Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  luglio 28 Mercoledì calendario


Il grande affare dei giochi in mano a pochi privilegiati

 In ballo ci sono quasi cinquanta milioni di euro. Soldi che lo Stato, tramite l’Amministrazione autonoma dei Monopoli, reclama come suoi. Dall’altra i concessionari di due dei più popolari giochi pubblici, il Gratta&Vinci e il Superenalotto, che hanno ingaggiato un braccio di ferro con lo Stato per trattenerli sui loro conti correnti pur non avendone, secondo alcune interpretazioni autorevoli, la titolarità.
Per capire la vicenda bisogna fare un passo indietro. Fino all’estate di tre anni fa, quella del 2018, quando il primo governo Conte, quello retto dall’alleanza tra i Cinquestelle e la Lega, approvò uno dei provvedimenti bandiera di quella stagione politica: il decreto Dignità. All’interno di quel provvedimento è stata inserita una norma che vieta alle società del gioco di poter pubblicizzare con qualsiasi mezzo i propri prodotti. Divieto assoluto e che quindi riguarda anche Sisal e Igt (la ex Lottomatica) che gestiscono il Superenalotto e il Gratta&Vinci. Qui nasce però un problema. Sia il Superenalotto che il Gratta&Vinci hanno una parte del loro già ricco aggio (la quota che spetta al concessionario per la gestione del gioco) vincolata a investimenti di comunicazione e pubblicità. La ragione originaria della norma è semplice: siccome il concessionario raccoglie soldi per lo Stato, la pubblicità dei giochi fa aumentare la raccolta e quindi anche gli introiti per le casse pubbliche (oltre che per quelle dello stesso concessionario). Ma una volta che lo Stato decide che il gioco non va più spinto attraverso la pubblicità, in ossequio ai principi di contrasto alla ludopatìa, a chi spetta quella rilevante quota dell’aggio che i concessionari dovevano destinare a questa attività?
Per l’Avvocatura dello Stato, che ha fornito un articolato parere all’Amministrazione dei Monopoli, non ci sono dubbi: i soldi devono tornare allo Stato. Per Sisal e Igt la risposta è opposta: le due società sostengono che quelle somme fanno parte dell’aggio, e siccome l’aggio è la ricompensa contrattualizzata del concessionario, quei soldi spettano a loro. Vanno insomma conteggiate tra i profitti dei concessionari.
Come detto, non si tratta di una questione di secondo piano. Prendiamo Sisal. La società si è aggiudicata la nuova gara per il Superenalotto offrendo un prezzo, per lo Stato, molto competitivo: un aggio dello 0,5%. Tuttavia, a causa della pandemia, ha ottenuto una proroga dallo Stato e continua a raccogliere le puntante del Superenalotto con il più conveniente aggio della vecchia concessione: il 3,73% su una raccolta media annua di un miliardo e mezzo. Una situazione che, per ora, durerà fino al prossimo primo dicembre. La vecchia convenzione prevedeva che Sisal destinasse l’1,9% su un 3,83% totale dell’aggio ad attività di comunicazione e pubblicità. Ed è proprio in base a questa regola che Sisal ha accumulato nei conti circa 25 milioni di euro di aggi che, secondo l’avvocatura, non le spetterebbero e andrebbero restituiti allo Stato. Per ora il Tar del Lazio, in attesa di discutere a novembre nel merito la causa intentata dalla società contro i Monopoli, ha concesso una sospensiva, ma ha obbligato Sisal a rilasciare una fideiussione per l’intera cifra in attesa di decidere sul contenzioso.
Per Igt, la ex Lottomatica, la sostanza è la stessa. Ma con una differenza. Il gruppo che fa capo alla famiglia De Agostini e che gestisce il Gratta&Vinci ha presentato ricorso al Tar del Lazio contro la richiesta di accredito dei soldi allo Stato. A differenza di Sisal, che ha preferito garantire l’eventuale pagamento con una fideiussione, ha intanto versato all’Amministrazione dei Monopoli una ventina di milioni in tutto. Insomma, ha pagato il dovuto ma ne ha contemporaneamente chiesto la restituzione. Insomma, la sostanza non cambia. 
Non bisogna dimenticare che quella del Gratta&Vinci è una concessione assai più ricca di quella del Superenalotto. Igt incassa un aggio del 3,9% ogni anno su una raccolta che in media è superiore a 9 miliardi (circa 350 milioni l’anno) con pochi rischi e vincoli se non quello di investire ogni anno fino a 25 milioni in attività di comunicazione e promozione del prodotto. Quelle stesse attività oggi vietate dal decreto dignità e che hanno portato al complesso contenzioso con lo Stato. Una concessione, tra l’altro, che è stata rinnovata per legge dal governo Gentiloni per altri 9 anni, garantendo super profitti senza una gara. E proprio contro questa proroga, che sembra alterare il principio della concorrenza, la Sisal ha fatto ricorso in tutte le sedi e adesso attende l’esito del giudizio dinanzi alla Corte di Giustizia europea. Anche perché, se fosse consentito fare una regolare gara d’appalto, le offerte potrebbero essere ben più vantaggiose per lo Stato. Lo dimostra quanto avvenuto per il Superenalotto, per aggiudicarsi il quale la Sisal ha offerto di trattenere solo un margine dello 0,50% a fronte del 5% messo a gara. Applicando questa riduzione anche alla concessione di Igt per il Gratta&Vinci (che ora è al 3,73%), i guadagni garantiti alla società che fa capo a De Agostini sarebbero abbattuti di 300 milioni. (1 – segue)