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 2021  novembre 26 Venerdì calendario


Racconti sul Quirinale di Achille Occhetto

«Intrighi, rivalità, ambizioni personali, lotte intestine allo stesso partito, tutto vero, ma sempre nelle elezioni del capo dello Stato c’è anche la politica». Achille Occhetto, era nella cabina di regia del Pci in diverse votazioni del presidente e da segretario del Pds è stato tra i protagonisti dell’elezione di Oscar Luigi Scalfaro.
Occhetto, furono giorni complicati convulsi e drammatici, quelli. 
«Al centro delle prime votazioni c’erano le ambizioni contrapposte di Forlani e di Andreotti in cui cercò di insinuarsi senza molto successo lo stesso Craxi». 
Anche l’allora segretario socialista mirava al Colle? 
«Partecipai a molte riunioni con Craxi, quando vide che né Andreotti né Forlani ce l’avrebbero fatta pensò di poterci provare lui anche se continuava a fare nomi di altri socialisti, ma erano tutti ballon d’essai». 
Furono votazioni interminabili: finivano tutte a vuoto. 
«Fu un braccio di ferro estenuante dominato dalle scheda bianche e dai franchi tiratori. Scalfaro non era assolutamente all’orizzonte, io avevo cominciato ad apprezzarlo per un vibrante discorso che aveva fatto pochi giorni prima alla Camera sulla questione morale: si era all’alba di Mani Pulite. A un certo punto però Scalfaro fu candidato dal più laico dei laici, cioè Pannella, ma nelle prime elezioni prese soltanto sei voti». 
E voi a chi pensavate? 
«In questo caos noi non potevamo assolutamente votare per Andreotti ma nemmeno per Forlani che era la personificazione del pentapartito, cioè la cittadella mummificata che si fondava sull’esclusione teorizzata dei comunisti dall’area di governo, e quindi il mio obiettivo era prima di tutto quello di scardinare quella cittadella. Volevo trovare un outsider. Ma ci fu un fatto decisivo, un fatto drammatico, la strage di Capaci. Un giornale intitolò «la Repubblica è finita». Non potevamo continuare a dare lo spettacolo di un Parlamento impotente che non riusciva a eleggere il presidente. Le lotte contrapposte furono archiviate e vennero fuori due ipotesi: quella di votare per il presidente della Camera, cioè Scalfaro, o per il presidente del Senato Giovanni Spadolini. Noi eravamo divisi. Io alla vigilia del voto ebbi forti pressioni da importantissimi personaggi dell’editoria e dell’imprenditorialità italiana perché scegliessi per Spadolini». 
Lei invece... 
Scalfaro mi garantì che era dega-asperiano per cui la Chiesa è la Chiesa e lo Stato è lo Stato, per cui non ci sarebbero state com- 
mistioni 
«Io parlai con Spadolini, gli dissi che sarebbe stato un ottimo presidente, ma aggiunsi: “Temo che se noi puntiamo su di te siamo sconfitti e se siamo sconfitti rafforziamo Andreotti, Forlani e Craxi”. Poi la sera delle elezioni, era già buio, mi presentai nello studio di Scalfaro, mi sedetti accanto a lui sul divano e gli dissi senza preamboli: “Sono venuto a dirti che domani noi voteremo per te”. Lui mi ringraziò calorosamente pensando che i nostri voti gli garantissero il successo. “Però..”,continuai io con un certo imbarazzo. “Però?”, mi interruppe Scalfaro preoccupato. Io proseguii: “Devi sapere che nel nostro gruppo c’è una grossa riserva per la tua forte inclinazione religiosa e qualcuno teme che tu possa entrare in conflitto con la necessaria connotazione laica del capo dello Stato”. Ma prima che io continuassi, lui alzò la mano destra a mo’ di giuramento e disse: “Capisco, ma di’ ai tuoi che io sono serenamente degasperiano, la Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato, non ci deve essere e non ci sarà nessuna commistione”. Io gli credetti, lo riferii ai gruppi del Pds e per rafforzare la mia posizione riportai anche un altro mio colloquio, quello con Pannella, che aveva avuto da Scalfaro le stesse garanzie». 
E Scalfaro venne eletto. 
«Il che dimostra l’imprevedibilità di queste elezioni. Il super cattolico Scalfaro divenne presidente con il sostegno di due super laici, me e Pannella. Già, non è vero quello che leggo in questi giorni che nelle elezioni del presidente c’è una regia unica: ci sono molte regie che si intrecciano e si elidono a vicenda. Direi che l’elezione del capo dello Stato è più simile alla morra cinese: io metto la pietra per spuntare le forbici, poi c’è un altro che mette la carta per coprire la pietra… Ci sono elementi imponderabili dentro i quali però c’è sempre il filo rosso della politica».