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 2021  novembre 26 Venerdì calendario


Jeff Koons e gli sceicchi dell’arte

DOHA Sheikha Al Mayassa, la leader culturale del Qatar, sorella dell’emiro Tamim Bin Hamad, indossa una tunica blu decorata con la riproduzione di Rabbit,l’opera più costosa realizzata da un artista vivente. Più che Lost in America, come dice il titolo della mostra, è la Doha che conta, oggi, a trovarsi “Lost in Jeff Koons”. Il re del mercato americano – e non solo – è qui sul Golfo Persico per lanciare la sua prima esposizione sulla penisola arabica, curata da Massimiliano Gioni (fino al 31 marzo 2022, catalogo made in Italy: Skira). E il contrasto tra il mondo luccicante e pop del maestro dei gonfiabili d’acciaio e quello degli sceicchi del deserto, alla prova dei fatti, appare meno problematico. Alla QM Gallery Al Riwaq si fa la fila per i selfie davanti alle 60 opere che ripercorrono quarant’anni di carriera. È un viavai continuo di macchinette elettriche che accompagnano l’aristocrazia qatariota e i vip internazionali. «In ognuno di noi l’esperienza dell’arte è individuale – dice Koons, mentre sorseggia il caffè prima che si aprano le porte dell’allestimento – Il buio è il buio e la luce è la luce per tutti. Non mi pongo il problema di esporre per una cultura diversa dalla mia. Alla fine ci sono valori ed esperienze universali». Cita i Beatles: «I am he as you are he as you are me /And we are all together».
Nella sala della serie Made in Heaven, quella ascrivibile agli anni folli del breve matrimonio con Ilona Staller, mancano le opere più esplicite. «Viviamo in un mondo globale che deve rispettare le culture. Abbiamo scelto un approccio più intimo in cui Koons racconta il suo lavoro in prima persona, attraverso le immagini e i ricordi che hanno influenzato il suo lavoro», spiega il curatore Gioni.
Nell’enorme parallelepipedo bianco che lascia galleggiare sculture di importanti dimensioni come altrove non sarebbe possibile, affiora Play-Doh, il pongo gigante dedicato al figlio Ludwig, pensato come oggetto di compensazione affettiva negli anni della separazione, tra battaglie legali e gossip. Ma ci sono anche gli aspirapolveri nei box di plexiglass degli esordi, quelli che ispirarono Damien Hirst e che lanciarono l’ex impiegato del Mo-MA nella Art Power List. Poi Balloon Dog, Hulk e Lobster, che trasformano in oggetto prezioso e non deperibile i palloncini dell’infanzia della serie Celebration, che è ancora work in progress: Party Hat, un cappellino da compleanno di tre metri, non si era mai visto. Il posto d’onore, ovviamente, spetta a Rabbit, il coniglietto battuto all’asta da Christie’s nel 2019 per più di 91 milioni di dollari, sorvegliato da due guardie ferme sull’attenti. «Ma non è questo il valore che mi interessa – puntualizza Koons – Un’opera d’arte ha davvero un peso se ispira e comunica. Il mio rapporto con il Qatar è nato ventuno anni fa, con il primo viaggio del 2000. Ho visto nascere le sue istituzioni, portato in vacanza la mia famiglia. Non avrei sognato di meglio che esporre qui». «Chi l’avrebbe detto, è vero, Jeff?» gli fa eco Sheikha Al Mayassa, la leader culturale con le sneaker che sta facendo la rivoluzione. Nei musei, il personale femminile è in ascesa, mentre il Paese resta nell’obiettivo delle organizzazioni internazionali per i diritti umani. «Vogliamo mettere in connessione la società con l’arte. L’arte è centrale per l’educazione. La nostra missione è uno scambio tra il locale e il globale. Questa mostra nasce dopo anni di dialogo insieme. Ora i miei figli impazziscono per le tue magliette, Jeff».
Il pianeta dell’arte si sposta e Doha che, con gli spazi culturali in espansione, i Mondiali di calcio 2022 alle porte, i cantieri aperti anche di notte con gli operai del sud-est asiatico e il gps da aggiornare di continuo, è il nuovo Eldorado dell’occidente: paradiso di architetti e di designer che si trasferiscono, ma anche di artisti locali che ora hanno un palcoscenico. Nelle stanze del Culture Pass Club di Mshereib, a downtown, Diane Von Furstenberg e India Mahdavi si incrociano con le designer qatariote Aisha Al Sowaidi e Wadha Al Hajri. E alla Fire Station, la vecchia stazione dei vigili del fuoco, si scopre che la street art abita anche da queste parti. Se la vicina Abu Dhabi – con il suo Louvre che ha già quattro anni e il Guggenheim in attesa di apertura – punta al franchising dei grandi musei occidentali che orientano anche il contenuto delle collezioni, a Doha si mira a qualcosa di diverso. Il National Museum, la rosa del deserto che sembra il set di Dune, è forse il capolavoro di Jean Nouvel. Ma all’interno raccoglie la storia del Paese, tra archeologia e video immersivi dello stesso deserto dove ci sono i monoliti di Richard Serra. E Rem Koolhaas è sì l’archistar della National Library, ma poi, nelle sale di marmo, trionfano antichi Corani e codici mediorientali.
Il New York Times ha portato qui quest’anno gli Art For Tomorrow Talks che si sono conclusi proprio nella domenica in cui è iniziato il conto alla rovescia per il campionato del mondo. Durante la cena al Museo dell’Arte Islamica, David Beckham, testimonial non senza polemiche della Coppa che verrà, siede accanto a Koons. Jean Todt, intanto, va a visitare la mostra. La fotografa francese Brigitte Lacombe scatta ritratti agli invitati, mentre un gruppo jazz suona sulla terrazza con vista sul Golfo Persico e su uno skyline che appare come un catalogo di architettura occidentale del XX e XXI secolo, tra un Empire State Building in scala ridotta e un “cetriolo” fratello di quello londinese di Norman Foster. Nelle sfere blu di Koons – una è appoggiata a una copia ingrandita della Gioconda – si riflettono tuniche e hijab, giacche e gonne di varie misure e tutti i volti mascherati per la pandemia: contrasti di un mondo che a Doha sta giocando una nuova partita, sorseggiando drink analcolici.