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 2021  novembre 22 Lunedì calendario


Parla Michele Roberts, la sindacalista dell’Nba

Dirige il sindacato giocatori più famoso e potente d’America. Quello dei giganti Nba. Contratta a nome di LeBron, Curry e compagni. Tratta con ego spaventosi: dei campioni e dei proprietari. Lo fa dal 2014. Prima donna a ricoprire il ruolo e prima donna a capo di un sindacato di sport professionistico. Michele Roberts, 65 anni, avvocata, single, nata nel Bronx, non ha mai giocato a basket. Sua madre Elsie, cinque figli, l’ha cresciuta da sola, facendo le pulizie. Michele si è fatta strada con impegno: ha studiato legge a Berkeley, è stata difensore d’ufficio a Washington occupandosi anche di casi di condannati a morte. Quando si è presentata davanti a 117 giocatori come executive director sapeva che avrebbe rappresentato atleti uomini, incontrato dirigenti uomini, negoziato con proprietari uomini. È stata lei a trasferire la sede dal sindacato da Harlem al centro di Manhattan (Bryant Park) in un grattacielo, ex studi Rca («Per fortuna i soffitti erano alti, per via dell’acustica»), dove la Nbpa ha uffici, campo da basket, palestra, fisioterapisti, piscina, sala riunioni, zona pranzo, studio di registrazione. Uno splendido tempio a disposizione di tutti i giocatori quando vengono a New York. «Home away from home». Una casa lontano da casa. Ma soprattutto il simbolo che il basket guida il futuro: non è periferia. È stata lei a gestire il tema Blm (Black Lives Matter), la minaccia dello sciopero, e i problemi della pandemia. Si è fatta una fama di brava negoziatrice, soprattutto quando il gioco si fa duro.
Stanca di essere etichettata come la prima donna?
«Quando sono stata scelta, Chris Paul, mio predecessore, mi ha avvertita: sei la prima donna, ti guarderanno strano. Gli ho risposto che ci ero abituata: a scuola, negli studi, nelle scelte. Ero la sola nera in un ambiente bianco. Stavolta almeno arrivavo in un’associazione dove l’80% dei giocatori è nero. E allora tutti a chiedermi: non sei contenta di aver rotto questa barriera? Ma io non mi sveglio la mattina dicendomi: oggi quale confine butto giù? Appena ho avuto questo lavoro ho ricevuto la telefonata di uno che mi chiedeva di assumerlo: “Non sai trattare con gli uomini, tra l’altro tutti bianchi, non sai nulla di basket, io ti darò le chiavi di accesso”. Avrei voluto mandarlo a quel paese, invece gli ho chiesto nome e numero per essere sicura che uno che non credeva nelle donne non finisse mai nel nostro ufficio. Non mi preoccupo di essere la sola, ma di essere la migliore».
È stato l’anno più duro per il sindacato tra scioperi e pandemia?
«Tra i più difficili. Ho vissuto tre mesi nella bolla di Orlando con i giocatori. Si aspettavano che io fossi lì e c’ero. Sono fiera di loro, di come si sono comportati, c’era chi dopo l’uccisione di George Floyd voleva interrompere il campionato, è stata fatta la scelta di continuare e di usare quei play-off come piattaforma sociale. Non era mai capitato che il parquet fosse marchiato con la scritta Black Lives Matter e che i giocatori indossassero maglie con le scritte ‘Quanti altri ancora’, ‘Sarò io il prossimo?’, ‘Giustizia’. Hanno dato voce e azione alla loro protesta. Conta che questa generazione ha genitori consapevoli che hanno appoggiato i figli nel loro impegno sociale. Ma conta anche che il basket è un business, non solo un gioco. Muove miliardi, marketing, media, tecnologia, licenze. Io non sono brava a fare canestro, ma lo sono con i conti. I giocatori, ognuno con il proprio modo, mi hanno messo alla prova. Non mi lamento, dovevano farlo, giusto così. Non hanno assunto una donna, ma una persona che non avrebbe permesso un dollaro in meno nelle loro tasche. Io mi concentro sul tempo che ci vuole per risolvere un problema e non sui problemi che vanno risolti. Players first».
I giocatori Nba per 5 anni hanno boicottato Trump.
«Con Biden, i Milwaukee Bucks sono tornati alla Casa Bianca dove sono stati premiati come vincitori del campionato, ma anche per aver sollevato l’importanza dei diritti civili, dopo i sette colpi sparati alla schiena di Jacob Blake in Wisconsin. Sono stati i Bucks in gara 5 ai play-off a non scendere in campo, con il timore che il gioco distraesse dai problemi reali del Paese. “It could be me”, potevo essere io, ha detto un giocatore. Dopo tre giorni di riunioni il torneo è ripreso, ma da quel momento lo si è usato come piattaforma per pubblicizzare la lotta contro le ingiustizie razziali. È finito il tempo del: “stai zitto e gioca”. Il mondo è cambiato. La gente dice: guardo lo sport per tenere fuori il mondo. Okay, ma il mondo è sempre lì fuori, che preme. E quando dopo due ore, spegni la tv, perché la partita di basket è terminata, i problemi del mondo non sono spariti. Ali, Bill Russell, Tommie Smith hanno protestato, ma erano soli. Oggi i giocatori hanno milioni di follower, comunicano senza intermediari, i loro tweet hanno potere. I social media in questo senso sono stati un’opportunità».
Hanno parlato di lei come figura materna. Per 450 giocatori?
«Ma non lo so, forse ci sarà anche quello. Molti di loro sono cresciuti in famiglie con un solo genitore, la madre, che rispettano. Perché a lei devono tutto. Da LeBron James a Kevin Durant. Ma sanno benissimo che io sono un’avvocata, mi hanno assunta per il mio lavoro da professionista, per come tratto i contratti, per proteggerli. Io non sono il boss di LeBron, lui e tutti gli altri sono i miei capi. E non tutte sono star. Il nostro programma si chiama appunto: Think 450. Noi rivendiamo i diritti di immagine collettivi dei giocatori: immagini andare da 450 atleti e negoziare individualmente per averli tutti nello stesso videogioco. Non solo questo: ci occupiamo di benessere e di salute mentale. Chi ha giocato 3 anni in Nba ha diritto alle cure mediche per la vita. E abbiamo un programma: transition. Invita i giocatori a gestire la fase di transizione, magari a completare l’istruzione, prima di diventare ex. È difficile far capire che non si può rimandare sempre l’addio, a un certo punto its’ over. È finita. Meglio pensarci e prepararsi prima: senza cadere nell’alcol o nella droga. Siamo qui anche se vogliono consigli per gestire il loro patrimonio. Sono businessmen, fuori dal campo».
Kyrie Irving dei Nets non gioca e non viene pagato perché non vaccinato.
«Parlo a titolo personale, sono per la scienza. Il 97% dei giocatori Nba è vaccinato, anche se non è obbligatorio. Abbiamo diffuso le opinioni degli esperti, ma ho ospitato due podcast di dottoresse afroamericane che dal no sono passate al sì ai vaccini. Lo Stato di New York nei luoghi chiusi impone la vaccinazione, Irving non infrange nessuna regola Nba, ma ne disattende una statale. Quindi vedremo se è giusto tagliare il suo salario» .
A fine anno lei andrà in pensione.
«Sì, smetto di lavorare, farò solo delle supervisioni su temi di diritto penale. Al mio posto ci sarà un’altra donna, Tamika Tramaglio, che già collabora con noi. Lo sport è inclusione, ma c’è ancora molto da migliorare: pochi gli allenatori neri, pochissime donne, anche tra le proprietarie delle società, solo Los Angeles e New Orleans ne hanno due, e c’è ancora tanto razzismo in America come in Europa dove chi si inginocchia viene spesso fischiato. Gli atleti sono esseri umani, è bene ricordarselo. E le donne possono, questo è il messaggio: diversità non significa inferiorità» .