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 2021  novembre 26 Venerdì calendario


Peng e il #MeToo cinese: un test per l’Occidente

Lei è la campionessa di tennis Peng Shuai, 35 anni, vincitrice nel doppio a Roland Garros e Wimbledon, a suo tempo esaltata dai media cinesi come «la nostra principessa» e «fiore dorato». Lui è Zhang Gaoli, 75 anni, per un quinquennio vicepremier sotto Xi Jinping e membro del comitato esecutivo del Politburo, in pensione dal 2017. Lei lo accusa per un’aggressione sessuale avvenuta tre anni fa, quando l’avrebbe costretta a un rapporto contro la sua volontà, sia pure durante una relazione che a tratti fu consenziente. In America Zhang sarebbe il predatore tenuto a rispondere alle accuse. Su di lui, come su tanti accusati da quando esiste il movimento #MeToo, peserebbe l’onere di discolparsi e il tribunale dei media lo avrebbe già condannato. 
In Cina le regole del gioco sono diverse. La vicenda della campionessa è uno spaccato sulla condizione femminile nella nazione più popolosa del pianeta, seconda superpotenza mondiale. È anche un test su quanto l’Occidente voglia chiedere conto al regime di Pechino sui diritti umani. «I diritti della donna sono diritti umani», disse Hillary Clinton quando era segretario di Stato. Peng lancia l’accusa sulla messaggeria Weibo il 2 novembre. 34 minuti dopo viene cancellata dalla piattaforma digitale. Da allora è impossibile scrivere sui social media cinesi messaggi con il nome della tennista o dell’ex vicepremier. Nei siti di giornali e tv, dove abbondano notizie sulla campionessa, la sezione commenti è chiusa. La censura è implacabile e la stragrande maggioranza dei cinesi ignora la vicenda. Nel respingere sdegnosamente le domande dei giornalisti occidentali, i portavoce governativi evitano con cura di evocare l’accusa di aggressione sessuale. Dopo alcuni giorni in cui sembrava sparita, della tennista sono state diffuse foto che si vogliono rassicuranti: appare libera, in buona salute, sorridente. Il fatto che il governo cinese si sia premurato di far circolare queste immagini, è un gesto di cautela. Si avvicinano le Olimpiadi invernali di Pechino che Xi Jinping vuole celebrare in un tripudio nazionalista (Zhang ne fu uno dei principali organizzatori). Un boicottaggio da parte di qualche nazione straniera sarebbe sgradito. In Occidente è nato l’hashtag #WhereIsPengShuai. Anche se è virale solo su social media vietati in Cina come Twitter, aderiscono agli appelli in favore della tennista molte sue colleghe e campioni celebri. Ma l’Occidente si divide: le multinazionali che sponsorizzano le Olimpiadi, da Airbnb alla Coca Cola, finora non commentano il caso Peng. Il Comitato Olimpico avalla la versione ufficiale cinese sulle buone condizioni della tennista. Joe Biden sembra considerare al massimo un «boicottaggio diplomatico», che significa solo non mandare ai Giochi una delegazione governativa di alto livello. 
Può darsi che Pechino cominci a pagare qualche prezzo per i suoi abusi contro i diritti umani: un’indagine del Pew Research Center indica che nel resto del mondo è ai massimi il giudizio negativo sulla Cina. I piani per espandere il «soft power» o egemonia culturale cinese non procedono come vorrebbe Xi Jinping. Ma è difficile valutare il danno reale. A Hong Kong lo Stato di diritto è calpestato eppure non c’è l’esodo di multinazionali occidentali che qualcuno aveva previsto. Gli appelli a boicottare il cotone «made in Xinjiang», prodotto usando manodopera uigura condannata ai lavori forzati, si sono ritorti contro chi li aveva lanciati: le aziende occidentali che avevano aderito sono castigate con la chiusura del mercato cinese. I consumatori cinesi reagiscono in difesa dell’onore nazionale offeso. 
Cosa rivela il caso Peng sulle battaglie femministe in Cina? La condizione della donna in realtà è spesso migliore nella Repubblica Popolare rispetto ad altri paesi asiatici. Mao Zedong pose le premesse di un’emancipazione materiale quando decise che «l’altra metà del cielo» doveva entrare nella forza lavoro. Nell’economia ci sono tante donne imprenditrici e top manager di successo. Quando denunce del tipo #MeToo si sono verificate nelle imprese o nelle università, talvolta ci sono state indagini e processi. Mai però una donna aveva accusato in pubblico di aggressione sessuale un dirigente comunista di alto rango. Il partito rimane una struttura maschilista e patriarcale, ha pochissime donne ai piani alti. Un dirigente comunista può essere castigato duramente, perfino condannato a morte, ma solo se lo vogliono i suoi superiori. 
L’aureola della star sportiva non conferisce diritti speciali a Peng. Anzi, il regime moltiplica le campagne contro le celebrity. Tra gli ultimi bersagli ci sono attori e attrici accusati di evasione fiscale; pop-star della musica sotto tiro perché «effeminati». Il fenomeno degli influencer nei social media viene preso di mira dalle autorità in quanto rappresenta «un’estetica anormale, contraria ai valori fondamentali della società cinese». Essere famosi, avere un seguito di massa, non è uno scudo, al contrario. Iper-populista, Xi si vanta di perseguire gli straricchi e di moralizzare la gioventù; al tempo stesso ribadisce che il potere in Cina è uno solo. Qualunque fenomeno di aggregazione spontanea della società civile, peggio ancora se genera forme di «culto della personalità», adorazione dei divi dell’era digitale, è una minaccia per il primato del partito. Nel difendere questo modello Xi sottolinea gli aspetti decadenti della civiltà occidentale: ci descrive come un malato terminale, anche perché ordine, autorità e gerarchia non sono più valori rispettati. La libera e caotica circolazione sui nostri social media di voci, accuse, contestazioni e dietrologie, per lui è una conferma del nostro declino irreversibile.