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 2021  novembre 26 Venerdì calendario


Zucchero aveva pensato di ritirarsi. Intervista

Zucchero debutta al cinema. Nel film di animazione Sing 2 , nelle sale dal 23 dicembre, dà la voce al personaggio di un rocker stanco, il leone Clay Calloway, che da quando ha perso la compagna ha deciso di non fare più concerti. Nella versione originale la voce è di Bono. Per Zucchero, che domani sarà ospite del Festival di Torino, è la prima volta al cinema anche se per Spirit , un altro film di animazione, nel 2002 aveva cantato le versioni in italiano dei brani scritti da Bryan Adams: «Anch’io mi sono chiesto perché per Sing 2 avessero scelto proprio me», osserva il musicista emiliano, «forse sarà perché Bono una volta di me ha detto: “Zucchero ha i capelli da leone e l’animo del poeta”».
Si vede che il personaggio del leone le piace.
«Mi è molto simpatico, all’inizio è burbero, manda via tutti, poi si commuove e si lascia convincere, diventa molto tenero, umano e prima di tornare sulle scene è pieno di dubbi. Quando uscirà il film vorrei andare a vederlo a Reggio Emilia con i bambini di una scuola, magari quella di un orfanotrofio o di bambini con difficoltà a inserirsi, vorrei poter vedere le loro facce quando vedranno questo personaggio».
Si è identificato?
«Lo capisco, ci son passato anch’io, c’è stato un periodo della mia vita, dopo la separazione dalla mia prima moglie, in cui non uscivo di casa, lo vissi come un lutto. Mi sono ritrovato in questa casetta sul mare, innaffiavo il prato proprio come fa il leone del film e avevo smesso con la musica.
Ma poi ci fu il successo mondiale di Senza una donna , Brian May mi invitò al concerto-tributo per Freddie Mercury, è come se qualcuno dal cielo avesse deciso che non era ancora il momento di ritirarmi».
Nel suo nuovo album “Discover” lei ha messo in fila le passioni musicali di una vita.
«È un disco mio anche se le canzoni che contiene non sono state scritte da me. Con rispetto, le ho spogliate e rivestite secondo la mia personalità e sensibilità. Quelle che ho scelto rappresentano quel che sono io e le mie due anime in musica: la miglior tradizione melodica italiana e le più profonde radici afroamericane».
Ci sono i Coldplay e i Genesis, manca una delle sue preferite, “A whiter shade of pale” dei Procol Harum, perché?
«È stato il primo brano che ho imparato da bambino sull’organo in chiesa, sarà forse per questo. O per la voce di Gary Brooker, ha un suono che non si ritrova nelle cover, da quella di Annie Lennox a quella di Joe Cocker. Pasquale Panella aveva anche scritto per me una versione in italiano ma non me la sono sentita: alla fine certi brani sono come monumenti, non si riesce a toccarli».
Solo in due casi lei ha cambiato il testo degli originali: per i brani di Bono e di Michael Stipe.
«Ho scoperto Let your love be known di Bono su YouTube, ho apprezzato il testo che parlava del lockdown senza essere patetico o drammatico.
Gli ho chiesto se potevo farne un adattamento in italiano, un esercizio tanto per tenermi in allenamento, e lui non solo mi ha mandato la sua parte ma anche i cori. Anche per il brano di Stipe ho sentito l’esigenza di tradurlo per fare arrivare un testo bellissimo al pubblico italiano».
Con Elisa canta “Luce” e De André appare virtualmente su “Ho visto
Nina volare”.
«Non sono duetti classici, Elisa entra alla fine del brano come se fosse uno strumento, un colore, e lo stesso fa Bono. Per il brano di De André l’arrangiamento è lo stesso che preparammo per il tributo a Faber nel 2000, in teatro a Genova. Devo dare atto a Dori Ghezzi che mi segnalò quel brano dicendomi che aveva qualcosa di mio, e aveva ragione. La voce di Fabrizio entra nel momento in cui sentivo avrebbe emozionato, è un cameo».
Mahmood canta in “Natural blues” di Moby.
«Ho sempre pensato che fosse un talento, dall’ascolto a Sanremo Giovani, per i fraseggi, i grappoli di note molto fluidi: lo vedrei bene a cantare canzoni di Al Green».
Aveva pensato ai Måneskin per “Honky Tonk Women”.
«Sì, ma erano in giro. Questi ragazzi hanno riempito un vuoto, quello della trasgressione, della provocazione, il rock era diventato troppo politically correct. I social li hanno aiutati, ma sono forti e hanno saputo farsi trovare pronti».
A maggio lei sarà con Eric Clapton a Berlino per un concerto, Clapton è un no vax convinto.
«Ci conosciamo dall’89, tra noi c’è sempre stata stima, è lui ad avermi voluto come supporter in un suo tour nelle arene in Europa, per me molto importante. Eric ha parlato dei suoi dubbi spiegando che da tempo per suonare aveva problemi con i nervi ma dopo i due vaccini ha visto peggiorare la situazione, è andato nel panico. Questo suo stato problematico è anche dovuto al suo passato di alcolista ma è un fatto che abbia contestato i vaccini. Con Van Morrison hanno anche scritto una canzone».
Si intitola “Stand and deliver” e parla di Stati di polizia e di fine della libertà. Non le sembrano posizioni estreme?
«Ma allora come interpretare le tante manifestazioni dei no vax in Europa? Stanno aumentando, in Olanda la situazione è pesante. Io il vaccino l’ho dovuto fare, e con me tutta la crew di musicisti, altrimenti non ci facevano andare a suonare. L’ho fatto con le mie paure, come la mia compagna e mio figlio, perché il vaccino è nuovo e c’è stato poco tempo per la sperimentazione. Senza contare poi il caso AstraZeneca. Ora dovrò fare la terza dose e non è che io corra felice a farla, sono obbligato.
Ma tutti quelli che manifestano non saranno mica solo infiltrati. Sono tempi sospettosi, ma i sospetti vengono trasferiti dai governanti alla gente».