Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  novembre 24 Mercoledì calendario


Il cuore fragile dei calciatori. Intervista al professor Domenico Corrado

Abbiamo tutti negli occhi le immagini di Christian Eriksen che si accascia in campo durante gli scorsi Europei di calcio. Alcune settimane fa, allo stadio di Barcellona si è vissuta un’angoscia simile con l’argentino Sergio Aguero che si è portato le mani al petto. Il cuore tradisce anche gli sportivi di alto livello, nonostante i controlli accurati ai quali vengono sottoposti. Il professor Domenico Corrado, Direttore dell’Unità operativa delle cardiomiopatie genetiche e cardiologia dello sport e del Master nazionale di Cardiologia dello sport all’Università di Padova, è uno dei massimi esperti mondiali: in un suo recente lavoro pubblicato sull’European Heart Journal ha affrontato proprio il caso del calciatore danese e le differenze nella prevenzione tra Italia e resto del mondo.
«Su Eriksen sappiamo finora solo che si è trattato di un arresto cardiaco da aritmia, ma restano ancora misteriose le cause che l’hanno provocata. Il fatto che abbiano inserito un defibrillatore ci fa immaginare che sia stata identificata una patologia cardiaca grave».
Può essere sfuggito qualcosa agli esami nonostante il calciatore giocasse in Italia nell’Inter?
«In Italia dal 1982 esiste una legge che rende obbligatorio lo screening su chiunque eserciti attività agonistica. Giovani adulti, ma anche master over 35. Le maglie sono strettissime, ma qualcosa può sfuggire».
Quante morti ci siamo risparmiati con questa legge?
«Uno studio pubblicato dal nostro gruppo nel 2006 su Jama ha analizzato il trend della mortalità cardiovascolare negli atleti prima e dopo l’introduzione dello screening in Italia. Prima del 1982, negli atleti era 4 volte quella dei non atleti: 4 ogni 100 mila. Dopo 24 anni era scesa del 90%: 0,4 ogni 100 mila. Per contro, tra i giovani non screenati che non svolgono attività agonistica l’incidenza è rimasta intorno all’1 ogni 100 mila. Se si applicasse lo screening a tutti, si potrebbe ridurre la mortalità improvvisa cardiaca anche nei non atleti».
Quali patologie possono portare all’arresto cardiaco?
«Oltre i 35 anni la causa più frequente è la malattia delle arterie coronariche. Per i più giovani lo spettro è molto più ampio: malattie congenite, ereditarie, o acquisite come la miocardite».
Si possono prevedere o identificare tutte le cause?
«Per quanto riguarda gli agonisti in attività, generalmente under 35, l’elettrocardiogramma è in grado di identificare quasi tutto: ci sono patologie ereditarie o genetiche come la cardiomiopatia ipertrofica, o aritmogena. Poi malattie congenite, le canalopatie, ovvero malattie elettriche a livello cellulare che possono provocare aritmia improvvisa».
Ma ci sono patologie più silenti che sfuggono?
«Alcune genetiche o congenite. Ad esempio l’anomalia congenita di origine delle coronarie non dà alterazione all’elettrocardiogramma. O hai sintomi, o sfugge. Si potrebbe sospettare in caso di positività del test da sforzo. Ma anche questo test ha una sensibilità non ottimale. Oltre i 35 è opportuno un test da sforzo per chi svolge attività sportiva agonistica o comunque intensa».
Sarebbe indicato per chiunque?
«Per gli atleti master il vero screening si fa sui fattori di rischio: colesterolo, pressione, glicemia, peso, età. A un cinquantenne che va in palestra, consiglierei comunque un test da sforzo».
Nel caso di Aguero del Barcellona si è parlato di aritmia cardiaca maligna, ed è stato fermato per tre mesi. Sono sufficienti per riprendere l’attività agonistica?
«Se si tratta di un episodio di aritmia maligna è simile a quello subito da Eriksen ma senza arresto cardiaco. Bisogna capire se è un episodio isolato o legato ad altre patologie come la miocardite. Dopo 3-6 mesi l’atleta sarà rivalutato e si potrà capire quale patologia ci sia sotto e stabilirne il rischio. È un’aritmia ventricolare con caratteristiche che fanno pensare che possa ripetersi. Sempre più spesso l’aritmia è causata da una miocardite acuta o da un esito cicatriziale di una pregressa miocardite. È una patologia oggi prevalente con il Covid 19. Atleti professionisti con miocardite da Covid sono stati fermati per qualche mese. Non si erano vaccinati».
Come avviene il recupero dalla miocardite?
«L’infiammazione cardiaca molto spesso tende a guarire».
È una guarigione definitiva o transitoria?
«Generalmente è definitiva, ma richiede anche mesi. Importanti sono le conseguenze della miocardite, perché una cicatrice troppo estesa può alterare la funzione cardiaca».
Eriksen potrebbe tornare a giocare?
«Nel campionato italiano, no. Il defibrillatore è incompatibile con l’attività agonistica da noi».