Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  novembre 26 Venerdì calendario


Giacomo Scarpelli, l’inchiostro della la migliore commedia all’italiana

Mario Monicelli, morto il 29 novembre di undici anni fa, se ne serviva con beneficio d’invenzione: “Spesso, per certi personaggi particolari, mi rivolgevo a Scarpelli, perché Furio è anche un disegnatore bravissimo. Gli chiedevo: ‘Ma tu come lo vedi questo personaggio, fai un disegnino…’. E lui qualche volta lo faceva, e un po’ m’illuminava o mi confortava”. Pennello, china e macchina da scrivere: il triumvirato creativo di Scarpelli non conosce ostacoli, balbettii e autocensure di sorta. In una delle prime strisce umoristiche, per lo sportivo Il Tifone nel 1938, inquadra un pittore intento a ritrarre un bellimbusto in poltrona: “Fatemi somigliante”; il risultato lascia a desiderare, ma i ritocchi non saranno alla tela, bensì ai connotati dell’uomo, fino a raggiungere pugno dopo pugno “la rassomiglianza perfetta”. Il Catalogo dell’opera grafica, a cura di Sabrina Perucca, Alberto Sarasso e Giacomo Scarpelli per Edizioni Erasmo, mette ordine nell’immaginifico lato B del grande sceneggiatore, che insieme ad Agenore Incrocci – la storica coppia Age & Scarpelli – inchiostrò la migliore commedia all’italiana, da La Grande Guerra a L’armata Brancaleone di Monicelli, da Sedotta e abbandonata di Germi a I mostri di Risi, da A cavallo della tigre di Comencini a C’eravamo tanto amati di Scola. Il segreto di tanti capolavori? “Non si può narrare nulla di drammatico se non hai in mano quel sottilissimo strumento che sottolinea e fa accettare in modo emozionante la tragedia, e che si chiama ironia”.
Furio incomincia presto, ereditando dal papà giornalista e disegnatore Filiberto, che muore tragicamente nel 1933: neppure quattordicenne, deve mettersi al lavoro per sfamare la famiglia. L’impegno è profuso su riviste e giornali, fumetti per i più piccoli ne Il Balilla e La Piccola Italiana, rielaborazioni favolistiche e storie originali quali La famiglia Pestapepe e Il prof. Buongiorno: disegni, disegni, ancora disegni, un serbatoio di licenze fantasiose e ancoraggi alla realtà, diritto di critica e dovere di cronaca. L’approdo al satirico Marc’Aurelio nel Dopoguerra lo accomunerà ad altri cineasti in erba, da Monicelli a Fellini, da Scola a Steno, incubando nelle vignette l’esplosiva sintassi che precipiterà sullo schermo.
Il voltaggio grafico è sempre sociale, sovente politico, segnatamente per il Don Basilio e, negli anni Ottanta, per L’Anamorfico. Premesso che “oltre ad essere un artista dal talento inimitabile è stata la persona più intelligente, divertente, tenera, generosa, geniale che abbia mai conosciuto”, un altro cinematografaro dal tratto felice, Paolo Virzì, ne distingue la graphic novel Passioni, che lo stesso Furio definiva “manuale di recitazione eccessiva in forma di fumetto romantico”. In contrasto con l’attuale “superficialità e la rozza approssimazione del luogo comune” nel ridiscutere quella stagione della storia italiana, l’opera “colpisce per l’acutezza nella lettura del fascismo come – osserva Virzì – innanzitutto una patologia psicosentimentale, una malattia dell’anima che rende scemi e ridicoli, e dalla quale è possibile guarire solo con un malinconico, senile rincoglionimento”.
Ricco nell’apparato iconografico e puntuale nei contributi, Furio Scarpelli Pennello, china e macchina da scrivere mette in appendice un ghiotto rinvenimento del figlio Giacomo: “Meno 5, 4, 3, 2, 1… è il titolo della storia di sei pagine dattiloscritte contenuta in una cartellina celeste, saltata fuori dall’archivio degli inediti di mio padre, firmata insieme ad Age e a Monicelli e datata 1967”. Denominazione alternativa Big Deal on the Moon, che rimanda ai Soliti ignoti distribuito negli Usa come Big Deal on Madonna Street, il brogliaccio si concludeva con “sincerely yours”, insinuando una committenza d’Oltreoceano: “Non si dimentichi che tra il 1958 e il 1965 Age, Scarpelli e Monicelli avevano ricevuto la nomination all’Oscar oltre che per I soliti ignoti, per I compagni (il loro capolavoro) e per Casanova ’70, e che – rammenta Giacomo – nel 1965 i due sceneggiatori erano stati chiamati a Hollywood da Hitchcock per scrivere il copione delle Cinque R”. Chissà che luna americana avrebbe illuminato Furio.