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 2021  settembre 14 Martedì calendario


Roma senza Remo

Se mi chiedeste qual è la persona più giovane che io abbia conosciuto, giovane nel senso di vitale, vitalistica, incontenibile, ma anche amata da ogni giovane che incontrava, tanto da diventare un mito, un guru dei ragazzi romani, quella è Remo Remotti. Molti di voi se lo ricorderanno nella figura del Sigmund Freud del film Sogni d’oro di Nanni Moretti, perché è stato Moretti a portarlo al cinema, e come faceva notare sempre Remo non poteva che essere così, perché Moretti è l’anagramma di Remotti.
Ve ne parlo perché è appena uscito il libro di Davide Toffolo, illustre fumettista (e musicista), anche lui amico di Remotti: dentro vi ha messo aforismi remottinani accompagnati da sui bellissimi disegni, delicati e amorosi. Il volume, edito da Rizzoli Lizard, non poteva che avere titolo più azzeccato: L’ultimo vecchio sulla Terra. Perché Remotti era veramente l’ultimo vecchio sulla Terra, ma anche mentalmente il più giovane. Remo era capace di venirti sotto casa ogni mattina per fare colazione e raccontarti le sue ultime conquiste femminili, perché amava le ragazze, dagli ottanta in poi due giovani amanti che frequentava abitualmente e con loro andava a letto insieme (in un alberghetto sulla Salaria), e non ne faceva mistero, anzi ti raccontava tutto, perfino come raggiungeva l’orgasmo, «pensando alla barista sotto casa» (ammesso che quello che ti raccontava fosse vero, ma ha molta importanza, era un genio in entrambi i casi). Io gli chiedevo che bisogno avesse di andare con due ragazze contemporaneamente per poi pensare a una terza donna assente, lui mi diceva che la barista non gliela dava e alle due voleva bene, anzi le amava, e amandole riusciva a pensare alla barista, a assentarsi, con una non ci sarebbe riuscito no. Geniale.
Remo era così, e è impossibile raccontarlo in breve, ma in commercio e sul web trovate molte biografie, che magari vi raccontano di quando nel ’68 o giù di lì si spogliò nudo a Berlino e si mise a correre ad Alexander Platz gridando «io sono Gesù Cristo!», subito placcato dalle guardie e portato in manicomio, dove restò un po’. Nel frattempo fu un artista notevole, ha perfino anticipato la minimal art (eccezionali i suoi cubi e quadri d’acciaio), recentemente è stata organizzata anche una retrospettiva (ha anticipato tutto, praticamente, e giustamente a quasi novant’anni diceva «e datemi un po’ di successo!»), ha girato molti film, ma sempre restando sé stesso, incontenibile, profilico, sempre in giro per l’Italia a galvanizzare ragazzi e ragazze.
Questo splendido volumetto di Davide Toffolo non è una biografia, ma è un prezioso oggetto di parole (di Remotti, anagramma di Moretti), e di disegni di Toffolo, che si sposano perfettamente con quelle parole. Molte delle quali dedicate alle donne, va da sé, con tante poesie: Silvana («Silvana: tu sei una bestia! Sei una vacca, sei una mula, sei una scrofa!», tutti complimenti, non insorgano le femministe), Fabrizia («La sera ci faremo una pizza capricciosa insieme bevendo tequila, dopodiché andremo di notte al divino amore a piedi per poi pregare all’alba sulla tomba di Trotsky»), Anna, Rita, Rosa, Stella, Antonella («Tu m’hai detto ti sgancio, e eccoti un bel gancio») e molte altre. Le amava tutte, ma più di tutte amava sua moglie Luisa Pistoia, molto più giovane di lui, e dalla quale ebbe una figlia (a quasi sessant’anni), Federica, e io che le ho conosciute entrambe vi assicuro che sono anche loro due persone straordinarie, hanno amato Remo più di chiunque altro e gli hanno consentito di essere Remo fino alla fine, senza mai porgli dei limiti, segno che nella sua stravaganza è riuscito anche a essere un buon marito e un padre unico.
Quand’è morto, sei anni fa, aveva novantuno anni, ma per noi amici è morto l’amico più giovane che avevamo. Fino all’anno prima riempiva le discoteche, raccontando la sua vita, le sue storie, vere o finte che fossero, e andavano in visibilio tutti. Potevano sembrare deliranti, i suoi monologhi, ma erano tutte vicende vere e tutte strepitose.
Celebre, ormai un cult, la sua poesia fiume Mamma Roma addio!, anche quella disegnata da Toffolo, quando negli anni Cinquanta se ne andò dalla capitale per cercare fortuna in Perù («ma poi so’ tornato», meglio per noi).
Alla sua età passava da una parte di Roma all’altra, non si fermava mai, per andare a trovare i suoi amici e raccontargli quello che gli era successo il giorno prima. Un giorno venne e mi disse che era andato contro un autobus con la sua Cinquecento. «Ti sei fatto male?» gli chiesi. «No, niente». «Ma chi aveva ragione?». «L’autobus, l’autista è sceso furioso, ma poi ha visto che ero io e si è inginocchiato e mi ha baciato le mani». Da quando non c’è più lui Roma non è più la stessa, Roma senza Remo è più triste, e gli autobus si bloccano da soli, senza bisogno che ci vada addosso Remo, l’ultimo vecchio della Terra.