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 2021  novembre 22 Lunedì calendario


Perché Damiano Tommasi si candida a sindaco di Verona

«La politica è come una squadra di calcio: se pensi che il pallone sia solo tuo è meglio se vai a fare qualcos’altro. Una candidatura deve nascere da un progetto condiviso: ampio sostegno, idee comuni, voglia di collaborare». Damiano Tommasi, 47 anni, ex centrocampista della Roma di Fabio Capello e della Nazionale, candidato in pectore del centrosinistra di Verona alle amministrative del 2022, è appena rientrato da Bruxelles, dove ha partecipato all’elezione del nuovo presidente della Fifpro (il sindacato internazionale dei calciatori). Fondatore con la moglie di una scuola bilingue che si ispira agli insegnamenti di don Milani - «Siamo partiti con il nido, ora i genitori ci chiedono di aprire anche il liceo» -, studente di Scienze della Formazione - «sin prisa pero sin pausa, come dicono in Spagna» (ride, ndr) -, produttore dell’Amarone "Anima candida" dedicato al soprannome di quando faceva il chierichetto a Trigoria, accetta di fare due chiacchiere sull’ultima sfida del suo personalissimo percorso post-carriera mentre sta accompagnando agli allenamenti uno dei suoi sei figli.
Tommasi, lei è cresciuto fra le colline della Valpolicella. Che rapporto ha con Verona e la sua provincia?
«Qui ci sono le persone che sono sempre state importanti per me, quelle che mi hanno sempre visto per quello che sono e non per quello che ho fatto nella vita. I miei genitori e questa terra mi hanno educato a pensare con la mia testa. Non tutti hanno questa fortuna».
Chi l’ha convinta a buttarsi nella mischia della politica-politicata contro il sindaco uscente Federico Sboarina (Fdi) e l’ex primo cittadino Flavio Tosi? I ragazzi del movimento civico Traguardi?
«È un percorso ancora lungo. Oggi siamo nella fase in cui dal pensiamoci siamo passati al parliamone».
Romano Prodi qualche giorno fa ha detto che da presidente del sindacato dei calciatori «prendeva sempre posizioni intelligenti». Una benedizione ulivista…
«Che Prodi abbia commentato la mia possibile candidatura mi ha sorpreso e mi sta facendo riflettere ancora di più. Ma candidarsi a fare il sindaco non è come scendere in campo la domenica con la maglia di una città: significa assumersi una grande responsabilità».
A proposito di maglie. Come vede la «sua» Roma?
«La scelta di Mourinho e il rinnovo di Pellegrini dimostrano un disegno di medio-lungo periodo, anche se nel calcio di oggi e in una piazza come quella romana quello che conta è il brevissimo termine».
Che idea si è fatto della crisi della Nazionale?
«Gli azzurri stanno pagando due cose: il fatto di averci abituato bene e il calendario troppo fitto. È un problema generale che i nostri giocatori, arrivati in fondo all’Europeo, stanno soffrendo più degli altri».
Un problema che riguarda anche la politica. La disaffezione dei cittadini, a partire dall’astensionismo, sta raggiungendo livelli mai visti…
«Credo sia una responsabilità della mia generazione. Avevamo 18 anni durante Tangentopoli e, segnati da quell’esperienza, forse facciamo fatica a spiegare ai nostri figli che la politica è qualcosa di importante e che non c’entra nulla con l’opportunismo».
Verona è considerata uno dei laboratori dell’estrema destra. È preoccupato?
«Quella parte della città ha un megafono molto forte e fa tanto rumore. Ma Verona è anche una delle prime realtà italiane per numero di associazioni no profit e persone che si dedicano al volontariato. Non voglio negare il problema, ma bisogna comprenderne le reali dimensioni e capirne le origini prima di affrontarlo».
Che rapporti ha con il "doge" Luca Zaia?
«Non lo conosco, ma le ultime regionali hanno detto tanto del suo essere governatore. È una persona nella quale i veneti si riconoscono e in questi mesi delicati della pandemia ha dimostrato di essere un uomo del fare, uno che parla chiaro. Zaia è Zaia anche senza social. Chi lo vota, lo vota convintamente».
E lei: l’ha mai votato?
«L’ultima volta no. In passato, sinceramente, non ricordo».