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 2021  ottobre 01 Venerdì calendario


Jeff Koons si racconta

Questa intervista a Jeff Koons è tratta da Il desiderio messo a nudo di Massimiliano Gioni (Johan & Levi,  pagg. 144, euro 16)


Quando sei stato in Italia per la prima volta?
«Credo intorno alla fine del 1986. Ricordo che in quel periodo stavo sperimentando con materiali diversi dall’acciaio inossidabile. Volevo cambiare materiali e linguaggio: era il periodo in cui stavo sviluppando le idee per “Banality” e sapevo di voler lavorare con la porcellana e il legno. L’anno doveva essere più o meno quello, il 1986, e ricordo che Antonio Homem, il direttore della galleria Sonnabend e figlio adottivo di Ileana, mi disse: «Se vuoi lavorare con la porcellana, vai in Italia: ci sono un sacco di produttori lì. Ma se vuoi lavorare con il legno, devi andare a Oberammergau, in Germania». La mia prima meta è stata Milano. E dopo Milano ho cominciato a viaggiare e spostarmi per tutto il paese. Ovunque andassi, acquistavo riviste specializzate sulla porcellana e prendevo brochure commerciali alle fiere. Poi ho iniziato a visitare diversi laboratori di produzione: ho fatto un viaggio in macchina da Milano fino a Napoli, facendo tappa da ogni singolo produttore che trovavo nelle riviste e nelle brochure per capire se ce ne fosse uno che facesse al caso mio. Sono stato molto sistematico. Li ho visitati tutti di persona, uno dopo l’altro. E una volta arrivato a Napoli, sono tornato indietro. La ragione per cui sono andato a Napoli erano le celebri porcellane di Capodimonte. All’inizio credevo che Capodimonte fosse il nome di un’azienda, ma una volta arrivato lì ho capito che si trattava di una zona della città. Immagina la mia sorpresa: ero lì per cercare un potenziale produttore e salta fuori che Capodimonte è solo un quartiere su una collina di Napoli. E invece dei laboratori per la produzione della porcellana vedevo in giro solo gente che vendeva stecche di sigarette. Quella è stata una sosta davvero divertente. Ma mi è piaciuto molto tutto il processo di ricerca dei produttori: scoprire i punti di forza e il talento di ciascuno e capire per quale progetto specifico potessero tornare utili».
Avevi tempo di visitare mostre e musei durante questi viaggi?
«Certo. E le chiese, in particolare l’arte barocca e rococò, hanno avuto un forte impatto su di me e sul mio lavoro. Il barocco e il rococò sono stati una fonte d’ispirazione per Banality ma soprattutto per Made in Heaven . Quell’estetica ha ancora un ruolo davvero importante nel mio lavoro. Quando sono andato a Capodimonte e non ho trovato le fabbriche di porcellana che cercavo, sono finito a visitare il museo. È in quell’occasione che mi sono ritrovato per la prima volta faccia a faccia con Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, che è conservato in collezione. È uno dei miei dipinti preferiti: un’opera assolutamente fantastica».
Non vorrei sembrare nazionalista a riguardo, o insinuare che l’Italia sia il luogo in cui il tuo lavoro è nato e ha preso forma... Più che altro sono curioso di sapere se pensi che anche la tua arte abbia subito l’influenza di quei miti che hanno plasmato l’opera di artisti come Robert Rauschenberg o Cy Twombly, o di scrittori come Henry James e storici dell’arte come Bernard Berenson, tutti vittime di una certa immagine dell’Italia come innocenza e classicità perdute... Credi che quei miti abbiano avuto una qualche influenza sul tuo lavoro o sulla tua vita?
«È interessante che tu abbia citato Twombly perché quando penso al Museo Archeologico Nazionale di Napoli mi vengono in mente le foto di lui accanto a enormi frammenti di sculture. In realtà non ricordo con esattezza dove siano state scattate, se a Roma o a Napoli, ma è un’associazione mentale che faccio automaticamente quando penso a quel museo. Di sicuro ho abbracciato e fatto mie l’Italia e la sua cultura, e probabilmente l’effetto che hanno esercitato su di me è simile a quello avuto su Rauschenberg o Twombly. D’altro canto, però, c’è un elemento di conflittualità tra me e l’Italia, dovuto alla vicenda del mio divorzio e a tutta la questione dell’affidamento di mio figlio Ludwig, situazioni molto gravi che hanno accentuato questa sorta di conflitto culturale. Ma per tornare alla storia dell’arte, la cosa che ho sempre amato di questa disciplina è il senso di vicinanza e connettività. È iniziato tutto con le mie prime lezioni di storia dell’arte: quella è stata la prima volta in cui ho percepito chiaramente questo senso di connessione con il passato».
Parli in maniera così eloquente della storia dell’arte e dell’importanza che ha per te, ma sarei curioso di chiederti qualcosa di più specifico su alcune opere. Per esempio, hai spesso citato la “Cacciata dal Paradiso terrestre” di Masaccio e l’impatto che ha avuto sul tuo lavoro, in particolare per la serie “Made in Heaven”. Nonostante il fascino che provi nei confronti di una storia dell’arte intesa come spazio di comunione attraverso i secoli, hai scelto proprio un’immagine di punizione e vergogna come fonte d’ispirazione per il tuo lavoro... Mi chiedo se ti abbiano ispirato anche altre opere o collezioni in Italia, soprattutto a Firenze dove presenti la tua mostra.
«In realtà, la Cacciata di Masaccio mi è stata d’ispirazione per immaginare un mondo senza peccato e senza punizione: di fatto, un mondo di comunione totale. Quindi credo sia molto in linea con quello che penso della storia dell’arte. E, a proposito di Firenze, questa città è semplicemente straordinaria, con tutti i suoi musei, in primis gli Uffizi naturalmente. Alcuni anni fa, nel 2015, ho avuto l’onore di poter mostrare il mio lavoro in piazza della Signoria e a Palazzo Vecchio. Già quella è stata un’esperienza indimenticabile e ora poter esporre a Palazzo Strozzi mi rende felicissimo. La storia dell’arte non è semplicemente un dialogo, ma è una specie di viaggio nel tempo. Ti consente di tornare indietro nel passato ma è anche un’esperienza di natura quasi biologica, uno strumento in grado di connettere il tuo presente al futuro, proiettandoti nell’avvenire. È questo che amo della storia dell’arte, questo senso circolare del tempo. Per me l’idea della conservazione è molto importante, il desiderio di preservare le opere e il passato: il fatto di comprendere il valore e la rilevanza di un oggetto o di una determinata opera, tanto da impegnarsi a mantenerla intatta, da assumersene la responsabilità, sono tutti elementi fondamentali di questo senso di connettività».
Ho sempre apprezzato quello che lo scultore americano Charles Ray ha detto una volta a proposito del tuo lavoro: che avrebbe voluto vedere “Balloon Dog” senza una gamba, come un’antica rovina greca. A proposito di conservazione, ti domandi mai come sarà il tuo lavoro nel futuro, tra qualche centinaio di anni o persino millenni? È qualcosa che ti preoccupa o a cui pensi quando produci un’opera? Speri che il tuo lavoro verrà preservato per i secoli a venire?
«Se anche il mio lavoro avrà la fortuna di essere conservato e valorizzato nei secoli a venire, alla fine si ridurrà in polvere: tutto è destinato a scomparire. Anche le opere in acciaio inossidabile scompariranno. Del resto non si possono cambiare le leggi fisiche del mondo. Tutto invecchia e tutto si riduce al nulla. Succede questo sulla Terra. Ma è proprio per questo che conservare certi oggetti e opere d’arte è fondamentale. È nostra responsabilità condividerli con le generazioni successive, anche se alla fine sono destinati a non durare in eterno. Ed è allora che le opere entrano a far parte di una memoria collettiva, che è una cosa meravigliosa di per sé. Io credo si arrivi a un punto in cui le nostre esperienze individuali con l’arte si imprimano sempre più a fondo nella nostra memoria, e poi attraverso la memoria entrino a far parte del nostro patrimonio biologico».