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 2021  luglio 21 Mercoledì calendario


Michael Wolff: «Io a cena con il nemico Trump»

Cominciamo dal titolo del libro: Landslide, “valanga”, il termine che in una elezione americana definisce la vittoria assoluta per un candidato. Con Landslide, Michael Wolff, giunto alla sua terza opera sulla presidenza Trump in tre anni, racconta dietro le quinte la campagna del 2020 e le trame di un presidente preso da un’unica ossessione, vincere ad ogni costo. Al punto che, nel celebre comizio del 6 gennaio, dice: «Abbiamo vinto. Abbiamo vinto a valanga (landslide). Questa è stata unalandslide». Il titolo del libro, dunque, riassume in una parola la visione distorta, folle che solo Trump poteva avere di quelle elezioni e della realtà, visto che tutti, a partire dal vicepresidente Pence, avevano accettato la sconfitta. Detto questo, il 67% degli iscritti al partito repubblicano continua a credere al furto elettorale e che Trump abbia appunto vinto a "valanga". Con un problema evidente per il futuro del Paese: oltre a Trump, buona parte della popolazione è pronta a negare l’evidenza.
Wolff racconta con ritmo da thriller atmosfere e dettagli inediti, affermazioni, aspirazioni, bugie, minacce, miraggi, fantasie del presidente sconfitto. Cita conversazioni off the record – stile Bob Woodward – con decine di persone dell’entourage più intimo, Trump incluso! Wolff è infatti invitato a Mar-a-Lago dove in una giornata rafforza la conclusione principale del suo libro: Trump è pazzo. Partendo da questa considerazione, Wolff ci dà una radiografia originale, diversa da molte interpretazioni che abbiamo ascoltato finora: non c’erano programmi, piani, complotti nell’ostinata proclamazione di vittoria o nella presa del Campidoglio. C’erano soltanto la frenetica descrizione di un’invenzione e un guitto in azione. Cosa che, mi dice Wolff, porrà «molti problemi "bipartisan" se Trump si ricandiderà alla Casa Bianca del 2024».
Qual è un esempio della follia di Trump?
«A luglio 2020 lo scontro è ormai fra Trump e Biden. I sondaggi per la Casa Bianca non vanno bene e si decide di chiamare Karl Rove, vecchio saggio del partito. E Trump, invece di ascoltare, spiega che non attaccherà Sleepy Joe per non cadere in una trappola democratica. Loro vogliono che lui distrugga Biden per poterlo sostituire all’ultimo istante con Andrew Cuomo e Michelle Obama come vicepresidente. Il burattinaio occulto è Barack Obama in persona. Rove è sconvolto, non credeva si potesse arrivare a tanta follia anche sul piano dei tecnicismi elettorali. Chiede da chi viene questa storia. E Trump risponde: da Sean Hannity (una star di Fox, maestro della manipolazione delle news). Ovviamente era tutto falso».
Un altro?
«Chris Christie, l’ex governatore del New Jersey, arriva alla Casa Bianca e Trump gli dice che invocherà un’emergenza nazionale Covid per sospendere le elezioni. Christie gli dice che la cosa non è possibile. Ma Trump vive in un suo mondo. E se i fatti non corrispondono a come li vede lui, o li ignora o si infuria».
Ma ti ha invitato a Mar-a-Lago!
«È la prova del nove: con il mio primo libro Fire and Fury mi attaccò con violenza: "porterò in tribunale il peggior giornalista del mondo". Poi, quando ha saputo che stavo preparando un nuovo libro non favorevole, mi chiama, invitandomi a passare un giorno con lui al suo club a vedere deputati e senatori che vengono a baciargli l’anello. La sera siamo a cena, con lui e Melania, noi tre al club, tavolo circondato da un cordone rosso. Una cosa surreale. Il suo bisogno di protagonismo supera qualunque inibizione».
Come hai trovato Trump?
«In ottima forma, dimagrito, aggressivo, sempre lui, sempre pronto a creare una realtà che non esiste. E ho pensato che gli ex presidenti hanno tutti un’aria esausta, depressa per aver perso il potere. Lui stava benissimo. Trump è unico: non ha bisogno della Casa Bianca per essere Trump. Il potere non gli interessa. Gli interessa essere al centro dell’attenzione, recitare, colpire l’immaginazione con qualcosa di assurdo».
Il problema è Trump, o l’America pronta a credere alle sue follie?
«Troppa dietrologia nuoce. Un articolo del New York Times del 31 gennaio del 2021 spiegava che in 77 giorni aveva preso forma in modo scientifico un complotto di Trump e dei suoi contro la democrazia. Niente di più lontano dalla verità. Ho conosciuto Trump molto da vicino, l’ho visto in azione. Trump non è in grado di pensare in modo razionale a un complotto. Tutto in quello che dice è sconclusionato, improvvisato, motivato in modo istintivo da un effetto spettacolo. Il 6 gennaio non c’era un piano, ma l’isterismo di un pazzo. Lo voglio dire con chiarezza: Trump non è machiavellico, non è razionale. Per essere tutto questo una persona deve avere un contesto di sanità mentale che Trump non ha.
Eppure nessuno esclude che si ripresenterà nel 2024».
E allora? Come si colma il distacco tra realtà e finzione?
«È straordinario che in tanti restino innamorati di un pazzo, al punto da rifiutare qualunque evidenza empirica, fattuale. È una situazione senza precedenti nella storia americana. Una spiegazione è che i fedelissimi di Trump siano attratti da un lunatico in reazione a politici che detestano, a una macchina burocratica costruita per le élite. È un malessere profondo il loro, a cui rispondono con un uomo fuori controllo e fuori di testa».
Forse è un pazzo lucido e sa bene cosa sta facendo.
«Trump non è un pazzo lucido. Nella politica moderna possiamo immaginare che una persona cattiva, corrotta, bigotta, bugiarda possa essere eletta alla presidenza degli Stati Uniti, ma non qualcuno la cui testa è dissociata dalla realtà. Trump è incapace di ascoltare un rapporto o un dibattito fra i suoi e si lascia andare all’improvvisazione spesso inconsulta del momento».
Il procuratore distrettuale di New York ha arrestato il direttore finanziario di Trump.
«Non porterà a nulla. Metti uno in prigione perché ha avuto una macchina non denunciata come fringe benefit ? Mi sembra assurdo e controproducente».
Dedichi il libro a un italiano, Paolo Lanapoppi, come mai?
«Era il mio professore di italiano e filosofia al Vassar College. È stato la mia prima influenza letteraria. Poi, negli anni, è diventato il mio migliore amico».