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 2021  settembre 13 Lunedì calendario

Biografia di Pier Luigi Pizzaballa

Pier Luigi Pizzaballa, nato a Bergamo il 14 settembre 1939 (82 anni). Ex calciatore. Portiere. Giocò con Atalanta, Roma, Verona, Milan. Una presenza in Nazionale. Noto per essere stato introvabile come figurina dell’album Panini 1962-’63. «Mi mancavo pure io».
Vita Figlio di un fornaio e di una casalinga, settimo di otto fratelli, da ragazzino lavorava come garzone nella Drogheria Serighelli a Verdello, provincia di Bergamo: «Clienti e scaffali, sapevo quasi tutto delle spezie, dall’autunno preparavo i misti che ci ordinavano per i salami: pepe, sale buono, cannella, noce moscata e altro...» (a Pietro Serina) • Iniziò a giocare a calcio nel campo dell’oratorio. «Io facevo il garzone a Verdello e il prete, don Antonio, una figura come Don Camillo, mi portava ai provini e alle rappresentative regionali. Aveva una Guzzi Falcone, a quattro marce, con il volano, doppia sella. Arrivava dietro la drogheria spingendo la moto spenta. E mi chiamava: “Ehi, ehi, vieni, ssstt, piano. Mi toglievo il grembiule in silenzio e salivo sulla Guzzi e via verso Bergamo, Brescia e Milano. Anche d’inverno. Lui guidava con i giornali e le riviste sul petto, per fermare l’aria e mi chiedeva: “Non avrai mica freddo, Gigi?”. “Insomma…”. La tonaca si gonfiava dal vento e io mi proteggevo, me la avvolgevo intorno» • «È cresciuto all’ombra di un mito, Carlo Ceresoli, il Leone di Highbury, fra i pali della Nazionale che rivaleggiò e perse con onore contro i Maestri inglesi nel 1934. “Mi insegnò tante cose – ricorda Pizzaballa –: a stare in porta, soprattutto. È importante, è una questione di geometria e intuizione, perché si deve capire prima degli altri lo sviluppo del gioco. Ceresoli, inoltre, mi ha insegnato a rimanere freddo. Insomma, a fare il portiere per arrivare a certi livelli. Adesso il ruolo è cambiato. Va di moda una figura di estremo difensore molto alto: se non sei sul metro e 90, ti scartano: io sarei stato scartato. A quell’epoca, oltre il metro e 90, c’era solo Cudicini, mentre gli altri erano sul metro e 80. Per me va bene il portiere sul metro e 85, purché abbia tutte le altre caratteristiche. Servono agilità, intuizione, elasticità, senso della posizione, freddezza, doti che la natura può darti. E, soprattutto, serve la testa, non è solo una questione di altezza”» (La Stampa) • «Una volta un giornalista mi ha detto: “Guarda che con un nome così non vai lontano. Ma ti rendi conto: Pizzaballa. Fa anche un po’ ridere”. Perché dovevo cambiare? E poi come si faceva? Ce n’erano di portieri con i nomi lunghi. Uno si chiamava Liberalato e giocava nel Milan. Poi Anzolin, Albertosi non erano corti» • «Pizzaballa è stato un grande portiere, vestito sempre in nero, al massimo in grigio, come era di rigore a quell’epoca. Il meglio lo dette con l’Atalanta, a Bergamo divenne famoso, in nerazzurro vinse la Coppa Italia in finale col Torino: “Ci allenava Tabanelli”. Come dire: ben altro rispetto alla modernità. Ben altro persino rispetto a Gasperini, che qualcosa di rusticano, a modo suo, ancora conserva. Un calcio impensabile oggi, quello cui Pizzaballa offriva le sue spalle larghe, le sue mani accoglienti e i suoi guanti di pellaccia: un calcio ruvido, sincero, come un vino fatto di mosto fermentato e poco altro. Volti spesso sconosciuti, spesso ritoccati (sulle figurine), spesso ingannevoli (per esempio: quanti anni aveva il povero Udovicich, quanti il doriano Delfino e il vicentino Carantini?). Pareva cinquanta. Pizzaballa no. Pizzaballa aveva un che di hollywoodiano» (Enrico Sisti) • «Undici stagioni nell’Atalanta e tre nella Roma. Ma anche tre stagioni nel Verona e altrettante nel Milan. In totale 275 presenze tra i pali di una porta in Serie A e persino un’apparizione di 45’ in nazionale per sostituire Albertosi e la trasferta inglese per partecipare al Mondiale ’66, quello dello storico capitombolo azzurro di fronte alla Corea del Nord. (…) “Nelle stagioni a Roma, dal ’66 al ’69, vincemmo una Coppa Italia, ma disputammo campionati anonimi, mai più in alto dell’ottavo posto. La squadra era buona. C’erano Losi e Peirò, Scala e il povero Barison, Bet e Santarini. Quando arrivai a Roma in panchina sedeva Pugliese, un trascinatore sanguigno e pittoresco. Poi arrivò Helenio Herrera, che impresse a tutti una svolta più professionale. Ma mancava l’organizzazione societaria, tutto era abbastanza casuale e improvvisato”. (…) La serie A a 23 anni compiuti e la nazionale a quasi 27. Ai suoi tempi i portieri maturavano più tardi? “Sì. Circolava un luogo comune, secondo il quale un portiere troppo giovane non poteva possedere l’esperienza e l’autorità necessarie per guidare la difesa. O forse ai miei tempi la preparazione al ruolo era più elaborata e complessa”» (Mario Gherarducci) • Ha vinto il Premio Combi come miglior portiere della Serie A nella stagione 1964-65 • «Fu protagonista di una delle pagine più discusse e controverse della storia del calcio italiano. Il 20 maggio 1973, quattro giorni dopo avere conquistato la seconda Coppa delle Coppe, il Milan, che si presentava all’ultima giornata con un vantaggio di un punto sulla Juventus e di due sulla Lazio, cadde sciaguratamente con il Verona e vide sfumare lo scudetto. “Il Milan forse prese quella partita con leggerezza: avevano vinto la Coppa delle Coppe e bastava poco per poter vincere il campionato, invece venne sconfitto da una squadra agguerrita”, il ricordo di Pizzaballa, quel giorno fra i pali della porta veronese» (Paolo Brusorio) • «La parata più bella? “A Genoa su colpo di testa di Pruzzo, campionato ’76-’77, l’anno della promozione in A dell’Atalanta”» (ad Alessandra Retico) • «La partita più amara?”Un derby a San Siro nel marzo ’74. Ero alla mia seconda apparizione nel Milan. Pronti, via, e dopo nove minuti avevo già incassato tre gol. Finì 5-1 per l’Inter e in seguito rimasi quasi sempre in panchina”» (a Gherarducci) • «Tutti i grandi portieri una volta nella loro vita hanno preso sei, sette gol. Succede. Ci si ride sopra. Poco tempo fa, ero a Coverciano con mio figlio Pierpaolo. Sento uno che mi batte sulla schiena, mi giro, è Hamrin. Agita la mano, mostra il cinque e poi mi abbraccia. Erano passati quasi quarant’anni. Certi episodi restano e, in un certo senso, fanno anche piacere» (a Germano Bovolenta) • Dopo il ritiro, nel 1980, per dieci anni ha lavorato all’Atalanta, come responsabile del vivaio e consigliere. «Avrei voluto restare, la società ha fatto scelte diverse. Ma ho lanciato tra gli altri Donadoni, Tacchinardi, Locatelli» (a Guglielmo Longhi) • Oggi allena i bambini nella sua scuola calcio di Gorle, in provincia di Bergamo. «La predisposizione la vedi già a nove, dieci anni. Cominci a vedere se il bambino ha reattività, come si muove, come si comporta in porta, anche se solo istintivamente. Poi è chiaro che serve tutto un lavoro successivo, però già da piccolo si capisce se un bambino è portato per fare il portiere» (ad Alessandro Mastroluca).
Figurina Sulla storia della sua figurina mancante ha spiegato ad Alessandra Retico: «Il fotografo veniva una volta sola nel ritiro precampionato e io facevo il militare, insomma non mi trovò. Scomparvi dalle figurine, ero il numero 1 nella prima pagina, il buco si notava. All’inizio mica mi piaceva tanto: ho vinto due Coppe Italia, ho fatto anche una partita in Nazionale e i Mondiali del 1966. Eppure mi sembrava che mi amassero solo perché valevo tre Rivera e due Mazzola. Poi cambiò. Anche grazie a questa vicenda della mia introvabilità, la gente mi scoprì “dal vero”. L’album era una specie di enciclopedia sul calcio quando non c’erano i mezzi di comunicazione di adesso. Veltroni mi ripubblicò nel ’94 con l’Unità, molti mi chiamano ancora per tutto questo. Mi piace» • Nel 2011, anno del 50° anniversario della Panini, ha ricevuto per posta una sua figurina, regalata da un professore di Avellino che l’aveva doppia. «La tengo tra le cose importanti della mia vita, ogni tanto la guardo, mi dicono che sta aumentando di valore. Potrei farci un pensierino... Scherzo, non la venderei mai. È stata la mia fortuna, anche per questo la gente si ricorda ancora di me» (a Guglielmo Longhi).
Famiglia Sposato da 55 anni con Lucia. Il figlio Pierpaolo, nato nel 1968 a Roma, quando il padre giocava per i giallorossi, è professore all’Università degli Studi di Roma Foro Italico.
Passioni Produce vino dai suoi vigneti sulle colline della Maresana, nel Bergamasco.