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 2021  ottobre 14 Giovedì calendario


Gigi Proietti raccontato da Edoardo Leo

 La carriera artistica di Gigi Proietti è iniziata a tre anni, con la recita di una poesia sui gradini di un altare, la notte del 24 dicembre 1944. La chiesa piena, applausi, lui ringrazia. Quella carriera lunga e ricca si è chiusa in un’altra vigilia, inserita questa volta nel film che ne consegna l’ultima interpretazione: Io sono Babbo Natale . È stata la pre-apertura, ieri, della Festa di Roma. Ma l’ultimo saluto cinematografico, in questa rassegna che è una straordinaria occasione per ricordarlo, lo si trova nell’appassionato documentario che Edoardo Leo gli ha dedicato: Luigi Proietti detto Gigi — Le avventure sceniche dell’ultimo grande eroe dello spettacolo italiano .
Gli inizi da chitarrista, il manifesto di un veglione da cantante "dalla voce più melodica e moderna", il duetto tv con Arnoldo Foà travolto dal quel ventenne che è già un mostro, le sperimentazioni in teatro, il passaggio al Sistina, le folle che ogni sera attendono di farsi ipnotizzare, A me gli occhi, please . Poi i racconti della sorella Anna, delle figlie Carlotta e Susanna, di vecchi amici e colleghi. Il film è prodotto da Leo, con Fulvio e Paola Lucisano e Paola Ferrari: «Tutti conoscono Gigi, spero di svelare un pezzetto in più di Luigi», racconta il regista da un set nella provincia romana.
Quando vi siete conosciuti?
«Nel ’97, sul set dello sceneggiato L’avvocato Porta. Un incontro determinante. I miei ostacolavano la mia carriera, ma quando hanno saputo che giravo con lui mi hanno preso sul serio».
Come fu quel primo incontro?
«Ero intimorito, una forma di reverenza che ho conservato fino alla fine. La prima volta che recitai una scena con lui, avevo una specie di monologo, era sdraiato sul letto. Alla fine aprì un occhio e disse "a ragazzi’, sei bravo". Mi ha diretto a 28 anni in Dramma della gelosia . Non esser stato suo amico o allievo è stata la condizione privilegiata per non fare un santino, parlo anche delle sue cadute. Volevo raccontare qualcosa di profondo, che ha a che fare con le sue radici. A me gli occhi please ha cambiato la storia del teatro, ma quando gli proposi un doc Gigi pensava di non meritarlo».
Cos’ha scoperto facendo il film?
«Ho toccato con mano come la sua comicità fosse frutto di uno studio profondo sul teatro di ricerca. Poteva smontare i classici perché li conosceva benissimo, si permetteva di parodiare Otello perché lo sapeva a memoria e l’aveva capito. Qualcosa che va molto oltre la comicità. Era maniacale nello studio, Gassman glielo disse e lui: "Da quale pulpito..."».
E invece umanamente?
«Ho scoperto la sua fragilità, alcune insicurezze di cui il gigante da palco si cibava prima di entrare in scena».
Quando ha capito che il suo teatro valeva quanto i classici?
«A me gli occhi, please è già un classico. La differenza è che gli altri classici si possono rifare, il suo no, è un unicum. Uno spartiacque fondamentale. Ha saputo raccontarci che significa essere popolare».
La sua vita era il teatro.
«Aveva l’esigenza vitale di spendersi per un pubblico che era lì come a una messa. Fedeli di generazioni diverse lo hanno seguito per quarant’anni. E lo spettacolo proseguiva dopo, nelle cene, negli incontri, con le sue barzellette. Il cinema non ha il pubblico dal vivo e Gigi, dopo A me gli occhi, please, 2.500 persone tutte le sere per due anni, era una rockstar.
Fellini disse che sul palco era come vedere il fuoco, non ti chiedi cosa lo genera, lo guardi e basta».
Si sente Proietti dire che la recitazione è molto morale.
«La parola furbo è la più distante dal suo vocabolario. Il padre era di un’onestà incredibile e lui gli deve molto. Non ha mai fatto cose paracule. Il suo laboratorio non si pagava, voleva portare a teatro i ragazzi delle borgate. Mentre altri si affannano a parlare di cultura lui i teatri li ha fatti costruire».
È un documentario ricco.
«Ci sono voluti tre anni, senza il Covid forse Gigi lo avrebbe visto. Vorrei che fra 50 anni chiunque possa capire che gigante è stato».
Nessuno rifarà "A me gli occhi"?
«Per rifare Petrolini ci sono voluti 50 anni. Gigi lo scopri su YouTube, ovunque. Flavio Insinna ha detto: "Bisognerebbe fare come i grandi calciatori, ritirare la maglia».
L’ultimo bel ricordo?
«Gli ho mostrato le prime cose del documentario, si è illuminato, mi ha portato nello studio: "Guarda che ho trovato…". Si stava divertendo».