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 2021  settembre 14 Martedì calendario


Il caso Barbero-Grasso

La polemica intorno alle prese di posizione, diciamo un po’ troppo divulgative, del Divulgatore in Chief Alessandro Barbero a proposito delle foibe, poi modificate dallo stesso Barbero con un articolo più storico e meno divulgativo sulla Stampa, e infine contro i Green pass all’Università, ha scatenato la tradizionale cagnara maoista digitale che a un certo punto ha preso di mira la persona di Aldo Grasso, per un articolo che i valorosi manganellatori quasi sicuramente non hanno letto, perché protetto dal paywall del Corriere e soprattutto perché si indignano di cose che Grasso non ha scritto. Ma si sa come funziona sui social la logica del branco e si sa qual è lo spirito del tempo. 
Grasso si era limitato a notare, nella sua rubrica quotidiana, la precipitosa caduta di credibilità di Barbero, ai suoi occhi di fan del professore e scrittore piemontese, in seguito a una doppietta di autogol mediatici da manuale. 
Il primo autogol, quello sulla Giornata del Ricordo delle vittime delle foibe, giudicata in un’intervista al Fatto una «falsificazione storica» perché nata in contrapposizione alla Giornata della Memoria dell’Olocausto, è stato raddrizzato dallo stesso Barbero con un articolo scritto di suo pugno dove per ben due volte ha sottolineato, al contrario di quanto detto nell’intervista, come l’istituzione di una giornata in ricordo del crimine commesso dai comunisti titini nei confronti di undicimila o cinquemila italiani, a seconda delle diverse stime, sia una cosa buona e giusta. Ma ai manganellatori di Internet quale sia il pensiero di Barbero non interessa, interessa solo manganellare. 
E qui veniamo al punto, che non è quello delle foibe o del Green pass, ma quello su cui questo giornale insiste quasi quotidianamente con gli articoli di Guia Soncini.
In una società aperta, libera e democratica non dovrebbe essere in discussione che cosa si può dire e che cosa non si può dire. Chiunque può dire quello che vuole, con l’eccezione di scuola del non poter gridare al centro di un teatro gremito «al fuoco, al fuoco» procurando falso allarme e possibili conseguenze dannose. 
La cosa che non si dovrebbe fare è discutere come se il Paese fosse diviso in curve di facinorosi che si indignano per le cose che dice la tifoseria contrapposta e poi di conseguenza organizzare spedizioni punitive e chiedere di cancellare chi non canta lo stesso coro a favore della propria squadra del cuore.
Questo non è un discorso pubblico, questo non è un Paese civile, questa è rozzezza alimentata dall’algoritmo social. Ed è quello che accade quotidianamente sui social e nel dibattito politico, culturale e sociale.
Montanari e Travaglio e i novax e i fascisti dicano quello che vogliono, così come Meloni o Salvini o Letta o Renzi, ovviamente entro i limiti della legge. I loro critici e oppositori facciano e dicano altrettanto, a patto che si attengano ai dati di fatto, cosa non scontata nell’epoca della post verità e delle verità alternative.
Tutto questo, però, senza che nessuno chieda la testa dell’interlocutore o pretenda le dimissioni dell’avversario o imponga la cancellazione pubblica di chi è colpevole di aver detto cose che non piacciono. È questa la differenza tra una società liberale e un regime totalitario: non solo poter esprimere il proprio pensiero, ma anche sapere di non essere obliterato per averlo espresso. La differenza sta tutta in un episodio raccontato da Norberto Bobbio al Foglio. Il fascista Giorgio Pisanò, incontrando l’antifascista Vittorio Foa, disse: «Ci siamo combattuti da fronti contrapposti, ognuno con onore, possiamo darci la mano». E Foa gli rispose: «È vero abbiamo vinto noi e tu sei potuto diventare senatore. Avessi vinto tu, io sarei ancora in carcere».
Montanari ha la sua tesi sulla “falsificazione storica” della destra a proposito delle foibe, Barbero prima si è detto d’accordo con lui e poi ha rettificato scrivendo esplicitamente che la Giornata del Ricordo delle foibe invece è una data benvenuta, mentre Grasso – che di mestiere fa il critico – dovrebbe poter continuare a criticare Montanari o altri e a crucciarsi per la caduta di credibilità del suo mito Barbero. Il problema non sono loro, non sono le loro idee, non sono le loro dispute. Al contrario, sono il carburante del dibattito pubblico che fa da pilastro di una società adulta. Il problema è il maoismo digitale che gira intorno, siamo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro.