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 2021  novembre 24 Mercoledì calendario

“METTERÒ IN SCENA UN GORILLA E MI RITIRO” – LE RADICI DELL’IMMAGINARIO DI PAOLO SORRENTINO PRONTO A SCODELLARE “È STATA LA MANO DI DIO”, IN SALA DA OGGI: “MIO PADRE? MIA SORELLA GLI DICEVA “TE NE DEVI ANDARE” PER LA SIGNORA (L’AMANTE DEL PADRE, NDR). L’HO CONOSCIUTA DAL NOTAIO. CON SENSI DI COLPA ENORMI NEI CONFRONTI DI MIA MADRE, MI È STATA SIMPATICA”- “SONO CRESCIUTO TRA GLI ANEDDOTI ECCESSIVI, ASSURDI. MIA MADRE STUDIAVA DALLE SUORE. LA RIFORNIVANO DI SPILLI PER INFILZARE GLI UOMINI CHE NEL BUIO ALLUNGAVANO LE MANI...” - VIDEO -

«Prendi quella che ti capita (…). Pure nu cesso va bene», dice Saverio Schisa (Toni Servillo) al figlio Fabietto (Filippo Scotti), riferendosi alla prima volta: «Bisogna togliersela dal cazzo ‘sta prima volta». Sprone, e insieme invito all’immaginazione, la vera eredità che i genitori lasciano a Fabietto, orfano a 17 anni. E forse anche l’eredità di Paolo Sorrentino, perché il suo ultimo film — È stata la mano di Dio, in uscita nelle sale il 24 novembre 2021 e su Netflix il 15 dicembre, acclamato a Venezia (vincitore del Leone d’argento) e candidato italiano agli Oscar — è autobiografico («per quanto può esserlo un film»).

Che Sorrentino sia uno dei migliori registi viventi lo sapevamo da un po’. Che sia italiano è un orgoglio, che sappia costantemente rinnovarsi una sorpresa. Difatti questo è un film diverso dai precedenti, intimo, eppure suo, riconoscibile, quasi a dire che fin qui, tra gli interstizi delle altre opere, nei dettagli, quella storia personale è stata sempre evocata. Qual è allora l’origine dell’immaginario di questo artista unico che rappresenta la nascita del cinema contemporaneo italiano? È proprio lui a raccontarcelo, tornando indietro, laggiù — Vomero, quinto piano di una palazzina del Parco, condominio detto Il Parco sebbene di verde non ce ne fosse. Vomero, Napoli — 1987.

Infanzia? «Sono nato che mio fratello aveva nove anni, e mia sorella tredici. Eravamo sei con mamma, papà, e nonna».

Nonna. «Per un problema ai polmoni aveva bisogno di ossigeno. Ricordo un gran via vai di bombole. Salumiera nei Quartiere Spagnoli, a quel punto, chiusa in casa, era depressa, astiosa. Per esempio: aveva perso una figlia piccola. Se le veniva annunciata la morte di qualcuno, fosse anche violenta, tra i peggiori stenti, lei rispondeva: “E capirai, io ho perso mia figlia di tifo a undici anni”».

Competizione? «Il suo era il lutto migliore».

Suo padre? «Bancario, incuteva soggezione. Se le amiche di mia madre venivano in visita di cortesia, al tempo si usavano le visite di cortesia, cercavano di andare via prima che rientrasse lui».

Incuteva soggezione anche a lei? «Dopo i grandi litigi mi proponevo di non salutarlo col bacio, impossibile. Ero piccolo però, non so cosa sarebbe successo se fossi diventato adulto. Magari sarei riuscito a non baciarlo. All’epoca l’unica a tenergli testa era mia sorella».

Ovvero? «Io origliavo: “Tu te ne devi andare”, gli diceva lei».

Motivo? «La Signora».

Nella storia il padre ha un’amante. «Nella vita da noi chiamata la Signora, tipo entità sovrannaturale. Con le parole si finiva per nobilitare la persona più odiata».

La odiava? «L’ho conosciuta dal notaio dopo la morte dei miei, questioni di eredità».

E? «Con sensi di colpa enormi nei confronti di mia madre, mi è stata simpatica».

Ha conosciuto anche suo fratello, quello di cui Fabietto scopre l’esistenza dopo la morte dei genitori? «Sì».

Gli adulti spingono il protagonista all’immaginazione, dal padre («prenditi quella che ti capita, pure nu cesso») alla baronessa del piano di sopra («non mi guardare, chiamami Patrizia»). Il valore dell’immaginazione che le è stato trasmesso? «Un po’ per cultura napoletana, un po’ per indole dei componenti della mia famiglia, sono cresciuto tra gli aneddoti eccessivi, assurdi, inclusi quelli di guerra».

Esempio? «Mia madre raccontava che, sfollata in campagna, un giorno arrivano i tedeschi per ammazzarli, il Generale vede la sua amica e ferma i soldati: “Questa bambina è identica a mia figlia morta” dice. Così si salvarono».

Reale? «Conta?».

«La realtà è scadente»? «Faticosa. La routine sempre in agguato».

Altri racconti? «Mia madre studiava dalle suore, le quali, quando portavano le ragazze al cinema, le rifornivano di spilli».

Scopo? «Infilzare gli uomini che nel buio allungavano le mani».

Sua mamma ha usato lo spillo? «Molto».

Ancora come migliorativo della realtà: gli scherzi. «Quelli telefonici, come quello del film, e quelli tipici da settimana bianca come il Guttalax nel bicchiere, che poi portava tutti gli altri, noi bambini inclusi, fuori dalla porta a ascoltare la vittima andare e venire dal bagno».

In quegli anni: se avevi una pelliccia? «La esibivi. A Roccaraso, e a Napoli, sebbene non facesse così freddo. Nei mesi estivi invece si portava dal pellicciaio, da mantenere in frigo».

Sua madre aveva la pelliccia? «Ricordo le continue richieste con mio padre che rispondeva “noi siamo comunisti”. Alla fine vinse lei, arrivò il visone».

Chi era sua madre? «Se si spazientiva diceva “anima di quei quattro, venite quattro a quattro”».

Significato? «Mai saputo».

A 17 anni l’evento che cambia tutto: la morte dei suoi genitori. Un’immagine di Paolo Sorrentino prima? «A sette anni mamma mi lasciava al cinema da solo per andare a vedere che combinava papà. Diceva torno subito. E io mi giravo continuamente per vedere se fosse tornata. In genere arrivava con la luce, a film finito».

Paolo Sorrentino dopo? «Imbambolato. Sa quando ti scippano per strada e tu rimani per dieci minuti così? Ecco, quei dieci minuti per me sono durati anni».

Si è mai vergognato della parola orfano? «Credo di non averla mai usata, mi sembrava l’emblema della cattiva sorte».

Come il protagonista che appena la dice va sott’acqua? «Come lui».

Gli animali nel suo cinema? «Molti tendono a vederci dei simboli, la cosa è meno nobile: contagiato da Umberto Contarello (sceneggiatore, ndr), il rapporto uomo animale mi fa ridere».

Gli animali della sua infanzia? «Nel Parco c’era un veterinario, uno dei pochi a Napoli a trattare animali esotici. Una sera io e mio fratello rientrando a casa vediamo un pavone. Per settimane tra le macchine parcheggiate del condominio compariva il pavone, coi condomini che pretendevano di dargli da mangiare. Ecco, siccome il pavone è in Amarcord, ho avuto la tentazione di trasformarlo in gorilla».

E? «Sarà il mio punto d’arrivo. Metto in scena il gorilla, e mi ritiro».

Animali domestici invece? «Prima che io nascessi so che loro avevano due pesci rossi buttati da mia madre nello scarico. Mio fratello e mia sorella disperati, lei allora disse: “Non avete capito, quelli tornano al mare”. In seguito abbiamo avuto due pappagallini. Morti i miei, uno si è mangiato l’altro. Il superstite era un genio, riusciva a aprire la gabbietta nonostante noi la chiudessimo con il laccio del panettone. Usciva e volava per le stanze».

Perché ha deciso di raccontare questa storia adesso? «C’era la giusta distanza, citando Mazzacurati. Avendo compiuto cinquant’anni, potevo affrontare certi temi con misura, con un atteggiamento sentimentale e non sentimentalista».

Cosa temeva in precedenza? «Lo sfoggio: guardate come sono bello nella mia sofferenza». Eppure: quante volte ha riportato in vita i suoi genitori? «Ne L’uomo in più ho trasformato mio padre in un cantante di night. Quello era il suo modo di stare al mondo, il suo amore per la musica e per le donne, si riteneva un conquistatore».

Quante volte ha messo in scena sé stesso? «Con Lenny Belardo, l’orfano».

Paolo Sorrentino oggi? «Sono rimasto a vivere nella casa d’infanzia fino ai trent’anni da solo, poi con Daniela. Quindi ci siamo trasferiti a Roma».

Quella casa? «Venduta».

Motivo? «Era un faccenda chiusa».

Oggetti di famiglia tenuti? «Il barometro, le pipe di papà. La manina di legno con cui mia nonna si grattava la schiena».

Daniela, sua moglie. «Lavoravamo nello stesso palazzo. La prima occasione in cui ci siamo parlati sono stato scortese, del resto io sono spesso scortese».

Che padre è Paolo Sorrentino? «L’anno in cui mi sono fidanzato con Daniela, Anna era piccola. Avevamo paura della presentazione ufficiale. Invece sono andato a cena da loro, lei mi ha preso per mano, e mi ha portato in camera sua dove mi ha offerto il tè nel servizio di Minnie».

Primo regalo a Anna? «La cucina giocattolo. Secondo: una bambola nera, battezzata Fatima. E ricordo pure il terzo, il quarto, il quinto».

Esiste ancora Fatima? «Buttata di recente da Daniela con grande sdegno di Anna. Esistono però molte foto di me, Anna e Fatima».

Ce le dà? «Meglio di no, i miei figli sono molto discreti e non apprezzerebbero».

E dunque: che padre è? «Quando erano piccoli giocavo con loro, io gioco benissimo».

A cosa? «Pallone, nascondino, pupazzetti, bambole».

Altro? «Finché Carlo me lo ha permesso ogni mattina l’ho accompagnato a scuola».

Oggi che sono grandi? «Li scoccio, entro nelle loro camere: “Abbracciatemi” chiedo».

E loro? «Mi abbracciano».

Va sulla tomba dei suoi genitori? «All’inizio di frequente. Poi ho smesso. Tanto che per girare la scena del cimitero, nel cimitero di Napoli dove ci sono anche loro, li ho cercati senza trovarli. Avrei dovuto chiedere a mia sorella».

Chiesto? «No».