Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  novembre 22 Lunedì calendario


UN’ASTA DA RECORD – L’INCREDIBILE STORIA DELLA STECCA DA BILIARDO DI ERNEST HEMINGWAY PERSA PER UNA SCOMMESSA E ORA MESSA ALL’INCANTO A CATANIA PER UN CIFRA CHE POTREBBE SUPERARE I 35MILA EURO - ERA IL 1948 E A STRESA LO SCRITTORE CONOBBE UN BOLOGNESE CHE STAVA ACCOMPAGNANDO LA SORELLA A MISS ITALIA: SCOMMISE SULLA VITTORIA DELLA RAGAZZA, MA QUELL’ANNO IN GARA C’ERA UNA TRIESTINA E LA CITTÀ ERA DIVENTATA TERRITORIO LIBERO SOTTO LE NAZIONI UNITE E VENIVA RIVENDICATA DALL'ITALIA… -

Una stecca da biliardo può valere anche più di 35mila euro. Però dev'essere come questa, che verrà messa all'asta a Catania: l'aveva persa Hemingway per una scommessa nel 1948, e racconta un pezzo d'Italia che non c'è più, un Paese povero ma bello, dolce e melanconico come una fotografia color seppia con la pioggia che ci bagna. Lo scrittore americano era sbarcato a Genova il 25 settembre per un viaggio Amarcord. Prima tappa Stresa, all'Hotel Des Iles Borromées, dove aveva ambientato alcune pagine di Addio alle Armi.

Salutò il suo autista, che era il fratello di Costante Girardengo, e si buttò al bar, un whiskey dietro l'altro. Al tavolo da biliardo conobbe Arnaldo Zamperetti, da Bologna, che stava accompagnando la sorella Ornella, «di nascosto dai genitori», al concorso di Miss Italia, proprio lì di fronte, la sera dopo, al Regina Palace, affacciato su un giardino con le siepi e le aiuole. Svuotarono un po' di bottiglie del bar, e quando Hemingway vide l'Ornella non ebbe più dubbi: «Vince lei», disse.

Arnaldo gli rispose di no, che la favorita era una triestina, Fulvia Franco, per motivi politici. «Scommettiamo?», fece Ernest. La voce roca, un po' strascicata. «Chi perde paga il conto del bar, e io mi gioco questa mia stecca da biliardo, che mi porto sempre dietro». Il presidente della Giuria era Totò. Era lì anche perché stava girando un film, Totò e Miss Italia, regista Mario Mattioli. In giuria c'erano pure Vergani e il pittore Fiumi. A consegnare lo scettro vinto l'anno prima, era arrivata Lucia Bosé. Sorrideva a tutti, felice come una Pasqua: aveva appena firmato un contratto da 5 milioni con la Lux Film. Fino a 12 mesi prima faceva la commessa a Milano

E adesso anche Totò, appena lasciato da Isa Barzizza che aveva preferito passare alla compagnia di Macario, le aveva proposto di lavorare con lui: «Sarai la prima donna, metterò il tuo nome sui manifesti accanto al mio, non l'ho mai fatto con nessuna». Ma quando le cose girano bene, uno riesce anche a scegliere. Lei disse che ci avrebbe pensato. Guardare l'Italia da qui non era come dal negozio dove lavorava, uno si sedeva ai tavoli del giardino con un buon bicchiere e annusava la vita e i profumi che c'erano.

Chi vinceva Miss Italia aveva diritto a una dote di centomila lire, che comprendeva una pelliccia, una radio e tutto l'arredamento di una casa da sposi, e poi le calze che ti facevano sentire una diva. Lei aveva gioito allora per questo. Ma il suo orizzonte adesso era diventato molto più grande. Era lo stesso del Paese. Le macerie che c'erano, raccontavano solo quello che avevamo lasciato alle spalle. Volevamo ridere con Totò e ballavamo il rock and roll. Non si sapeva che cosa sarebbe successo. Però si sapeva che qualcosa sarebbe arrivato.

Quell'anno tra le concorrenti non c'era nessuna come Lucia Bosé. Uno dei giurati fece la proposta di eleggere le prime tre, a pari merito, l'Ornella, la Franco e un'altra. Qualcuno propose un'ultima sfida in costume da bagno davanti al pubblico fra Fulvia Franco e Ornella Zamperetti e facciamo scegliere loro. Ma l'organizzazione del concorso si oppose. Faremo come sempre, dissero.

«Decideranno i giurati». Andarono per le lunghe, mentre Hemingway e Arnaldo aspettavano il verdetto. «Che dubbi hanno?», si chiedeva lo scrittore. Zamperetti gli spiegò che Trieste era diventata territorio libero sotto le Nazioni Unite e veniva rivendicata dall'Italia: per questo aveva una valenza politica la sua vittoria. Finì proprio così, fra migliaia di dubbi. Il presidente della giuria, Totò, votò per lei e poi disse ai cronisti: «Quante belle italiane sono rimaste a casa». Ma la Franco non aveva 17 anni e alcune persone organizzarono una manifestazione rumorosa. Lei sul palco impallidiva sempre di più. Arrivarono i carabinieri a mettere ordine. E finalmente il pubblico la applaudì. Fulvia disse che era studentessa di liceo e che non aveva un fidanzato. Era alta 1,66 per 60 chili.

Al Regina Palace Hotel avevano sfilato i canoni estetici di una bellezza che non c'è più, tra bikini castigati e taglie morbide. Ornella corse nella sua camera d'albergo in lacrime e non ci fu verso di consolarla. Hemingway consegnò la sua stecca ad Arnaldo, con tanto di dedica: «Al mio giovane amico Arnaldo, in onore della sua bellissima sorella Ornella». Lui l'aveva conservata come una reliquia. Ci ha pensato il figlio Aldo a metterla all'asta. Papà è morto, e il tempo se n'è andato. Ormai quell'Italia non c'è più.