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 2021  novembre 25 Giovedì calendario


Parla Alex Pompa

Immobile, con i pugni serrati appoggiati sul banco dell’aula, gli occhi neri e profondi a fissare nel vuoto, mentre la Corte d’Assise lo perdona per avere ucciso suo padre. Alex Pompa, 20 anni e un cognome che ha già chiesto di poter cambiare, ha ascoltato così il verdetto che l’ha assolto dall’accusa di omicidio: 34 coltellate inflitte con sei coltelli diversi all’uomo che ogni giorno umiliava e aggrediva sua madre e aveva reso la loro vita un inferno.
Se l’aspettava questo verdetto?
«Ho sempre confidato nella giustizia, ma non mi sono mai illuso. Fa parte del mio carattere.
Sono così anche quando affronto gli esami all’università».
Cosa farà ora?
«Ho bisogno di tempo per metabolizzare questa sentenza, lasciare andare quelle che sono le mie emozioni: ho sempre bisogno di tempo, sono fatto così. Adesso voglio solo tornare a casa e riprendere in mano la mia vita.
Vedere la partita dell’Inter, cenare con la mia famiglia. Fare una vita normale».
Ha mai avuto paura che la vostra situazione non venisse capita?
«Ci sono stati momenti difficili.
Temevo di non riuscire a spiegare tutto quello che abbiamo vissuto.
Non eravamo una famiglia normale, per noi non sono mai esistiti compleanni e Natali come momenti felici. Non ho mai potuto essere libero di uscire con gli amici o con la mia fidanzata senza che il pensiero non fosse rivolto a mia madre, a quello che in casa le poteva succedere».
Cosa ha convinto i giudici che l’hanno assolta, secondo lei?
«Le registrazioni che abbiamo portato e fatto ascoltare in aula sono stati la chiave. Hanno restituito cosa accadeva in casa nostra. Mio padre era un uomo malato, ossessionato dalla gelosia e dal controllo verso mia madre.
Avrebbe avuto bisogno di cure.
Sentire la sua voce in aula, negli audio, non è stato facile».
Lei ha detto: “Avrei preferito morire io piuttosto che uccidere mio padre». Lo pensa ancora?
«Assolutamente sì, questo pensiero mi ha sempre accompagnato, e ancora oggi è così».
Come è cambiata la sua vita da quando è tornato libero?
«Lentamente ho ripreso a vivere, e ora posso farlo davvero. Frequento l’università, posso andare a giocare a calcetto, e nel frattempo lavoro come receptionist in un hotel. È stata un’opportunità importante che mi è stata data, ne sono davvero felice».
Sembrano cose “semplici”.
Perché non era possibile prima?
«Io non potevo lasciare sola mia madre, o io o mio fratello Loris dovevamo sempre starle accanto. Ogni sera l’abbiamo abbracciata più forte e più a lungo temendo di non ritrovarla viva al mattino».
Quali sono i suoi sogni ora?
«Non è facile rispondere a questa domanda. Avere una vita normale.
Fare un viaggio con la mia famiglia è una cosa che mi piacerebbe, anche andare allo stadio insieme a Loris a vedere l’Inter, ovviamente».
Hai mai temuto di essere additato come un assassino?
“Ci sono state tante persone che hanno creduto in me, oltre alla mia famiglia, agli amici e ai compagni di scuola. In particolare c’è una persona a cui devo moltissimo” Chi?
«Paolo Fassa, un imprenditore che mi è stato accanto da quando ha sentito la notizia al telegiornale e al momento della sentenza ha voluto essere presente: mi ha aiutato a trovare il miglior avvocato della città. Per me è un angelo custode, è come un nonno».
In lei hanno sempre creduto anche i suoi insegnanti.
«Sì, devo ringraziarli molto, per non avermi mai fatto sentire diverso anche quando ho fatto la maturità in condizioni difficili. Ho sempre tenuto molto allo studio, per me è un riscatto dimostrare di potercela fare, per questo cerco di dare il meglio anche ora all’università dove studio Scienze della comunicazione».
Qual è stato il momento più duro in questo processo?
«L’attesa del verdetto. In particolare gli ultimi minuti. Ma ci sono stati tanti momenti tosti, anche parlare alla Corte. Non è una situazione normale, sono come estraniato da tutto questo. Mi sembrava di vivere in un film».