sul the: the verde, the alla menta, the al gelsomino...».
Questa è la patria del San Daniele e del Prosciutto di Parma, ma lei non mangia carne di maiale.
«Vero. Ma il maiale per noi è haram, peccato. Da piccolina a Catanzaro me lo davano a scuola. Io lo incartavo in un tovagliolo e lo davo al cane sfigatissimo del vicino».
E sulla moda come siamo messi? 
«Sono super fashionista e stravedo per tacchi e tailleur. Quando vado all’estero mi rendo conto di quanto sono fortunata a vivere in Italia, nella patria dell’eleganza. Mi sento io stessa portavoce della moda italiana nel mondo».
Qualche parola in dialetto la sa?
«Conosco quelli siculi. Ma nel mio intercalare dico spesso sócc’mel. Figlio dei miei anni bolognesi».
Okay, promossa. Lei ha la cittadinanza onoraria di un paesino brianzolo ma non quella italiana.
«Di Ceriano Laghetto, paesino leghista, per un servizio fatto per Striscia sul boschetto della droga. Ho spiegato al vice sindaco Cattaneo: guardi che non ho la cittadinanza italiana. Mi ha risposto: embè? La gratitudine non ha confini».
Assurdo però...
«Vivo qui da quando avevo 9 anni, sono libera professionista da 11, pago le tasse. Non ha senso che chi contribuisce alla crescita economica e culturale del Paese venga considerato straniero».
Cosa vuol dire essere italiana?
«Non sono italiana di nascita ma amo l’Italia come se fosse la mia Patria e sono pronta a difenderla contro chiunque. Non riuscirei a vivere in un Paese senza sentirlo mio».
E in cosa si sente musulmana?
«I miei valori sono figli della religione islamica e della cultura araba, io oggi li vivo in maniera totale anche se moderna. Recito le mie preghiere ovunque e osservo il digiuno anche se devo lavorare».
Islamica e occidentale: più che una regola lei è un’eccezione. «Ma le eccezioni si moltiplicheranno fino a diventare regola».
È più libertà la minigonna o il velo islamico?
«Sono due libertà. Ma se sono imposte sono entrambe un abuso».
Meglio le Veline o le Velate? 
«A Striscia la notizia ho tutto, le Veline e le velate».
Mi dica qualcosa di cattivo su Antonio Ricci, tanto mica ci sente
«E come faccio? Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi dato l’occasione di fare quello che amo. Dice: la satira è la mia religione e voi la offendete se non mi permettete di ridere e scherzare su tutto. È la sua religione ed è la nostra che lavoriamo con lui». 
In Italia sono più quelli che non vogliono integrarsi o più quelli che non vogliono integrare?
«Metà e metà. In ogni caso quando vado in Marocco mi vedono come un’emigrata, quanto torno in Italia come un’immigrata». 
Come si fa a integrarsi, a mescolarsi quando le persone hanno la testa persa nel cellulare?
«Le persone non si guardano più negli occhi, leggono la realtà attraverso lo smartphone, non apprezzano più le differenze. Dobbiamo disintossicarci, smettere di vivere realtà distorte scritte da altri».
Più coraggioso dirsi musulmani o ridere dei musulmani?
«Io faccio tutte e due le cose. A scherzare sull’islam però ci vuole coraggio: molti musulmani vedono la religione come qualcosa di intoccabile su cui non si può fare ironia. Se imparassimo a sorridere, a prenderci un po’ più alla leggera riusciremmo a spiegare meglio l’islam e la sua bellezza. L’ironia aiuta sempre a farti accettare idee diverse dalla tua».
L’italiano è razzista?
«Penso che in questo momento sia in difficoltà, bombardato da fake news e rappresentato in politica da persone che non gli somigliano. Ma l’italiano non è razzista, non è nella sua natura, che è bellissima».
Presepi e crocifissi offendono veramente i musulmani?
«Assolutamente no. Sono polemiche create ad arte per renderci antipatici. Io da musulmana amo le chiese e l’arte sacra. Quello che offende i musulmani è usarli per fini politici».
E lei cosa fa a Natale?
«Mi imbuco in casa dei miei amici italiani perché c’è quel clima di famiglia che amo tanto. Simpatizzo per il Natale: non lo festeggiamo, ma i regali ci piacciono tanto. Viva Gesù».
IL PAPÀ GENIO DI STRISCIA
Da sei anni Rajae Bezzaz è inviata di «Striscia la Notizia»: tratta di immigrazione, integrazione e diritti delle donne e il suo debutto fu subito uno scoop riportato dal quotidiano britannico «The Guardian». Merito anche della fiducia di Antonio Ricci: «Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi dato l’occasione di fare quello che amo. Dice: la satira 
è la mia religione e voi la offendete se non mi permettete di ridere e scherzare su tutto. 
È la sua religione ed è la nostra che lavoriamo con lui»