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 2021  novembre 22 Lunedì calendario


Carlo Garzia, il giornalista licenziato da Berlusconi

L’altro giorno, il giornalista Carlo Garzia, 50 anni, napoletano, ha fatto questo tweet: “Presidente Berlusconi, per limitare gli effetti del Covid sulla salute e sull’economia avrebbe potuto evitare di licenziare, in piena pandemia, suoi leali collaboratori di Palazzo Grazioli. O è avvenuto a sua insaputa. Anche perdere il lavoro nuoce alla salute e all’economia”.
Tempo prima aveva scritto un thriller politico, La seduta è sospesa, e quando l’aveva portato al Cavaliere si era sentito fare un rimprovero: “Ma perché non l’hai pubblicato con me?”. E Garzia: “Non mi chiedo cosa lei può fare per me, ma cosa posso fare io per lei”.
"Nel passaggio nella nuova sede, a Villa Grande, hanno lasciato a casa i collaboratori, tra i dieci e i quindici”, dice adesso amaro. “Tra cui io”. Era una bella giornata di sole e Garzia ha racimolato le sue cose: un ombrello, dei taccuini e il forno a microonde, appena acquistato, che ha regalato al portiere. E se ne è andato.
Quando aveva l’Italia ai suoi piedi Silvio Berlusconi si vantava di non avere mai licenziato nessuno. Probabilmente era una leggenda, una delle tante, fiorite negli anni d’oro del suo potere. Palazzo Grazioli era la reggia degli anni del consenso, quando i cronisti stazionavano giorno e notte davanti al suo portone per carpirne le dichiarazioni. Metà Italia pendeva dalle sue labbra. Il mondo è irriconoscibile da allora. L’immaginario collettivo del Paese profondo non lo determina più Drive In.  Anche il Cavaliere, che sogna il Quirinale, in fondo è un’altra persona.
"Non conosco la sorte di nessuno. Erano segretari, autisti, cuochi. A me chiesero di licenziarmi. Risposi come Leonida alle Termopili: “Se volete le mie dimissioni le venite a prendere”. Ero stato assunto personalmente da Silvio Berlusconi. Con un contratto a tempo indeterminato. Non lo meritavo. Gli sono stato leale fino all’ultimo"
Nel 1994, studente alla Luiss, Garzia fondò con Antonio Martino un club di Forza Italia. “Sono sempre stato liberale”, dice. “Ho iniziato la mia carriera nel 1999, come collaboratore di Raffaele Costa. Poi ho lavorato per molti parlamentari. Ghostwriter. Portavoce. Ispiravo le risposte per le interviste. Mi sono fatto un nome. Il Cavaliere un giorno mi mandò a chiamare. Era il 2015, e il mio posto di lavoro era a palazzo Grazioli. Mi occupavo della comunicazione e dell’ufficio studi. Si avverava un sogno”.
Poi nel settembre 2020, col Cavaliere ricoverato in ospedale, è arrivato il benservito.
Forza Italia si ridimensionava. Berlusconi non assumeva più. Tagliava.
"È arrivato un suo emissario da Milano e ci ha annunciato la novità del licenziamento. Non mi hanno mai fatto parlare con il Presidente. Né mi sono permesso di disturbarlo. Gli ho scritto una mail, che non è stata recapitata. Ho resistito, in smart working, fino a maggio, poi ho acconsentito ad una transazione”.
Perché Garzia esce allo scoperto? Perché ne parla? 
"Perché in politica ci vuole coerenza. Lo dico soprattutto dei suoi fedelissimi. Leggo dichiarazioni sul lavoro che poi vengono disattesi dai fatti. C’è chi predica bene e razzola male. Ho visto le dichiarazioni di Berlusconi sul reddito di cittadinanza, che mal si conciliano con il licenziamento nel pieno di una pandemia”.
Quindi questa è la storia di una delusione. Ed è anche la fine definitiva di un mondo. Quello che fece scrivere a Sandro Bondi Il sole in tasca, l’agiografia del Cavaliere, uscita nel 2009 poco prima che scoppiasse il caso Ruby. Scriveva Bondi: “Berlusconi è un uomo che sa sognare. Una visione che ricorda quella di Martin Luther King – I have a dream, io ho un sogno – e che riflette una dimensione non meramente e vagamente onirica ma, ben più radicalmente, spirituale”.
"Non parlerò mai male di lui”, promette Garzia. “Gli incoerenti sono quelli che gli stanno attorno. Ho lasciato l’Italia. Ora sono in Francia, dove cerco di prendere una seconda laurea. Resta l’amarezza per com’è finita: ero un suo leale dipendente e sono stato messo in mezzo a una strada proprio mentre infuriava il Covid”.