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 2021  ottobre 14 Giovedì calendario


Esce il romanzo postumo di John le Carré

Esce oggi Silverview, il romanzo postumo di John le Carré. Il libro, che verrà tradotto in italiano da Mondadori nel 2022, intreccia i temi classici dello scrittore inglese, come il tradimento, l’idealismo, i padri ingombranti, un’indagine serrata per scoprire l’ennesima talpa e i crimini dell’Occidente commessi in un passato che si ostina a ritornare. Allo stesso tempo tocca temi inediti, come la malattia, la morte e la fine, definitiva, di un’epoca.
Al centro della storia c’è Silverview, una grande casa sul mare dove abitano gli anziani coniugi Edward e Dorothy Avon, entrambi agenti segreti in pensione, lei malata terminale di cancro, che si amano e si tradiscono. Quella casa sul mare mi ha fatto pensare a Tregiffian, il cottage in Cornovaglia che i giovani sposi Jane Eustace e David Cornwell (il vero nome di John le Carré) comprarono nel 1971 e che ho frequentato assiduamente sin dai primi anni Novanta.
Nell’estate del 2021 vi sono tornato per l’ultima volta, ospite del figlio della coppia, Nick. Non mi ero mai aggirato per quelle sale senza i padroni di casa, entrambi deceduti nel giro di pochi mesi l’uno dall’altra, prima David per una polmonite e poi Jane per un tumore. Inevitabilmente, in quel mio camminare sulle scogliere a strapiombo della Cornovaglia, mi tornava alla mente l’incipit di una bellissima poesia italiana, Casa sul mare di Eugenio Montale: “Il viaggio finisce qui”.
La Silverview del romanzo è una casa in stile edoardiano, ormai fatiscente, che sorge in una cittadina dell’East Anglia. Fu Edward Avon a battezzarla così, in omaggio alla casa di Nietzsche a Weimar (Silberblick). In una scena centrale del libro, Dorothy spiega a un giovane ospite a cena, il libraio Julian Lawndsley, che Edward scelse quel nome in omaggio al principio «agisci come pensi», piuttosto che «pensa a quello che fai». È giusto aderire ai propri ideali senza considerare gli obblighi verso il proprio Paese, si chiede ad alta voce Dorothy? Il lettore presto capisce che Edward sta facendo il doppio gioco: è stata proprio Dorothy ad avvertire il capo della sicurezza interna dei Servizi inglesi del tradimento del marito. E alle menzogne professionali si aggiungono menzogne private, anche quelle dei figli ai genitori. Gli Avon sono una famiglia unita non dai segreti che condividono, ma dai segreti che li separano, scrive, fulminante, le Carré.
Come in molte sue opere, anche in Silverview il doppio gioco è al centro di una trama mozzafiato. Eppure vi è anche qualcosa di sorprendentemente nuovo: scritto intorno al 2014 quando all’autore fu diagnosticato un tumore, il romanzo tiene sullo sfondo la denuncia politica esplicita. Piuttosto è un racconto intimo, dove la rabbia lascia il posto al dolore, al senso della perdita, alla consapevolezza del tempo perduto, ai rimpianti. In pagine straordinarie per compostezza e ritegno, il giovane libraio Julian porta una lettera segreta scritta da Edward a una donna di mezza età, elegante e dignitosa. Lei attende la missiva del suo amante all’ingresso del cinema Everyman nel quartiere di Hampstead a Londra (altro luogo topico di le Carré). Quando la donna vede Julian, chiede, «Come sta Edward nel suo cuore?». Julian farfuglia qualcosa e lei risponde: «Quando gli parli, digli che mi hai vista bene, calma, in pace con me stessa». Possiamo solo intuire quali promesse sono state disattese, quale vita parallela è stata immaginata e mai vissuta.
In Silverview per la prima volta un personaggio di le Carré decreta la futilità totale dei Servizi segreti: «Avremmo impiegato meglio il nostro tempo a dirigere un club per ragazzi». Nick Cornwell, che ha curato l’edizione postuma del testo, mi dice: «Mio padre è sempre stato fedele alla comunità per cui ha lavorato da giovane. Quando ha visto come evolveva il romanzo, si è impaurito lui stesso e ha messo il testo da parte».
Solo un lettore superficiale può credere che i romanzi di le Carré siano di genere. Il mondo dei Servizi segreti è un mero pretesto per scavare nei rapporti umani, in tutta la loro complessità e dolore. Silverview è un romanzo sul senso ultimo di una vita, sul bisogno di regolare i propri conti privati, dire addio a vecchi amanti, lasciare i figli, i quali, fragili e indifesi, dovranno fare senza di noi. E sulla morte della compagna di una vita.
Sono tornato questa estate nella casa dove hanno vissuto felici David e Jane Cornwell e che ha solo una cosa in comune con la magione di Edward e Dorothy. Anche la casa di David e Jane si trova sospesa sul mare, in cima a una scogliera. Siamo alla punta estrema della Cornovaglia, non lontano da Land’s End, dove l’Inghilterra entra nell’Atlantico e si inabissa. Dalla serra si vede un orizzonte infinito, che si muove lentamente, con qualche peschereccio di passaggio.
Tutte le estati mio figlio Sasha, gravemente autistico, amava passare ore a guardare le onde. Per molti anni lo studio di le Carré era nella casa principale, in cima alle scale, anch’esso con la vista sull’infinito mare. Brandelli di conversazione mi ritornano in mente, ricordi di nuotate in piscina, pomeridiane sfide a ping-pong, cene interminabili, l’amore profondo e la collaborazione serrata tra Jane e David. Eppure sento che molto, inevitabilmente, comincia a svanire nella nebbia della mia memoria. Solo i muri possono ricordare, ma non ci parlano. Con la loro crudeltà di oggetti inanimati continuano a esistere silenziosi quando i padroni di casa sono morti.
Entro un’ultima volta nel salone principale, col grande camino di ceramica, e sorprendo due bambini intenti a finire un puzzle. Sono i figli di Nick e Claire Cornwell. Forse è vero che «il viaggio finisce a questa spiaggia», come scrisse Montale. Ma allo stesso tempo esiste un varco che ci fa attraversare i muri del tempo e ci salva dallo sconforto per la perdita di persone care. Per me quel varco ha adesso il volto di due bambini intenti a completare un puzzle sul tavolo del salotto di una grande casa sul mare, alla fine del mondo. Posso ora dire addio a una parte della mia vita.