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 2021  luglio 28 Mercoledì calendario


Intervista a Fabrizio Bentivoglio

Roberto Mancini con la Nazionale di calcio rappresentano quello che sto dicendo». Eleganza naturale, camicia e pantaloni di lino blu stropicciati alla perfezione, Fabrizio Bentivoglio ha appena finito di girare Monterossi, la serie diretta da Roan Johnson prodotta da Palomar. Tratta dalle opere di Alessandro Robecchi edite da Sellerio, andrà in onda su Amazon Prime Video nel 2022. Interpreta un autore televisivo, Carlo Monterossi, che molla il programma che lo ha reso celebre, Crazy love, fulgido esempio di tv trash, viene minacciato di morte e inizia a indagare. Nel cast, tra gli altri, Donatella Finocchiaro, Tommaso Ragno, Diego Ribon, Maria Paiato, Martina Sammarco e Carla Signoris, in equilibrio tra suspense e ironia.Perché citava la Nazionale?«Perché nessuno si aspettava la vittoria, ci sono riusciti insieme, con Vialli e Oriali: anche chi non ha giocato ha alzato la qualità in termini etici. Sul set è lo stesso».Ha girato una sessantina di film, nel 2009 la serie “Nel nome del male” poi “Romanzo siciliano” nel 2016. Di recente Montalbano e le storie di Vigata. Perché tanto tempo per dedicarsi alla tv?«Sono sempre stato restio. Nel 1993 quando vinsi la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia per Un’anima divisa in due di Soldini, in prima fila un po’ più in là erano seduti De Niro e Mastroianni. Marcello fa capoccella: “Bentivo’ te porto i saluti di Flora”, lo ringrazio. Pausa.“A Bentivo’, mo non te mette a fa’ la televisione”. Ero già restio, dopo quel consiglio non l’ho più fatta».Da anni è cambiato tutto, la qualità della serie è alta.«Oggi le serie – e le piattaforme – hanno cambiato il mondo».Che rapporto ha con la tv?«Da ragazzino il venerdì sera c’era la prosa: Govi, Eduardo, Maigret fino a Ligabue di Nocita. Alla fine degli anni 70 ricordo Jazz band di Avati, quella televisione mi ha formato come gli spettacoli di Strehler. Negli anni 80 era cambiata, non mi piaceva e non l’ho più guardata».Chi è Monterossi?«In un gioco di specchi, è una specie di Alessandro Robecchi… Alessandro lo vedo come un cugino, trovo che ci somigliamo.Anche se prediligo personaggi che mi obbligano a caratterizzazioni estreme, diversi da me, qui ho fatto il lavoro opposto: ho permesso a Monterossi di appropriarsi di alcune cose mie».È un autore tv che si vergogna?«È nauseato dalla tv del dolore che ha nutrito e che mette alla berlina il privato delle persone. Forse aveva immaginato Crazy love come Comizi d’amore di Pasolini, è diventato come L’isola dei famosi e sì, se ne vergogna. Monterossi è un vincente involontario innamorato dei perdenti. Le sue caratteristiche sono il disincanto e l’ironia, è un borghese benestante ancora capace di dire no di fronte all’ingiustizia: questo fa di lui un detective anomalo».In che senso?«Davanti ai delitti ha le stesse reazioni che avremmo noi: spavento e sorpresa. Non indaga, attraversa vite, si incuriosisce del lato morale e umano. Là dove appunto il giusto non è legale e il legale non è mai giusto. Sa che il suo senso di giustizia non ha niente a che vedere con la Giustizia con la g maiuscola».Ha girato film civili: quanto è legato a “Un eroe borghese” diMichele Placido sulla storia dell’avvocato Ambrosoli?«Molto. L’incontro con Annalori e con il figlio Umberto è stato importante, ha influenzato il film e le nostre vite. Siamo legati. Mi è successo anche con Piero Nava, il testimone del delitto Livatino».«Gli invisibili stanno in classe senza starci» dice nell’“Ora di ricevimento”, lo spettacolo di Massini. In classe lei com’era?«Ero l’invisibile. Prima di iscrivermi a una scuola di teatro avevo la sensazione di non essere capito. Poi è cambiato tutto».Chi deve ringraziare?«Romolo Valli. Sono stato fortunato perché essere preso dalla Compagnia dei giovani con De Lullo – primo attore Valli, drammaturgo Patroni Griffi, costumista Pizzi con la magia della sartoria Tirelli – essere accolto nel mondo viscontiano e essere trattato alla pari, già solo quello per un ventenne è un’iniezione di fiducia».Dopo Monterossi che farà?«A settembre mi aspetta il set di Gabriele Salvatores Il ritorno di Casanova ».È diventato padre a 50 anni. Ha tre figli, com’è cambiato?«È inevitabile che cambi la prospettiva delle cose, da genitore devi rassegnarti a sbagliare e farlo il meno possibile. L’obiettivo è essere il problema minore per i figli».È tecnologico?«Lievemente».Rapporto con i social?«Non sono adatto, non ho la fregola di raccontare a tutti quello che mi succede, la mia vita privata è esattamente come dice la parola».