Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  luglio 21 Mercoledì calendario


Intervista a Pippo Delbono


«Ho sempre avuto la necessità di portare dentro al teatro la vita», così esordisce nei suoi appunti per il suo prossimo nuovo spettacolo Pippo Delbono. Un bisogno realizzato sin dagli esordi, da Barboni a Esodo, da Gente di plastica a La menzogna, passando per Orchidee, fino ai più recenti Vangelo e La gioia, non c’è stato tema scottante o determinante dei nostri tempi che non sia stato da lui ricreato artisticamente sul palcoscenico. I flussi migratori con il loro portato di assurde e spesso ignorate tragedie, l’edonismo sfrenato figlio del più ottuso consumismo, la malattia scandalosa e contagiosa nella quale ci si può perdere o da cui si può risorgere, la lotta gioiosa e vitale contro la rimozione della morte, la spiritualità e la sacralità della vita da coltivare per far rifiorire la verità dell’esistenza. Tutti temi mai elaborati in astratto ma tradotti in concreti, a volte provocatori e irriverenti, tsunami visivi e sonori che hanno sommerso esaltando o urticando la platea senza però lasciarla mai indifferente. Ma l’urgenza di far esondare la realtà sulle assi del palcoscenico ha spinto l’artista più anticonformista e visionario del panorama teatrale nazionale a condividere la scena con attori e compagni di vita icone di una sofferenza che si sublimava in poesia, di una disabilità sociale che diveniva espressione artistica, dall’indimenticato Bobò, il piccolo sordomuto, analfabeta, incontrato nel manicomio di Aversa dove era stato rinchiuso per 45 anni e che è venuto a mancare 2 anni e mezzo fa, all’ex clochard Nelson Lariccia, al ragazzo, ormai uomo, down Gianluca Ballarè. E questi ultimi due insieme tra gli altri agli immancabili Pepe Robledo, Mario Intruglio e Ilaria Distante saranno i compagni della sua nuova imminente avventura: Amore, un’opera ancora tutta in via di definizione e di creazione ma con un punto fermo. Parlerà, anzi canterà portoghese grazie all’annunciato coinvolgimento del grande musicista, chitarri- sta e compositore Pedro Joia, del-l’artista angolana Aline Frazão e di Miguel Ramos che inevitabilmente incanterà con il suo inconfondibile fado. Lusitane però non saranno solo le sonorità, ma anche le visioni grazie all’apporto scenografico dell’estro creativo dell’artista Joana Villaverde.
Obbligatorio a questo punto chiedere al nostro artista ligure la ragione della matrice portoghese di Amore che comunque debutterà in Italia il prossimo 28 ottobre al Teatro Storchi di Modena all’interno della programmazione dell’Emilia Romagna Teatro prima di inoltrarsi in una tournée dentro e fuori i confini europei
Ci sono capitato casualmente in Portogallo, ma una volta lì ho capito che era il luogo ideale per concepire uno spettacolo sull’amore. È un crocevia di tradizioni, contaminazioni, una terra meticcia per vocazione, dove si sono incontrate culture diverse che hanno generato una profonda apertura all’accoglienza. Lì sembra mancare quella minaccia continua che invece serpeggia in altri lidi del mondo: la diffidenza, il razzismo, l’individualismo.
E poi loro hanno il fado Esatto. È il canto dell’amore perché racchiude un’elegiaca malinconia, ma anche una passione carnale, esorcizza la morte con la forza della vita. È concreto e immanente ma al contempo ti proietta in un altro tempo, luogo e dimensione.
In realtà il tema dell’amore non è affatto una novità per Pippo Delbono. Lo spettacolo Vangelo, del 2015, d’altronde scaturiva da una preghiera sconfinante nell’implorazione che gli fece sua mamma Margherita, fervente cattolica, in punto di morte.
Mia madre mi disse: «Pippo, devi fare qualcosa che parli dell’amore. Dovresti fare il Vangelo. C’è tanto bisogno di amore in questo mondo».
Proprio in quel debutto, a Zagabria di 6 anni fa ci confidò «la necessità di tornare alla parola amore, abusata, strumentalizzata, banalizzata, ma che invece nella sua verità ti permette di morire per l’altro e di rinascere». Ma allora cosa ci sarà di nuovo
e di diverso in questa declinazione amorosa del 2021?
Sono io che sono diverso. E mi riferisco a qualcosa che mi è successo e che mi ha sconvolto; ho avuto molte perdite, molti lutti nella mia vita di persone care. Sono stato investito da una forza dirompente che mi ha letteralmente spinto in una condizione di isolamento; mi sono sentito sopraffatto da qualcosa che era più grande di me. Ho avuto l’impressione di vivere dentro a una pila di scatole cinesi fatta di separazione e dolore, in cui ciascuna scatola appariva più penosa di quella appena più grande: lì dentro mi sono sentito come di fronte a un muro che nasconde dietro di sé un altro muro che bloccava ogni via d’uscita.
Insomma un vicolo cieco che portava da tutt’altra parte rispetto alla via dell’amore…
E invece è stato proprio allora che ho ritrovato il senso dell’amore e l’ho tradotto in canti, musica, danza, in un linguaggio creativo. Non so ancora bene cosa sia, so solo che è qualcosa più grande di me, di te, di noi.
Come evitare l’agguato della retorica nell’operazione teatrale?
Intraprendendo un processo di ricerca, instancabile.
Sarà un amore ai tempi della post-pandemia? Ci saranno nello spettacolo echi di quello che abbiamo vissuto?
Inevitabilmente. La pandemia ci ha dato l’opportunità di crescere a patto, come giustamente ha detto Papa Francesco, di non tornare alla «normalità ammalata di prima». Oggi togliendoci la mascherina scopriamo di nuovo i volti e se abbiamo saputo scovare nella ma-lattia, nella privazione, nella sofferenza qualcosa di significativo, se non ce la siamo fatta scivolare addosso, allora i nostri visi stavolta senza la mascherina saranno più veri di prima.
Papa Francesco ha anche affermato che «non esiste l’amore a puntate, l’amore a porzioni. L’amore è totale e, quando si ama, si ama fino all’estremo». Come si fa umanamente a realizzare questo amore?
Eliminando i pregiudizi, gli attaccamenti, abbattendo i muri che ci separano dagli altri, bisogna aprirsi, sempre.
E Delbono ci riesce?
Non tanto, ma ci provo.
I suoi spettacoli sono notoriamente in evoluzione, anche una volta in scena. Allo stato attuale, a tre mesi dal debutto, Amore sarà ovviamente un cantiere aperto. Ma a parte le fondamenta portoghesi ci sono altre pietre angolari?
Sì, innanzitutto lo spettacolo sarà una sorta di concerto. Poi attingerò ai testi di Borges, Márquez, Pessoa, Tabucchi...
E l’Inno all’Amore della Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi? È una pietra miliare, una visione della carità in forma lirica ma molto concreta.
Non ci avevo pensato. È un ottimo suggerimento. Lo prenderò in seria considerazione. Grazie!