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 2021  luglio 28 Mercoledì calendario


Biografia di Grazia Verasani

Io mi ascolto i Post Nebbia per capire meglio l’Italia contemporanea. La loro hit Veneto d’estate ha dentro quella malinconica desolazione che solo certe persone possono capire. Già, d’accordo direte, la musica in generale può descrivere bene il momento che sta attraversando un Paese, ma cosa c’entra? Niente, però prendi per esempio Grazia Verasani. Basta andare su YouTube e digitare «Devi morire» per ascoltare il testo scritto e cantato da lei stessa. Per me lì dentro c’è racchiusa la sua poetica.
La scrittrice vanta almeno due primati: è l’unica autrice di una certa fama che affronta seriamente la musica (non per niente con questa canzone ha vinto il Premio Recanati) ed è la prima in assoluto ad aver creato, con il suo personaggio Giorgia Cantini, un’investigatrice privata. Ma Grazia Verasani prima di imbroccare la strada del post-noir, come l’ha definito lei assieme ad altri, ha esordito per riviste e piccoli editori come Fernandel. Il suo L’amore è un bar sempre aperto sbuca dalla mia libreria della vecchia casa di Sermide ogni volta che cerco qualcosa. Copertina bianca, un’audiocassetta sbrindellata in primo piano. Proprio in quel periodo, nella seconda metà degli anni ’90, la incontrai la prima volta e m’incuriosì. Prima di tutto mi aveva colpito quel suo modo forsennato di fumare. Non so perché ma i fumatori mi sono sempre stati simpatici. Fumatori incalliti. Li becchi subito perché quando giri con loro vedi che hanno lo sguardo felino di chi cerca l’uscita per fumare, e lei quello sguardo ce l’ha. In un mondo di salutisti e menù a base di sementi e bacche, alla faccia di tutti, lei fuma come solo in certe belle foto sanno fare Serge Gainsbourg, Sartre e Camus. Secondo poi, la sua risata. In mezzo all’Oktoberfest di Monaco riconosceresti quella risata tra mille brindisi.
Ma bando alle ciance, io qui, per esempio, non ci sarei mai arrivato a mettere un punto e virgola né a dire «capelli rosso incendio»: «Seduta sullo sgabello di un bar di via Goito tengo tra le mani il quarto gin lemon della serata; la barista una trentenne dai lineamenti marcati e un caschetto di capelli rosso incendio sta servendo un uomo in canottiera con i bicipiti gonfi da sollevatore di pesi». Sono le prime cinque righe del suo Quo vadis, baby? che nel 2004 fu pubblicato da Colorado Noir, un esperimento editoriale mondadoriano partito da un programma televisivo. Da quel romanzo Gabriele Salvatores ha tratto un film e successivamente è nata una serie su Sky. Tutto sto casino per cosa poi? Probabilmente per continuare a essere una delle scrittrici più famose e solitarie delle patrie lettere. Quella volta la vidi all’inaugurazione di una rivista letteraria. Grazia aveva capelli rosso incendio. Eravamo in una bella sala a Bologna, dalle parti di piazza VIII Agosto. Quel sabato c’erano tutti: i fratelli Monina e la loro casa editrice Pequod che negli anni Zero pubblicò Iginio Domanin e Assalto a un tempo devastato e vile di Genna. C’era Giorgio Pozzi di Fernandel, il poeta e critico Sergio Rotino al quale lo scrittore Lorenzo Marzaduri aveva dedicato, per Mondadori, Sergio Rotino contro Rommel e Benito Adolfo Castracani. Titolo indimenticabile. A un certo punto su uno scalone parlavo con Pozzi e arrivò uno col berretto da guascone che gli passò dei fogli. Era Paolo Nori che gli stava dando il suo inedito che sarebbe diventato Le cose non sono le cose. Me lo ricordo molto serio, a trognare con fogli sparsi che non volevano starsene in ordine. La Verasani comparve in pizzeria, seduta in quella lunga tavolata di gente che scriveva. Proprio lì Grazia parlava di Gianni Celati e del fotografo Ghirri perché li conosceva bene. Nel documentario Strada provinciale delle anime c’è pure lei. Sembra la risposta italiana alla Rosanna Arquette di Cercasi Susan disperatamente.
Poi ci vedemmo in molte altre occasioni: a fare presentazioni a Feste della Liberazione tra falci, martelli e risotti. Un’altra volta era arrivata a Campogalliano in macchina con Alessandro Berselli, ancora inedito, dove avremmo fatto una presentazione nella balera del paese. Ogni volta aveva un libro nuovo e nuove pene d’amore. Fu proprio al bar cinese che, davanti a un panino inzuppato di maionese, mi parlò della sua amicizia con l’ex pornoattore Franco Trentalance. Diceva volesse affrancarsi da quel mondo e diventare scrittore. Lei, con la sua bella voce da attrice d’accademia, aveva doppiato ansimi e gemiti di film XXX.
Ascoltandola parlare mi sembrava ogni volta di rivivere notti dove si suona il jazz e si beve fino al mattino. Le sue storie da single, quarantenne, tormentata dal dubbio di aver sprecato la propria vita mi catapultavano nel mondo di Giorgia Cantini. È come se l’autrice vivesse, per metempsicosi, la storia dei suoi personaggi. O viceversa.
Nei suoi libri la scrittura è sempre vivace, controllata, e quando l’autrice si concede un colpo da maestra lo fa con la consapevolezza di chi domina la materia. Ogni volta che leggo la sua prosa mi sembra di essere al cospetto di un magma buono che prende lo spazio con la lentezza della lava. Qualche zampillo qua e là illumina le scene. Una volta sono passato a prenderla in città. Casa sua era proprio vicina alla strada. Ricordo una villetta monofamiliare con pochi mobili, illuminata, tutta su un piano. Una casa che rappresentava l’esatto contrario della sua scrittura che invece è sfarzosa, tenebrosa, a più livelli. Recentemente ho letto La vita com’è. Mi incuriosiva perché la protagonista parla di uno scrittore e di un fotografo. Mi ha detto che ha scritto questo libro per parlare di Ghirri e Celati. Adesso c’è questo memoriale dedicato a Ezio Bosso di cui era amica. Si intitola Non ho molto tempo. È un libro pieno di affetto. Un affetto cercato a morsi e spintoni.
Un’immagine mi frulla per la testa: ai tempi del suo From Medea facemmo una presentazione clamorosa al bar «La linea» in centro a Bologna. C’erano anche Giulio Mozzi e un autore esordiente che si chiama Umberto Casadei col suo Il suicidio di Angela B. Grazia era entusiasta di quel romanzo e di Casadei. Cercava di parlare fittamente con lui per trovare un’empatia, forse per risolvere un mistero. Girammo di notte per il centro, poi arrivammo in una pensione dove io e Casadei dormimmo in mezzo alle blatte. La mattina dopo, tra sigarette e brioche, ridemmo di quel posto. Sembrava Parigi. Adesso leggendo Non ho molto tempo noto queste righe riferite al musicista: «Amava la vita in modo feroce, assoluto. Impressione che ebbi fin dal primo istante, sconvolta dal fatto di trovarmi davanti qualcuno che, senza volere, con la sua sola presenza, irrideva il mio scarso attaccamento alla vita, oltre alla mia ossessione per il suicidio ipotetica catarsi di molti dei miei romanzi. Ezio era la mia antitesi, in questo». Così capisco meglio il suo interesse per quel romanzo che aveva nel titolo «suicidio», ai tempi del bar «La linea», con Casadei e Mozzi.
Un giorno, poco tempo fa, stavo ascoltando un’intervista a Nicoletta Mantovani da Barbara d’Urso. L’ex moglie di Luciano Pavarotti parlava del suo nuovo matrimonio. Disse che lo sposo le fu presentato dalla scrittrice Grazia Verasani. Fu per me un’epifania, perché invece di essere lì negli studi Mediaset, l’autrice si era data alla macchia!