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 2021  settembre 14 Martedì calendario


Somerset Maugham, un infelice di successo

«I tre doveri della donna. Il primo è di essere graziosa, il secondo è di vestirsi bene, il terzo è di non sollevare mai obiezioni». Quando espresse questa sua convinzione sulla figura femminile – che oggi possiamo leggere nel Taccuino di uno scrittore (Adelphi, traduzione di Gianni Pannofino), in cui sono raccolti gli appunti, condensati in un solo volume, che uno dei maggiori scrittori inglesi del secolo scorso prendeva quotidianamente, e in qualsiasi parte del mondo si trovasse, pensando all’utilità che potevano avere per la sua carriera di romanziere – W. Somerset Maugham, studente alla Medical School del St. Thomas’s Hospital, non aveva vent’anni. Era il 1892, infatti; e lui era nato nel 1874. Ma le due righe che, certo, se ne fosse venuta a conoscenza, avrebbero fatto inorridire Virginia Woolf, a quel tempo ancora spensierata ragazzina, sbaglieremmo a considerarle soltanto come il frutto voluto e stolto della provocazione giovanile. Erano trascorsi già dieci anni e l’ex studente di medicina, adesso scrittore, pensò di caricare la dose. Ecco qua: «A letto. Non c’è donna che valga più di una banconota da cinque, a meno che non siate innamorati di lei. In questo caso, vale tutto quello che vi costerà». 
In realtà, Willie – così lo chiamavano gli amici – non aveva una gran predisposizione a lasciarsi andare, né una grande concezione dell’amore (nonostante, poi, ebbe storie con donne e con uomini, una relazione fissa col suo segretario e un regolare matrimonio). Pensava che in amore bisognasse «praticare una certa economia dei rapporti», che l’amore non può durare per sempre, che la lontananza fra gli innamorati fosse migliore della vicinanza che produce sazietà. E questo – pensava – sia in senso assoluto sia in particolare per quanto riguardava il popolo inglese, per il quale «l’amore estremo appare sempre in una certa misura assurdo. Amare più che moderatamente equivale a mettersi in una situazione farsesca». Neppure il marito e la moglie più devoti si conoscono davvero. Ovunque vi sia amore non possono mancare odio, cattiveria, gelosia e collera. 
Londra, il suo vero amore, era bellissima. La neve cadeva su Green Park, sottile come i passi dei bambini; il freddo penetrante uccideva gli altri colori, ma la foschia, interrotta dai globi dei lampioni, era violetta e «deliziosamente soffice» a Trafalgar Square e sullo Strand percorso dalle carrozze; d’estate, il sole si trasformava in una fornace che scioglieva le nuvole in una pioggia dorata e ardente; talvolta, al tramonto, quelle stesse nuvole parevano la grande ala di un arcangelo in volo. 
Ma erano proprio nuvole: nient’altro. Dio non stava al di sopra, né al di sotto, né dentro il cuore dello scrittore. Lo dichiarava al suo modo, con poche parole, secco: «Sono felice di non credere in Dio». Dov’è il «buon senso» di Dio a fronte di tutto il male del mondo? «Una volta, mentre ero per mare, ho pensato di essere in grave pericolo di vita, e alle labbra mi sono involontariamente salite parole di preghiera, residui della dimenticata fede della mia infanzia. In quel momento sono stato a un soffio dal credere in Dio, ed è dovuto intervenire il mio oltraggiato senso del ridicolo per salvarmi dalla resa alle mie paure». 
Quanto agli uomini, «che cose malvagie e crudeli sono in grado di fare in nome di Dio?» No, gli uomini sono malvagi, meschini, confusionari, ignobili, bestiali dalla culla al capezzale; ignoranti, schiavi ora di questa ora di quella superstizione, illiberali; egoisti e crudeli. La vita eterna non esiste: si muore e basta. Il pensiero di vivere per sempre è orribile. Così come sono orribili la sofferenza e il dolore. Non è affatto vero che elevano, che nella sofferenza e nel dolore si incontra Dio. È il contrario. Soffrire è brutto. La sofferenza non migliora il carattere, «deprime la vitalità. Irruvidisce la fibra morale invece che raffinarla; non aiuta un uomo a crescere, bensì lo diminuisce». Per non parlare della povertà. La povertà, oltre agli innegabili disagi, rende avidi e cattivi, disonesti e bugiardi, e induce a ogni tipo di inganno. Sono la prosperità, il successo, la felicità che fanno di un individuo un essere migliore. 
Il successo – larghissimo e impressionante, ottenuto assai presto grazie alle commedie e soprattutto ai racconti e ai romanzi, «tradizionali» e perfetti nella loro costruzione, nei quali, con uno stile impeccabile (ancorché algido e acuminato come la punta di un diamante) raccontava la borghesia inglese e principalmente storie d’amore (ma anche storie ambientate nei mari conradiani e dappertutto) – su di lui non ebbe comunque alcun effetto, stando a quanto apprendiamo da un’affermazione che nel taccuino è datata 1908: «Me l’ero sempre aspettato, così quando è arrivato l’ho accettato come qualcosa di naturale, per cui non era il caso di fare tanto rumore». A parte questo, di sé stesso – sorvolando sull’accusa di cinismo che gli veniva sovente fatta: altro che cinismo, dicevo la verità – riteneva che le sue doti innate, tra cui una certa forza di carattere e il buon senso, non fossero degne di nota. 
Laddove degna di nota, a differenza della maggior parte delle persone che non riesce a vedere nulla, riteneva fosse la sua capacità di vedere bene, con lucidità, quello che aveva sotto il naso. Mentre Henry James, per esempio, guardava la vita dalla finestra. E cosa mai poteva vedere Guy de Maupassant con quell’animo da commesso viaggiatore ben pasciuto, quei personaggi che sembrano marionette invece che esseri umani, quelle lacrime e quelle risate che hanno l’odore delle sale pubbliche di certi hotel di provincia? Come paragonarlo a Cechov, «scoperto», insieme a Tolstoj, Turgenev e al talvolta estremo e devastante Dostoevskij, nel 1917 in Russia nel corso di un viaggio da agente segreto? In Cechov tu non leggi un racconto, sei dentro quello che accade, hai l’impressione di essere un suo collaboratore. 
Il Taccuino — che ha svariate pagine, forse troppe, riservate ai viaggi che Somerset Maugham fece in Estremo Oriente, nel Pacifico, e in India – si arresta nel 1944. Willie ha settant’anni e sente che ormai la sua vita è finita, la sua carriera di scrittore è conclusa, la morte si sta avvicinando. Si sbaglia. Vivrà altri vent’anni. Il successo è diventato ormai fama mondiale. Ha venduto più di ottanta milioni di libri, le sue commedie sono sui palcoscenici più importanti d’Europa e degli Stati Uniti. Nella fastosa villa sulla Costa Azzurra, la Mauresque, accudito da uno stuolo di inservienti e camerieri, ospita la regina d’Olanda e il re di Svezia, le principesse italiane e le nobildonne inglesi con le quali gioca a bridge; in una delle sue Rolls Royce va a trovare il principe di Monaco; il giorno del suo compleanno riceve telegrammi da ogni angolo della terra. Ma non è affatto felice. 
Per la cronaca di quest’ultima parte della sua vita, bisogna leggere il divertente, e anche molto affettuoso, libro di suo nipote Robin Maugham, Conversazioni con zio Willie, pubblicato da Adelphi. Il nipote, premuroso e affabile, è spesso alla Mauresque. Vorrebbe rallegrare lo zio. Ma non ci riesce. Raccontami un episodio bello della tua vita che ti ricordi – gli chiede. La risposta è: non me ne ricordo nessuno. Sei famoso, vivi in un posto meraviglioso – gli dice – in una villa stupenda. La risposta, stavolta, è questa: sì, ma nell’aldilà di tutta questa roba non mi porto nemmeno un tavolino. Aveva paura della morte lo zio Willie. E, sempre più spesso, piangeva disperatamente.