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 2021  ottobre 14 Giovedì calendario


Il tribuno Michetti

È una sequenza che parla da sola, racconta il personaggio meglio di ogni commento. Siamo al Tempio di Adriano – nel centro del centro di Roma, a due passi da Montecitorio – e seduti su un lungo tavolo rettangolare i capi del centrodestra italiano affiancano Enrico Michetti, candidato sindaco al Campidoglio. E mentre lui parla di Roma e cerca di volare alto, la sua principale sponsor Giorgia Meloni punta lo sguardo verso lo smartphone, ma talora anche sotto il tavolo.
Michetti riesce a prodursi in una delle sue proverbiali gaffes (con Matteo Salvini al fianco dice: «Giorgia mi ha candidato»), dopodiché sembra essere arrivato al dunque: «Penso che… di aver vissuto… quello che ha vissuto… nel piccolo eh…. Alcide De Gasperi…». A fronte di questa «chiamata» così impegnativa Giorgia Meloni smette persino di compulsare il telefonino e si mette a parlare sottovoce con Antonio Tajani. Michetti nel frattempo completa l’impegnativo parallelo tra se stesso e De Gasperi alla Conferenza di pace di Parigi, una di quelle citazioni «colte» che per anni ha sciorinato ai microfoni di «Radio Radio», deliziando gli ascoltatori abituati a sentire parlare di Roma e Lazio.
Ma proprio questo è l’arsenale di Michetti: battute da tribuno radiofonico che, trasferite fuori dal loro habitat naturale, si sono trasformate in un boomerang. Anni e anni di pillole radiofoniche, una volta riascoltate, hanno dipinto un formidabile auto-ritratto. Dall’archivio sono riemersi accenni (recenti) di negazionismo sul Covid, paragoni tra campagna vaccinale e doping degli sportivi dei Paesi dell’Est, ma soprattutto quella battuta sugli ebrei, per i quali ci sarebbe stata più pietà «perchè possedevano banche e appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta». La comunità ebraica di Roma si è indignata, Michetti si è scusato con parole chiare, ma sono subito venute alla scoperto altre battute ambivalenti. Su Hitler: «Non è che prende d’assalto le istituzioni. Hitler arriva al potere perché il presidente gli conferisce l’incarico di cancelliere…». O anche sui «miracoli» delle forze armate naziste: «Prendete la Wermacht…». O sul saluto romano.
Dopo due mesi di campagna elettorale si può ben dire: Enrico Michetti, 55 anni, romano, avvocato amministrativista, già docente a contratto per l’Università di Cassino, già vicino alla corrente di Gava ai tempi della Dc, si è rivelato uno dei personaggi più originali comparsi sulla ribalta politica nella Seconda Repubblica. Perché, a ben vedere, deve la sua candidatura ad un requisito che finora non era mai stato ritenuto politicamente qualificante: la (relativa) popolarità conquistata su una emittente radiofonica. Certo, a Roma le radio hanno un loro peso. Un fenomeno sociologico che l’ex deputato Verde Paolo Cento, l’anti-Michetti dell’etere romano, spiega così: «Semplice: i romani trascorrono in macchina la maggior quantità di ore al mondo dopo gli abitanti di Bogotà. E c’è chi trasferisce in radio e in messaggi populisti un altro “classico” romano: la chiacchiera da bar. Altrove si va al caffè per l’aperitivo, da noi più volte al giorno si ripete: s’annamo a prende’ ‘n caffè? E si parla di Roma, Lazio e di politica. Michetti ha trasformato quelle chiacchiere da bar, quei luoghi comuni in messaggi politici. Ma attenzione: mai confondere la popolarità col consenso».
Si potrebbe ribattezzare Enrico Michetti come il «tribuno del luogo comune»? Di certo, il mattatore di Radio Radio, Ilario Di Giovambattista, è diventato il suo ispiratore. L’altro giorno ha pungolato Michetti con un curiosissimo appello: «Enrico ritirati, non sono degni di te. Falli vincere così, è cosa loro!». Un consigliere tenuto in considerazione, assai più di quelli politici, tanto è vero che ieri pomeriggio il tribunizio Ilario ha accompagnato Michetti negli studi Rai di via Teulada per il primo faccia a faccia televisivo a «Porta a Porta» con il candidato del centro-sinistra Roberto Gualtieri. Completo grigio, dopo essersi sottratto a diversi confronti diretti con gli altri sfidanti, nella sua prima televisiva Enrico Michetti non è incorso in nessuna delle sue gaffes, ha tenuto botta e, pur ribadendo il suo garbo mai aggressivo, ha attaccato lo sfidante in particolare sulle inadempienze della Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti sul piano rifiuti e sul proliferare in città degli animali selvatici. Ha difeso (ecco un indizio) Virginia Raggi sul piano-Expo, ha citato più volte Guido Bertolaso come suo possibile collaboratore. Certo, mentre Gualtieri indicava per ogni dossier proposte dettagliate, Michetti ha messo in fila una quantità significativa di espressioni generiche: rapidità, pianificazione, rendicontazione, classe dirigente forte, periferie belle, marchio Roma, futuro dei giovani.