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 2021  ottobre 14 Giovedì calendario


Ritratto di Madamme Roland

«Salì con leggerezza i gradini, e, voltandosi verso la statua, le disse con dolcezza grave, senza rimprovero: O Libertà, quanti delitti vengono commessi in tuo nome!». Così viene riportato da Jules Michelet uno degli episodi leggendari – le parole sono forse apocrife, ma indicative – del Terrore, ambientato l’8 novembre 1793. A parlare è una donna giovane e bella, che fissa una gigantesca statua della Libertà, accanto alla quale si erge un patibolo. Si tratta della viscontessa Manon Roland de la Platière, nata a Parigi nel marzo 1754 con il nome di Marie-Jeanne Philipon e moglie di Jean-Marie Roland, ex ministro degli Interni ed esponente di punta dei Girondini (i componenti del gruppo politico della Gironda, appartenenti in gran parte alla borghesia, di idee liberali e repubblicane), ora in fuga e ricercato.
IL PROCESSO
Serena, di bianco vestita, Manon è appena discesa dalla carretta dei condannati. Al processo non le è stato consentito di leggere per intero le sue Difese, scritte con l’avvocato Chauveau-Lagarde. In esse, madame Roland ha ribadito la fiducia nei principi illuministi e in un «regime equo, protettore e benevolo, sul quale avrebbe dominato la virtù». Ha difeso l’azione del marito e dei Girondini, chiedendo per sé la stessa morte riservata a loro. «Appartengo a Roland virtuoso e perseguitato, fui legata a uomini che l’accecamento e l’odio della gelosia mediocre hanno proscritto e immolato, è necessario che io muoia a mia volta perché è insito nei principi della tirannide sacrificare coloro che si oppongono violentemente a essa Che l’innocenza si avvii al supplizio, dove la condannano l’errore e la perversità, è comunque verso il trono che si dirige. Possa io essere l’ultima vittima immolata ai furori dello spirito di partito!... Giusto Cielo! Illumina questo popolo infelice per il quale desidero la libertà!». Interrotta, si è rivolta al pubblico: «Vi chiedo di prendere atto della violenza che mi viene fatta». «Viva la Repubblica!» ha allora gridato qualcuno degli astanti.
CADONO LE TESTE
Al crudele Fouquier-Tinville, pubblico accusatore del Tribunale rivoluzionario, colui che mena vanto del «far cadere le teste come le tegole di ardesia di un tetto nei giorni di temporale», non è bastato ottenere la condanna di un primo gruppo di girondini. Lui, ma soprattutto l’uomo che muove le fila, Maximilien Robespierre (insieme a Saint-Just), vogliono stroncare ogni residuo di opposizione al loro agire e al loro potere incontrastato. Ancora non immaginano che finiranno stritolati dal meccanismo che hanno innescato, che la Rivoluzione divorerà i suoi figli (tranne i più astuti come Fouché, futuro ministro della Polizia). E così Manon viene ghigliottinata: i suoi ultimi pensieri sono rivolti all’innamorato Léonard Buzot e al marito Roland. Entrambi moriranno suicidi, qualche giorno dopo l’esecuzione di lei, la figlia dei Lumi e del XVIII secolo che credeva nella Ragione e nel progresso. Saint-Just ha dichiarato che «la Rivoluzione diviene ghiacciata»; in realtà si avvia alla sua sanguinosa fine.
Sono cadute sul patibolo molte donne che in essa avevano creduto, oppure le si erano opposte; ma comunque hanno rappresentato figure straordinarie. Il 16 ottobre è stata giustiziatala la regina Maria Antonietta, dopo mesi di calvario; poco dopo Olympe de Gouges, che aveva redatto i Diritti della Donna da affiancare a quelli dell’Uomo. Di fronte al boia Sanson, pare che avesse detto: «Saranno contenti ora, avranno distrutto l’albero e il ramo». E, rivolta al popolo: «Enfants de la Patrie, vendicherete la mia morte». Muore anche Charlotte Corday, che ha pugnalato Marat nella vasca da bagno. I movimenti femminili sono stati sciolti; l’avvocato moralista (in apparenza) Chaumette ha tenuto un indimenticabile discorso all’Assemblea: «La legge ordina di rispettare la morale e farla rispettare. Ma io la vedo qui disprezzata Donne impudenti che volete divenire degli uomini cosa volete di più?».
LA FAMIGLIA
Fra le figure femminili, Manon spicca. Proviene da una famiglia modesta, ma dall’infanzia si dedica agli studi. Legge Le Vite di Plutarco, sostiene che lo Stato sia fatto per il benessere dei cittadini, crede nelle teorie di Rousseau. Ha sposato il visconte Roland, insieme al quale ha appoggiato le rivendicazioni del Terzo Stato durante gli Stati generali. Brillante, intelligente, colta, è divenuta la ninfa Egeria dei Girondini; il suo salotto è uno dei più celebri di Parigi. Se per una lunga fase ha sostenuto la Rivoluzione e, dopo la fuga di Varennes, ha condiviso l’idea che Luigi XVI venga processato, si è poi ritratta dai suoi eccessi, in seguito ai massacri di settembre. «Voi conoscete il mio entusiasmo per la Rivoluzione, ebbene ne ho vergogna! Infangata da scellerati, è diventata mostruosa!», ha detto. Poco tempo dopo, anche lei ne sarà vittima. I nobili principi di Libertà, Fraternità e Uguaglianza si sono smarriti fra massacri e condanne inique, trasformandosi nel loro opposto, ovvero un esercizio di potere arbitrario e feroce, ammantato di ipocrita virtù.