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 2021  novembre 23 Martedì calendario


La squadra di Kkr che pianificato l’operazione Tim

Kkr è abituata a muoversi con grande discrezione. La proposta per Tim è stata costruita tra New York e Londra sotto la supervisione dei due co-head americani Joe Bae e Scott Nuttall e dei capi dell’Europa, il tedesco Johannes Huth e l’italiano Mattia Caprioli. Il dossier è stato poi affidato al team «infrastrutture» guidato da Alberto Signori, il quale la scorsa settimana era a Roma, probabilmente per sondare il terreno e depositare la proposta che domenica il presidente di Tim, Salvatore Rossi, ha portato in consiglio. 
Kkr non ha uffici a Roma e l’Italia la gestisce da Londra. Sul nostro Paese ha acceso un faro da tempo. Nei mesi passati Huth, Caprioli e Signori sono venuti a Roma per un giro istituzionale. Il fondo Usa, 400 miliardi di patrimonio in gestione e un ruolo centrale nella Corporate America – uno dei primi gruppi finanziari degli Stati Uniti —, ha già investito nel nostro Paese quasi 2 miliardi per entrare un anno fa in FiberCop, la società creata da Tim conferendo la rete secondaria, quella che va dalle cabine su strada fino alla case, per avviare il piano di sostituzione dei vecchi cavi in rame con la fibra ottica e rinnovare la rete. È di tutta evidenza che l’interesse a prendere Tim inizia allora e matura strada facendo, fino ad arrivare a venerdì scorso quando Kkr ha rotto gli indugi facendosi avanti con la manifestazione di interesse per un’Opa sul 100% del gruppo telefonico. Una mossa azzardata se non altro perché non è stata concordata con Vivendi, il primo azionista di Tim con il 24,5%, che da un paio di mesi sta cercando di spingere per un ricambio al vertice del gruppo. Ora che è arrivata Kkr il pressing è destinato ad aumentare. Anche per il sospetto dei francesi che l’ad di Tim, Luigi Gubitosi, possa aver sollecitato l’offerta per uscire dall’angolo. C’è tuttavia da tenere in considerazione che oltre a Kkr c’erano altri fondi da tempo al lavoro su Tim – il titolo era ai minimi storici in Borsa – e tra questi Cvc era probabilmente più avanti degli altri. Qualcuno dice a un passo da presentare un’offerta dopo aver imbarcato Nomura, di cui è advisor l’ex ad di Tim, Marco Patuano, e altri fondi. Cvc avrebbe preso contatti anche con Unicredit. Domenica, dopo l’annuncio della proposta di Kkr, Cvc si è affrettata a far sapere di essere pronta a partecipare a un’operazione di sistema su Tim, insieme al fondo Advent.
Dunque l’accelerazione di Kkr più che ai guai di Gubitosi, potrebbe essere legata alla necessità di arrivare prima degli altri. Una scelta strategica, come lo sono d’altra parte FiberCop e ora Tim. Scorrendo il portafoglio di partecipazioni messe insieme in Europa dal fondo Usa, spiccano l’operatore di rete olandese Odf, il provider di connettività inglese Hyperoptic, le torri di trasmissione francesi di Hivory e quelle spagnole di Telxius in joint venture con Telefonica e gli operatori di rete tedeschi Deutsche Glasfaser e Versatel. Fanno parte del portafoglio infrastrutture gestito da Signori, che controlla asset per oltre 40 miliardi di dollari. In generale sono circa 75 le società del settore telecom che il fondo Usa ha comprato e venduto. 
La partita su Tim non è semplice. Vivendi si è sempre mossa in un’ottica di lungo periodo sul gruppo telefonico, pur non riuscendo mai ad incidere nonostante abbia avuto in mano per diverso tempo la governance e la gestione. Se vuole mandare a segno l’Opa, Kkr non potrà prescindere della media company di Vincent Bollorè. I francesi hanno detto che l’offerta è insufficiente e non riflette i valori del gruppo. Un invito a trattare condizioni migliori? Non si può escludere. Di certo il fondo Usa ha munizioni in abbondanza. E forse un ritocco del prezzo l’ha già messo in preventivo, anche se a giudicare dalla risposta della Borsa, gli 0,505 ad azione che vorrebbe offrire ai soci di Tim sembrano bastare.