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 2021  ottobre 14 Giovedì calendario


La pretesa di censurare le citazioni

Quando si tratta dell’arte di comunicare, quelli bravi li riconosci facilmente: rileggi loro roba di trent’anni prima, e ci trovi dentro l’indignazione dell’altroieri.
Se siete stati vivi e senzienti nel Novecento, è assai probabile che anche voi abbiate annuito fino a slogarvi il collo di fronte a “Tutti da Fulvia il sabato sera”, la striscia di Pericoli e Pirella che usciva su Repubblica in quel secolo breve in cui le edicole erano una meta ambita dai ventenni e non un relitto per vecchi brontoloni.
Lo scandale du jour di ieri era allora roba da pagine culturali, non da campionato dei cuoricini e dei mipiace; ora, che viviamo nelle storie di Instagram e quelli bravi sono morti o comunque avrebbero diritto di riposarsi, per lo scandale du jour che vado a illustrarvi oggi (cominciato l’altroieri: domani non se ne ricorderà più nessuno) c’è un perfettissimo “Tutti da Fulvia”.
È del 1986. C’è un intellettuale che chiede a Inge Feltrinelli: Inge, dunque tu usi i negri? Inge non capisce, acciocché Pericoli&Pirella possano spiegare al lettore non avvezzo al gergo editoriale che «negro» è chi scrive senza comparire, senza firmare, senza prendersi i meriti. Negli anni abbiamo dismesso l’uso dell’impresentabile parola ma, essendo l’italiano una lingua morta, non ne abbiamo inventata una nuova, e ci siamo messi a usare «ghost writer», ché “Un americano a Roma” è pur sempre tra i film fondativi per questo paese che fa fatica con l’italiano, figuriamoci con l’inglese, e tuttavia si ostina.
Insomma – divagavo, che evento eccezionale – l’intellettuale spiega «Ma sì, quelli che scrivono libri facili, commerciali, di grande successo, che poi firmano gli altri». E Inge conclude: «Io non solo non ho negri, difficile anche trovare bianchi».
Secondo il codice suscettibile, nel riportare questa striscia avrei dovuto mettere degli asterischi, ed evitare l’uso di quella che gli ipocriti chiamano «la parola con la n» (non «narcisista»: l’altra). Anni fa le parole definitive su questa scemenza le disse Louis CK. Sintetizzo: ogni volta che un bianco dice «n-word», sta costringendo me a pensare «negro» senza assumersi la responsabilità di dirlo lui.
Ma, l’indicizzazione di questo articolo non ne sarà lieta, sto strologando da quaranta righe e ancora non vi ho detto quale sia lo scandale du jour.
Carlotta Vagnoli è una femminista dell’Instagram trentaequalcosenne, toscana, tendenza aggressiva: quelle che strillano rivendicazioni equiparando il tizio che ti fischia per strada alle morti in fabbrica, quelle che tra loro si chiamano «troia» sentendosi per questo un sacco trasgressive (non fate quelle facce: siete state trentenni sceme anche voi, chi non lo è poi diventa scema da adulta, che è molto peggio).
L’anno scorso Chiara Ferragni la cita ai suoi ventiequantieranoallora milioni di follower, Vagnoli passa da numeri trascurabili a più di duecentomila follower, perdipiù è una bellissima ragazza: arrivano le aziende. Quelle di vestiti, che le danno soldi per indossarli e taggarle (invidissima da parte delle altre militanti, che sono – come chiunque sui social – anch’esse prosciutti da vendere, ma ancora non è arrivato un salumaio a valorizzarle); e quelle editoriali, che le offrono un contratto: è la combinazione perfetta, autrice topa, con molti follower, contenutismo e dolenza (la sua narrazione del sé preferita è l’ex che la menava).
È tutto ovvio, fin qui. Anche il fatto che per il paragrafo precedente mi piglierò della sessista, come se avessi voluto dire che le donne son prosciutti e gli uomini pensatori, e non che per un prosciutto maschile vendere balocchi e profumi – cioè quel che si vende sulla piazza dell’attivismo instagrammatico – è più difficile, se non ha una Ferragni per moglie.
Un mese fa il libro della Vagnoli esce, per Fabbri, un editore che la titola come i libri che è abituato a vendere: manuali. “Maledetta sfortuna” ha come sottotitolo “Vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere”. Ci sono anche i paragrafi scritti più in grande e in rosso, così non dovete sforzarvi a leggerlo tutto e riconoscete, se non la violenza di genere, le citazioni citabili. Vende poco meno di settemila copie in tre settimane: le vacche sono talmente magre che con cifre del genere si colloca ai primi posti della classifica della saggistica.
L’editing non è accuratissimo: in una pagina fotografata da una fan e dalla signora Vagnoli prontamente rilanciata, si legge che non violentare è «il minimo sindacabile» per essere persone decenti. Questa, sia chiaro, non è una critica all’editore né all’autrice: se la gente compra i libri delle influencer per farsi le foto alle presentazioni, perché gli editor dovrebbero affaticarsi a lavorare il materiale di partenza per approdare a una lingua italiana da licenza media?
E arriviamo allo scandale. A pagina 88 – o almeno così dice Instagram: non ho mai finito Carla Lonzi, non pretenderete legga Vagnoli – si riportano, per stigmatizzarli, commenti contro Carola Rackete comparsi su Facebook. Una influencer nera (loro dicono «razzializzata», per gli stessi problemi lessicali per i quali dicono «slur» convinte sia una parola diversa da «insulto») se ne accorge, e le fa il predicozzo. Altre seguono. 
Che i custodi della pubblica morale avessero l’elasticità mentale d’un algoritmo era chiaro da quando, più o meno cinque anni fa, Bette Midler aveva citato Woman Is The Nigger of The World (nigger accuratamente censurato a mezzo asterischi) al principio d’un tweet che proseguiva elencando i mal­trattamenti cui erano soggette le donne. Accusata di non aver tenuto nel dovuto conto le maggiori difficoltà delle donne nere, l’eroica Midler inizial­mente aveva resistito («è una citazione di Yoko Ono, era vera allora ed è vera adesso»; Yoko Ono firma la canzone con Lennon), per poi – come sempre accade – arrendersi, cancellare tutto, scusarsi. 
Un libro si elimina dalla cache meno facilmente d’un tweet, al massimo si può promettere una ristampa suscettibilizzata. Ma nel frattempo c’è quello in cui l’internet è specializzata: trentasei ore di polemiche piene di meraviglie. 
La Vagnoli che s’indigna (tardivamente) per l’abitudine editoriale di non censurare le citazioni (non lo sapeva, non aveva mai visto una citazione e quindi mai un saggio, ora lo sa e ne vuole l’epurazione; il giorno che citano, censurata, una frase sua o d’una sodale, pago il biglietto per assistere in prima fila). La influencer nera che le dice che è inutile dare la colpa alle norme editoriali, «il libro è di un autore solo». La influencer bianca che (polemica parallela) nello stesso momento sta denunciando il malcostume delle librerie Feltrinelli di apporre, sulle copie da lei firmate, l’etichetta «autografata dall’autore»: lei è autrice, perdindirindina. La Vagnoli che promette una ristampa in cui la parola con la enne scompaia dietro asterischi – a Bette Midler non bastò, ma a lei magari sì. L’altra influencer nera (con accento romano) che dice «io paventerei una ristampa in cui si affronta anche questa cosa», e intende «auspicherei», ma l’italiano non lo imparano gli italiani, figuriamoci se lo imparano i romani. Roberto Saviano, tirato in mezzo perché una delle influencer nere aveva consigliato Gridalo senza leggerlo, e se ne scusa molto non perché le sembri cialtrone consigliare libri non letti ma perché ora l’ha sfogliato e ha scoperto che, perdindirindina, nelle citazioni di quel razzista di Martin Luther King, ci sono dei «negro».
E, infine ma più utile per parlare come sempre di me, l’amica della Vagnoli che ci dice che la sensibilità è cambiata da quando, nel 1985, Joe Biden citò un «nigger» detto da altri: adesso è inaccettabile anche come citazione. Sulla bacheca d’un conoscente, per far notare l’insensatezza dell’esempio, non cito il solito esempio di Chappelle che raccontavo giorni fa, quello per cui, essendo ricco, lui mica è nigger. Cerco un editoriale del 2011, che avevo già citato su queste pagine.
Lo pubblicò il New York Times, parlava del fatto che «nigger» era ormai un intercalare.
Fotografo la pagina di ricerca del New York Times, per mostrare ai convenuti quanti nigger ci siano nei loro presentabilissimi articoli per lettori suscettibili. Poi vado a dormire. Al risveglio, Facebook m’informa che quella fotografia di brutte parole pubblicate da giornale rispettabile mi rende portatrice di hate speech, ed è perciò stata cancellata.
Forse è ora di formare due file ben separate. Da una parte i lettori di libri e giornali, quelli che oltre al testo comprendono il tono e il contesto, quelli adulti. Dall’altra Instagram, Facebook, gli algoritmi, e i minimi sindacabili.